Appunti sparsi e persi sul Salone del Libro di Torino

maggio 13th, 2012 § 0 comments § permalink

1)      Ci sono bei libri.

Cioè, la qualità media dell’offerta libraria mi sembra piuttosto elevata. Negli stand ho visto molti prodotti pregevoli, belle copertine, grafiche curate. Soprattutto alcuni piccoli (come i NEI, Nuovi editori indipendenti) offrono soluzioni audaci e accattivanti. Mi sono fermato con interesse in un sacco di posti. Ma

2)      Non tutti fanno sconti.

Siamo al Salone, ci sono centinaia di stand, migliaia e migliaia di libri. Se potessi li comprerei tutti. Ma ovviamente, non si può. Ho anche speso dieci euro per entrare. E fateli ‘sti sconti, no? Alcuni li fanno, bravi.

3)      Alcuni vendono, altri no.

Questo fa riflettere. Forse rispecchia le dinamiche del mercato italiano o forse è solo un fatto di salone, ma ci sono stand presi d’assalto, preda di orde di isterici shopaholic, come Sellerio, Adelphi, Einaudi, e altri malinconicamente deserti. Non lo so perché. Conviene spendere 50 euro per libri di editori “sicuri”, ma che troveresti anche su Amazon scontati o sotto casa, o meglio investire nella novità, nell’editore indipendente che magari ti offre una chicca? Non lo so, ma chi risolve questo problema vince il banco.

4)      Di digitale, c’erano alcune cose interessanti.

Mi è piaciuta la presentazione di  Zagreb di Arturo Robertazzi, un romanzo tradizionale che però si estende con contenuti extra sul web e come ebook. Un esperimento innovativo e, secondo me, fecondo. Seguendo la strada tracciata da Matrix, che viveva anche come fumetto, videogioco, sito internet, anime, non si capisce perché un romanzo debba insistere esclusivamente all’interno dei limiti fisici del libro. Si può provare a vedere se la cosa funziona, non è un delitto di lesa maestà. Secondo me funziona.

5)      In generale però, prevaleva l’isteria digitale.

Ho sentito dire cose che fanno riflettere, tipo che torneranno le librerie di legno e i commessi in camice. Cose dette da chi sta nelle stanze dei bottoni dell’editoria. E allora capisco perché va tutto a rotoli. Sì, probabilmente il modello della libreria curata, con personale qualificato, rivolta ai lettori affezionati e forti, può funzionare. Ma non può essere la soluzione. È il frutto di un desiderio più che di un calcolo. Amazon è ancora troppo conveniente per un acquirente, c’è poco da fare. Ma perché gli editori, invece di vederlo come il diavolo, non cominciano a pensarlo come un fattore strategico? Il web è la killer application, anche per i libri di carta.

6)      Nessuno sta neanche provando ad allargare il mercato.

Nessuno. Newton Compton farà anche libri scadenti con politiche spregiudicate, ma ha fatto comprare quei cosi con le pagine a chi non lo faceva da anni. Non è l’unica via, ovviamente. Perché nessuno sta ragionando su questo fatto? Secondo me, perché una volta conquistata la propria nicchietta, è molto più facile proteggerla a ogni costo facendo gli splendidi, che sporcarsi le mani per scoprire nuove strategie. In Italia una vera letteratura popolare non c’è mai stata, ma questo non significa che: a) non ci sarà mai; b) se ci sarà, sarà solo in mano a vampiri, Fabi Voli e Gramellini. E ci si dimentica che per tutti quelli nati dopo la caduta del muro di Berlino, è molto più naturale comprare le cose su ebay che andare in libreria. Non ce lo scordiamo. Smettiamola di misurare il mondo solo su noi stessi.

7)      Un piccolo pensiero cattivo su Twitter.

Era veramente pieno di gente che twittava. Ormai è chiaro che qualunque evento ha e avrà sempre di più una doppia vita: reale e virtuale. E quella virtuale va in scena su Twitter, non su Facebook o altrove, per ora. Però guardando un po’ in giro, mi è sembrato che il trend topic #SalTo12 fosse ad uso e consumo degli addetti ai lavori. Blogger, editori, scrittori, opinion maker. Forse non è una cosa sbagliata. Però mi fa pensare. Mi sembra proprio che chi è dentro è dentro, e chi è fuori o sta a guardare famelico, o ignora completamente. Un po’ come nel mondo reale.

8)      I buoni e i cattivi (cioè gli interessanti e i noiosi).

Molto buoni Einaudi, Adelphi, Saggiatore, Isbn, Elliot, Nutrimenti, Voland, Perrone, La Nuova Frontiera, Minimum Fax, Nottetempo, Sellerio, Iacobelli, Raffaello Cortina, e/o.

Cattivelli gli stand che ricreavano l’effetto autogrill o supermercato, quelli con un solo libro esposto e che ti guardano male se non ti fermi, quelli che non rimborsano le spese agli stagisti. Quelli sono proprio stronzi.

Wisława Szymborska. Una cerva scritta in un bosco scritto

maggio 4th, 2012 § 0 comments § permalink

“Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?” si chiedeva in una delle sue poesie più belle, La gioia di scrivere, che dà anche il titolo alla raccolta di tutte le sue poesie. Ce lo chiediamo anche noi, insieme a lei, seguendola tra i rami e le parole.

Mentre ancora ci si interroga sulle ragioni di un successo editoriale così clamoroso e travolgente – un librone di poesia polacca che sbanca le classifiche – Wisława Szymborska sembra essere già stata addomesticata dai critici: gli aggettivi “semplice”, “quotidiana”, “aperta a tutti” si ripetono rassicuranti e garbati. In realtà la questione è un po’ più complessa di così. Dietro al minuetto e all’ironia da limerick, si celano la solitudine di fronte al mistero, il vuoto, il dolore del senso che si oppone all’abisso. Perché allora questa diminutio critica?

Potremmo racchiudere la vicenda italiana di Wisława Szymborska in una parabola che va dai commenti ironici per l’assegnazione del Nobel del ’96 fino all’omaggio postumo (e forse non del tutto disinteressato) della coppia Fazio-Saviano e ai numeri da brivido della sua ultima raccolta, La gioia di scrivere. Tutte le poesie 1945 – 2009 (Adelphi); ma faremmo un torto a quel grande editore e intellettuale mitteleuropeo che è stato Vanni Scheiwiller, il primo a credere, già dal lontano ’91, in questa piccola signora polacca. Ma Wisława era già da tempo una figura di riferimento in Polonia e si stava facendo un nome sia in Europa che negli Stati Uniti. Nel ’91 riceveva il Premio Goethe in Germania e nel ’95 il Premio Herder in Austria. Il suo non è stato un Nobel da dissidente o da esponente di una minoranza minacciata. La motivazione recita: “per aver creato della poesia che tramite ironica precisione permette di mettere in luce il contesto storico e biologico in frammenti di realtà umana.” Ironia, precisione, storia, biologia, frammenti, realtà umana. Non si può dire che agli accademici di Svezia manchino la concisione e soprattutto la perspicacia.

Stupisce che una sconosciuta poetessa polacca sia piano piano entrata nell’orizzonte culturale di un intero continente. E sorprende anche il fatto che Wisława ci sia riuscita bypassando completamente  i normali percorsi accademici e specialistici, la nicchia in cui la poesia si agita e si riproduce. Pur rimanendo sempre appartata nella sua Cracovia, senza concedere molte interviste e tenendo un’unica rubrica fissa, Letture facoltative, articoli poi raccolti in volume. Una carriera lontana dallo star system della letteratura, dalle comparsate in tv e dai circuiti accademici. Nonostante questo (o forse proprio per questo), riusciva a diventare un’autrice di culto, letta da studenti  di liceo e universitari, professionisti, impiegati, insegnanti, casalinghe, uomini e donne, giovani, anziani, in modo assolutamente trasversale ed esorbitante rispetto a quello che si riteneva essere il pubblico tradizionale della poesia. Wisława Szymborska è un’autrice del cuore, una che si incontra in momenti particolari della vita, una di cui ci si innamora e che poi non si lascia più. Una che si legge anche se non si è mai letto poesia prima d’ora. Questo è stato il suo segreto, la sua anomalia.

Eppure, Wisława Szymborska fa parte con pieno merito della lirica moderna europea, da Mallarmè e Rimbaud fino a Artaud e Celan. Tuttavia il pregiudizio critico nei suoi confronti è ancora piuttosto consolidato. Sbaglia chi parla di moda. Questa poesia è diventata veramente popolare, nel senso buono – e spesso misconosciuto – del termine, senza mai smettere di essere elevata. Anzi, ha fatto della speculazione filosofica, esistenziale e morale, la sua extrema ratio. Fatto non ancora riconosciuto pienamente, ma derubricato, messo tra virgolette. Forse proprio perché questa poesia così elementare e canterina, così prosaica e apparentemente frivola, così femminile, casalinga, non sembrava davvero meritevole di attenzione da parte del mondo dell’accademia. E il suo successo non poteva che essere letto come una prova di questa sua dimensione pop. Niente di più sbagliato.

Le ragioni di questo fenomeno stanno tutte all’interno delle sue opzioni. Ha svecchiato il linguaggio, rifiutando il sublime e il petrarchismo. Le sue parole sono come le cose di cui parla, quotidiane, concrete, umili anche, casalinghe. E questo è vero. È una poesia urbana e domestica, di tram e sedie della cucina, di gatti e rose. Un paesaggio che rifiuta i registri elevati, ma fa dell’anti-retorica e della critica all’antropocentrismo la sua cifra. Le mitologie della modernità escono non a brandelli, ma ridimensionate, prese in giro, ritratte con un’ironia rovesciante e deliziosa. Le grandi narrazioni, i nazionalismi e la collettività, la metafisica e l’escatologia, vengono tutti rifiutati per il qui ed ora, per il particolare, unico e irripetibile momento presente. Per l’unicità di ogni essere umano, di ogni oggetto, di ogni istante – che però non diventa mai l’eccezione di una regola: lo straordinario è la regola, è la condizione dell’esistenza sulla terra; l’ordine, la norma, la regola, esistono solo nella nostra mente.

Detto questo, non c’è niente di rassicurante in questa poesia. Lo stupefacente spettacolo del mondo è anche e soprattutto una visione straziante, lacerante, terribile. Wisława non può che assistere alle contraddizioni dell’essere senza poter trovare risposta in nessuna dottrina, in nessuna metafisica. Se si ascolta, la sua voce giunge ammantata di tristezza, di solitudine, sospesa nel vuoto. La signora di Cracovia non prova mai a fornire ricette o panacee, non ci pensa neanche. Troppo viva è la memoria dello stalinismo e della guerra. Il suo dettato è pieno di dignità, di forza, ma nasconde il dolore dell’abisso che non divide, ma circonda; l’impossibilità di ricomporre il quadro. La sua voce non diventa mai grido, urlo disarticolato. Diventa sospiro, accettazione profonda. Si può solo accettare, accogliere l’altro dentro di sé. Fare posto a ciò che è, anche quando ci appare orribile, ributtante. Un senso profondo dell’empatia, dello stare con gli altri, ascoltando le loro storie, rispettando tutte le esistenze, anche le più infime e insignificanti. Quelle degli animali, delle piante, delle pietre. Stare insieme in un mondo controverso e irriducibile, tragico e ridicolo allo stesso tempo; stare insieme perché appartenenti alla specie umana. Opporre la propria dignità e la propria humanitas – rifiutando l’abbrutimento e il cedimento – allo spettacolo del disfacimento e della disgregazione.

 

Lontano dal trauma, lontano dal cuore

aprile 10th, 2012 § 0 comments § permalink

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su minima & moralia.

Ci sono libri che affrontano questioni centrali con tesi provocatorie ma in qualche modo centrate, se non fosse che arrivano alle loro conclusioni partendo da premesse sbagliate.
Nel suo ultimo pamphlet, Senza trauma (Quodlibet) Daniele Giglioli sostiene una tesi che ha fatto discutere: l’onnipresenza del trauma nelle scritture contemporanee, come dispositivo metaforico del tutto svuotato di consistenza, immaginato ma privo di un vero rapporto con la realtà. Da qui deriva una perdita di contatto, un’incapacità della letteratura di mordere davvero la realtà, rifugiandosi nel folle e paradossale inseguimento del reale, la “Cosa” che, secondo Lacan, non può essere simbolizzata, afferrata, detta. Ci si tuffa in un immaginario fatto di estremo e di pulp, un pastiche dai confini slabbrati e paludosi in cui tutto si immerge e si confonde. In questo contesto, il ricorso al trauma è diventato ossessivo, ridondante e del tutto ingiustificato, in quanto nessuno degli autori citati (Saviano, Scarpa, Scurati, Genna, De Cataldo, Ammaniti e molti altri) ne avrebbe fatto realmente esperienza e senza che ciò abbia la minima rilevanza. Il trauma è una modalità di accesso, un modus scribendi, a prescindere dalla sua effettiva esistenza. Quindi, se tradizionalmente il trauma costituisce lo strappo che impedisce di parlare, che riduce al silenzio, adesso sembra essere diventato l’unica condizione ammissibile di espressione.

Parto dalle conclusioni, che sono la parte più condivisibile del lavoro di Giglioli. La letteratura vive sotto il ricatto dell’immaginario, il rapporto tra la scrittura (come atto di responsabilità e di scelta, secondo Barthes) e la realtà è soggiogato e disgregato dalla tenaglia di “scetticismo nichilista” e “realismo ingenuo”, per cui ormai non si può non essere scettici, iper-critici, diffidenti nei confronti di qualunque manifestazione di senso, affermazione, pensiero forte (o anche solo pensiero), ma al tempo stesso beviamo come carta assorbente qualunque enunciato, immagine, video, articolo, post, tweet. Siamo schizofrenici, senza filtri e anaffettivi, bulimici e denutriti. Ingurgitiamo tutto ma non digeriamo nulla, non assaporiamo, non tratteniamo.
Detto questo – una tesi che comunque ha l’unilateralità di una sventagliata di kalashnikov – forse potremmo aggiungere che magari gli scrittori potrebbero (dovrebbero) avere i giusti filtri e la giusta capacità digestiva per eseguire l’operazione di fotosintesi culturale di cui abbiamo bisogno. La letteratura non è questo in fondo? Trasformare l’informe massa linguistica del mondo in frammenti dotati di senso, idee, poesia, bellezza? Nessuno è davvero più in grado di riscattare l’esperienza conferendole un valore positivo e testimoniale? Forse i nostri scrittori (nel senso di italiani) non ne sono capaci, non ci riescono. Forse non ci sono grandi scrittori in questo momento. Potrebbe anche essere, ma, se anche fosse, non è un’affermazione dal tremendo sapore di qualunquismo?

Andiamo a ritroso. Gli scrittori nazionali parlano solo del (attraverso il) trauma. Non si dà scrittura se non tramite la mediazione dell’evento traumatico, che tuttavia è sempre più sognato, immaginato e fantasticato che reale. Nessuno ha un vero e proprio trauma oggigiorno, nel 2012, in Italia. E questa è l’ennesima pestifera moda culturale e letteraria del momento. Non avendo veri traumi, gli scrittori li inventano (autofiction), oppure prendono in prestito quelli della storia recente per calarli nelle strutture apparentemente ineludibili del noir e del giallo, trasmutandone così il realismo e abolendo la forza eversiva del fatto in sé.
Anche qui, bisognerebbe distinguere, analizzare caso per caso. Ma su una cosa non si può sorvolare. “Nessuna delle generazioni che ci hanno preceduto ha conosciuto una situazione di maggior agio. Tutto è cura, tutela, comprensione, diritto alla felicità. La felicità è anzi un dovere” (p. 8). Farei notare en passant che questa è un’epoca di guerre (televisive, mediatiche, ma con morti veri). C’è una crisi che non è costitutita solo dall’ansia virtuale generata dallo spread, ma da fatti dolorosamente reali come licenziamenti, cassaintegrazioni, mutui da pagare, matrimoni che saltano, vite che non si realizzeranno mai, suicidi. Migliaia di suicidi. Nella nostra società ci sono stupri e violenze (soprattutto all’interno della famiglia); dipendenze da alcol, droghe, gioco d’azzardo; malattie fisiche e mentali; discriminazioni, disagio sociale, emarginazione. Tutto questo non è trauma? Non genera trauma? Non viviamo forse quotidianamente (anche in maniera riflessa) l’esperienza del dolore e della ferita?

Altra questione: “Trauma era ciò di cui non si può parlare. Trauma è oggi tutto ciò di cui si parla” (ibid.). Il trauma è una ferita, uno strappo, un’interruzione nella continuità dell’esperienza. Giusto. E quindi esso evoca necessariamente il silenzio, il mutismo coatto, la vittima come larva sacrificale, come infante. Ma è davvero così? Da un punto di vista psicologico prima ancora che letterario, il trauma è necessariamente silenzio? Il trauma è un violento cambiamento, una lacerazione nello status precedente, ma è anche una riorganizzazione, una nuova sintesi (anche disfunzionale, certo) ma non una paralisi. Implica una dolorosa riappropriazione, anche linguistica, un’elaborazione. Non una costitutiva mutilazione del verbo. Anzi, il trauma per essere superato deve passare anche attraverso una riaffermazione verbale del nuovo sé. Primo Levi è stato molto chiaro in proposito, nella sua critica alla mistica del silenzio.

Proviamo a fare una panoramica forse irrituale ma sana: possiamo tacciare David Foster Wallace o Sarah Kane, contemporanei dei nostri, di non aver subito un vero trauma, di essere schiavi dell’immaginario? Difficile. Zona di Mathias Énard è indebolito o valorizzato dal suo intreccio di letterarietà esibita e di scrittura dell’estremo? La fiction è una condizione, non necessariamente svilente, per la presa della parola. Tabucchi ha scritto “chi testimonia per il testimone?”
Possiamo osservare tutto questo nelle scritture del trauma e della diaspora, dell’esilio e della migrazione. Tornando in Italia (ma un’Italia fecondamente marginale e di confine), autrici come Igiaba Scego, Cristina Ubax Ali Farah o Gabriella Ghermandi non hanno forse scritto attraverso la lacerazione di un mondo di legami familiari, sentimentali, storici e culturali e la ricostruzione di un’identità mobile e diversa, nomade e contrappuntistica (come diceva Edward Said)? Sono libri scritti in italiano (le prime due scrittrici sono anche nate in Italia) ma non fanno parte della letteratura nazionale. Chissà perché.
Il sequestro dell’immaginario da parte dei mass-media è un fatto e informa qualunque tentativo di reazione possibile. È il contesto in cui ci troviamo, inutile nasconderselo. E indubbiamente c’è una stereotipia tematica e stilistica nella letteratura contemporanea, un appiattimento su una superficie scintillante e poco problematica, ma non per questo si può gettare il bambino con l’acqua sporca. È un’epoca di inseminazione e di transizione, come ricorda lo stesso Giglioli, ma ci sono già adesso voci forti e consapevoli, capaci di valorizzare la propria marginalità e vulnerabilità. Sparare a zero contro tutti – per di più portando pochi e generici esempi – significa fare una generalizzazione pericolosa che non giova al dibattito culturale. È un po’ facile così.

Eravamo bambini abbastanza di Carola Susani

aprile 2nd, 2012 § 0 comments § permalink

Sette bambini, macilenti, sporchi, denutriti. Sono stati rapiti. Vengono dalla Russia, dai paesi slavi, dall’Italia. Attraversano l’Europa, verso sud, verso Roma. Sono stati presi, dal Raptor. Un pifferaio magico misterioso e senza età, ascetico e predatorio, senza nome e senza movente. Vivono come straccioni, chiedono l’elemosina, rubano, si prostituiscono. Vengono scambiati per zingari ma non lo sono. Sono stati scelti, uno per uno. E a loro volta hanno scelto di restare in questo gruppo in cui si parlano tre-quattro lingue, si dorme nelle stazioni e si cammina lungo i binari. In questa famiglia, che ha rapidamente fatto dimentacare le famiglie di origine e in cui nascono simpatie e invidie, fratellanza e un duro senso della giustizia. È il gruppo il cemento di questa strana e minuscola società, questa compagnia di strada, condotta dal malinconico Raptor, che vuole raggiungere Roma, non si sa perché.

La sera si raccontano storie. Si narra, si inventa. Perché i bambini abbiano una voce, è necessaria la loro fuga?

Dai Quattrocento colpi a Oliver Twist fino al Signore delle mosche di Golding, Carola Susani disegna uno spaccato inquietante sul mondo dell’infanzia, sulla sua oscurità, sulla sua irriducibile alterità. Cosa sappiamo dei nostri bambini, dei loro pensieri e desideri? Cosa pensiamo di sapere di loro? Cosa farebbero, se potessero, sottratti al mondo diurno dell’educazione e della famiglia?

Una fiaba dark e inquietante, dalla tremenda durezza. I bambini non ci appartengono. Sono un’espressione vitalistica che non è ancora stata addomesticata – che non può esserlo – sono portatori di desideri estremi e perturbanti, privi del senso edipico del limite. E il limite è il luogo in cui possono esprimersi. Il margine della società, metaforizzato dalle periferie delle città, dalle statali, dalle discariche. Il margine come luogo di autenticità, spazio di libertà.

Chi è il Raptor? Un Fagin silenzioso e disinteressato, un mistico saturnino e malinconico, costretto alla violenza e pieno di sensi di colpa, un uomo in fuga. Un pifferaio magico, come dice la stessa Susani. Che rapisce il bene più grande della città, i bambini, per portarlì con sé, in fondo al mare.

Carola Susani, Eravamo bambini abbastanza, minimum fax

Un film anche per Silvio?

marzo 27th, 2012 § 0 comments § permalink

La notizia data dal Corriere della Sera è abbastanza forte da cadere dalla sedia. Peccato che il Tg3 ne faccia un servizio di varia tutto giocato su un’ironia abbastanza crassa. Berlusconi sta facendo il film sulla sua storia politica. Dalla discesa in campo del ’94 alla caduta per mano dei tecno-professori. La sua verità, la sua versione della storia d’Italia, la sua visione del mondo.

Sembra che abbia cambiato già quattro registi, perché nessuno soddisferebbe i suoi severi requisiti. E pare anche che siano nomi grossi. Talmente grossi da fare ombra alla sua impronta storica e politica, e quindi via.

Il Tg3 non risparmia ironie sul traffico di attrici e attricette per i provini, sulla megalomania tardo-napoleonica del vecchio, sulla dubbia coerenza estetico-artistica del progetto. Se fossimo in un altro posto del mondo, tipo la Florida o l’Islanda, un sorrisino si potrebbe anche fare. Ma, qui e ora, tutto questo rischia di essere del tutto fuori luogo.

Bisogna chiarire subito una cosa. Se la notizia è attendibile e se è vero che tale film dovrebbe uscire addirittura in autunno (cioè fra pochi mesi), significa che Silvio prevede elezioni per la primavera del 2013. È così, punto e basta. Immagino che lui sappia cose che noi non sappiamo e immagino anche che non si facciano film solo per soddisfare l’ego senile e crepuscolare degli ex-premier. Immagino anche che le motivazioni squisitamente culturali semplicemente non stiano in piedi. Silvio che vuole rispondere al Caimano di Moretti e a Silvio story di Faenza? Ma de che.

No, questo è un grosso calibro che va a rinforzare la già potente artiglieria mediatica di Mediaset in vista delle future elezioni politiche.

Ma la domanda veramente interessante allora è: perché proprio un film? Perché proprio ora?

Silvio non si è mai troppo curato della settima arte. Non ne aveva bisogno. Da padroncino del tubo catodico, era libero di fare il bello e cattivo tempo. Aveva un dialogo quotidiano, unidirezionale e totalizzante con lo spettatore – che era diventato il suo spettatore. I suoi format hanno rivoluzionato il mezzo e anche il paese stesso, trasmutando il novecentesco e umorale popolo nel più facilmente monetizzabile e prevedibile pubblico. È vero che gran parte della mutazione socio-antropologica avvenuta in questi due decenni si sia giocata davanti alla tv.

Lì regnava praticamente incontrastato, al punto in cui persino le poche aree pseudo-sinistrorse rimaste in realtà facevano il suo gioco. Il framing l’aveva inventato lui, prima ancora di Lakoff. La capacità di imporre sempre e comunque il suo terreno, il suo orizzonte ideologico e culturale, le sue immagini e le sue metafore, il suo linguaggio. Che ben conosciamo.

Se Silvio abbandona la sua roccaforte, il segnale è di estrema importanza. Significa che la roccaforte da sola non basta più. Che la situazione comunicativa (ma anche culturale, ideologica, morale? Non è una domanda retorica) in cui ci troviamo è veramente cambiata. Già da un po’ avevamo visto una grande affluenza di personaggi Mediaset o Pdl su Twitter, Facebook e altri social-media. Ed era un segnale. Gli ultimi mesi sono stati un terremoto. I tweet anticipano sistematicamente le agenzie di stampa. E questo è coerente con lo sviluppo della comunicazione. Siamo sempre più interconnessi, always-on, è naturale che anche la politica piano piano si adegui. Ed è altrettanto ovvio immaginare una coerente strategia massmediatica da parte del team di Berlusconi.

Ma il cinema, che forse è il più novecentesco dei media, cosa c’entra? Perché proprio il cinema? Un kolossal encomiastico e revisionista non rischia di apparire tremendamente datato? E un docu-fiction che tenti di rifondare e riscrivere la narrazione degli ultimi vent’anni della nostra storia non rischia di venire immediatamente lasciato in fuorigioco dai video parodici e virali di Youtube? E sul grande schermo le olgettine e le bellezze procaci e volgarotte funzionano ancora? Ma proprio quest’anno che i cinepattoni hanno rumorosamente vacillato e che certi esperimenti, come il kolossal leghista su Federico Barbarossa, hanno evidentemente mancato l’interesse di qualunque pubblico?

Forse proprio per questo. Perché si avvertono degli scricchiolii, che però sono difficili da interpretare. È il ghiaccio che si rompe per l’arrivo della primavera o è la fiancata del Titanic che sta definitivamente cedendo?

Non lo so. Non ho risposte. Però la notizia porta con sé un alone inquietante. Cinema e propaganda, l’associazione pura e semplice. Che in un’epoca di frammentazione delle narrazioni, di micro-blogging, di ironia e sobrietà tecniche, non dovrebbe preoccupare più di tanto. Finirà tutto in caciara, come nella migliore commedia all’italiana. Senza neanche il lusso del sorriso amaro, ma pazienza. Dovrebbe essere così. Però…

Proprio perché gli ultimi mesi sono stati così rapidi, effervescenti, tumultuosi, al punto che molti forse si sono sentiti alienati rispetto al proprio tempo, scavalcati da innovazioni che non sanno neanche comprendere – figuriamoci controllare –, proprio per questo, forse un film saprebbe essere incredibilmente rassicurante, palingenetico quasi. Saprebbe ricomporre tutte le fratture, le frustrazioni, le difficoltà della vita ai tempi della crisi. Saprebbe fornire di nuovo un sogno in cui credere.

Spero di no.