
Scrive Agota Kristof:
Ja è stato il primo suo libro che ho letto. L’ho prestato a diversi amici dicendo che non avevo mai riso tanto leggendo un libro. Me l’hanno restituito senza essere riusciti a leggerlo fino in fondo, tanto questa lettura sembrava loro “demoralizzante” e “insostenibile”. Quanto all’aspetto “comico” del testo, proprio non riuscivano a vederlo. È vero che il suo contenuto è terribile perché questo “ja” è sì un “sì”, ma un sì alla morte, e perciò un no alla vita. Tuttavia, che lo voglia o no, Thomas Bernhard vivrà eternamente per servire d’esempio a tutti coloro che pretendono di essere degli scrittori. (Agota Kristof, L’analfabeta. Racconto autobiografico).
Ja parla di uno scienziato austriaco che si è progressivamente isolato dal mondo e dalle relazioni umane, vivendo rinchiuso nella sua casa, in un piccolo paese dell’Austria, dedicandosi unicamente ai suoi studi sugli anticorpi, a Schopenhauer e a Schumann. Progressivamente scivolato nella depressione, si decide a confessare la propria condizione di “infermità psicoaffettiva” a Moritz, un suo amico agente immobiliare. Ma proprio nel momento della confessione, in casa dell’amico fa la sua comparsa una coppia, uno svizzero e una persiana che hanno appena acquistato un terreno proprio da Moritz. L’incontro sembra casuale, ma acquisterà un significato sempre più profondo e segnerà una svolta nella vita dello scienziato, che inizierà una frequentazione a base di conversazioni “filosofiche” con la persiana, la quale a sua volta sta attraversando un periodo di profonda crisi. Gli incontri con la donna riaccenderanno la voglia di vivere dello scienziato e lo aiuteranno a tornare ai suoi studi e alle sue letture. La persiana non troverà invece nello scienziato quella partecipazione e comprensione umana che pure lei gli aveva offerto, e si toglierà la vita.
La narrazione è tutta compresa nel monologo interiore dello scienziato. Un monologo analitico e raziocinante, che tenta di sezionare, catalogare ed etichettare, burocraticamente, ogni aspetto della sua condizione esistenziale, psicologica ed affettiva.
In verità, prima che gli svizzeri comparissero qui, sono stato costretto a vivere per mesi, a casa mia, in uno stato di apatia nel quale per la maggior parte del tempo è possibile ormai soltanto l’autoanalisi ed è impensabile dedicarsi a un lavoro, per non parlare di un lavoro scientifico, mesi nei quali, in aggiunta, mi sono svegliato sempre immerso nella più terribile autoanalisi per estenuarmi completamente in questa terribile autoanalisi. (Thomas Bernhard, Ja, Guanda, p.14).
L’autoanalisi dello studioso di scienze naturali va avanti inesorabile, pagina dopo pagina, tentando di comprendere e spiegare, con gli strumenti della ragione e della filosofia, le cause della propria incapacità di relazionarsi, di lavorare, di vivere. La scrittura di Bernhard si svolge in spire sempre più strette. I periodi si snodano, lunghissimi, asfissianti. Anche i temi ritornano, ciclicamente, ma il nucleo dell’attenzione resta sempre lo stesso. Lo studioso non vede altro che se stesso. E anche nelle persone che incontra, cerca solamente un riflesso di sé. La comprensione umana, l’empatia, che lo studioso cerca nella persiana, in lui è totalmente assente.
Ja è costruito come una spirale, non rivolta verso l’alto, ma verso il basso. Una discesa agli inferi dantesca. Un inferno fatto di questo costante, inutile e a tratti irritante, chiacchiericcio, al cui fondo sta il punto più oscuro, l’incomprensibile, il suicidio e la morte. La zona oscura del linguaggio, quello che sta oltre il silenzio. Il silenzio della persiana, fatto di incomprensione, di alterità, di oltranza. Non capita dal compagno, non ascoltata, straniera in una terra straniera, inaccettata anche dallo scienziato, inaccolta. La persiana è l’istanza che non può essere accolta, pena la perdita del proprio status. È una figura che opera solo in negativo, lo sfondo del successo dello svizzero.Una vita senza amore, unicamente rivolta a spingere avanti la carriera del compagno, architetto, costruttore di centrali elettriche. Una presenza costante, umbratile, ma sempre genuflessa, sacrificata perché sacrificabile, perennemente stretta nel suo cappotto di agnello, con il bavero alzato. “Un’esistenza come meccanismo sacrificale umanamente possibile, penso” (p. 90). L’agnello sacrificato all’altare delle ambizioni e della carriera del suo compagno – non marito – che alla fine si vendicherà della sua presenza ingombrante, castrante, e per rimuovere l’oggetto del suo senso di colpa, comprerà un terreno freddo e umido per costruirci una casa per la vecchiaia.
Lei sarebbe dovuta andare ad abitare nella casa disumana dietro al cimitero e dietro al bosco, da lui progettata contro di lei, nella casa più spaventosa che si potesse immaginare. Ormai non si poteva far altro che tacere su tutto e attendere completamente insensibile, osservando senza senso e senza scopo, totalmente priva di influenza riguardo al suo futuro (p. 93).
Una casa-tomba per la persiana, colpevole di essersi donata a lui, rinfacciandogli così la propria inadeguatezza. E lo scienziato replicherà lo schema. Cercherà nella donna solo uno schermo su cui proiettare se stesso, una sponda dove trovare conferme alle proprie manie, uno strumento per i propri fini. L’esposizione alla malattia della persiana, sarà la chiave della sua guarigione. Sarà lei a dargli gli anticorpi, sarà il vaccino per la sua depressione.
Lo svizzero è il doppio dello scienziato. Le loro azioni sono speculari, dalla scelta di vivere in Austria, benché entrambi la trovino inospitale e barbarica, alla volontà di ritirarsi per la vecchiaia, la scelta di un luogo calmo e isolato, l’incapacità di ascoltare, di aprirsi. Di fronte a questa disturbante e ambigua doppiezza, la persiana non potrà che scontare la propria pena. L’Austria di Bernhard è selvatica, barbarica, chiusa. Non lascia possibilità a chi si trova nella condizione di straniero. È una heimat spietata, una matrigna crudele, che ricorda un po’ quella di Ingeborg Bachmann, anche lei stretta nell’impossibilità di tornare a casa.
Bernhard ridicolizza il modernismo e i suoi feticci. Il suo Ja fa il verso al monologo di Molly Bloom, e al suo Yes finale, rovesciandolo e parodiandolo ferocemente. Se Joyce fondava la sua estetica sulla fiducia cieca nelle possibilità della lingua, Bernhard, al pari di Beckett ma per una strada completamente diversa, porta la lingua ad incontrare i propri punti morti, la fa precipitare nel pozzo scuro del non-dicibile, del perturbante, la spinge incontro alla stupidità della ratio, ridotta a mero cicaleccio, un insetto che vola intorno a una lampada. Anche le medicine della cattiva coscienza borghese, Schopenhauer e Schumann, vengono ridotti a macchiette, panacee ormai incapaci di affermare e svelare alcunchè, un romanticismo troppo stiracchiato, un’esistenzialismo di maniera, incapace di vedere e di narrare l’irrappresentabile.
E qui sta l’immenso e velenoso umorismo di Bernhard. Nel fare di un inetto il proprio campione. Tutto il racconto è basato su un doppio registro, i fatti per come vengono narrati e ciò che essi nascondono in realtà, e questa ambivalenza non viene mai colta dallo studioso di scienze naturali. Il suo continuo e petulante monologare non coglie mai la verità dietro i gesti, le scelte, le parole o i silenzi degli altri. Assillantemente concentrato su se stesso, gli sfuggono totalmente gli eventi che pure si snodano davanti a lui – e parallelamente sfuggono al suo linguaggio. Le sue ellissi cognitive sono fedelmente riportate dal suo saltellante balbettìo, dalla sua sintassi per asindeto, alogica, in continuo accumulo, ma che non porta mai a conclusioni certe. Lo studioso si contraddice, afferma di essere odiato da tutti poi di essere apprezzato per le sue qualità, dice di odiare la città, poi di amarla, poi di nuovo di odiarla. Si convince che la venuta degli svizzeri non sia stata casuale, poi afferma che ciò è assurdo, poi torna a carezzare l’idea – ma gli sfuggono totalmente le reali ragioni della loro presenza in paese, anche avendo tutte le prove davanti agli occhi. Lo svizzero viene descritto come uno sciocco, un originale, uno che compra un pessimo terreno senza neanche pensarci. Solo alla fine, quando ormai è troppo tardi, lo studioso riuscirà ad afferrare per intero il suo disegno.
C’è una distanza forte e marcata tra Bernhard e il suo personaggio, una distanza fatta di una feroce, selvaggia, ironia. Non c’è pietà per lui, né empatia, mai. Tutta l’empatia e la compassione sono rivolte alla donna, ai suoi silenzi fragorosi, al rumore e allo sconcerto di quella sua unica parola, quell’ultimo “sì”. In questo sta l’adesione di Agota Kristof a questo modello. La scrittrice ungherese, che sa che cosa significa vivere in una lingua straniera, vede in quello Ja l’affermazione di ciò che non può essere detto da nessun’altro. Uno scandalo del linguaggio, non solo il sì alla morte, ma il fatto di averlo narrato. Questo deve fare lo scrittore per Agota, dire l’indicibile.
Quando due giorni dopo sono tornato alla casa totalmente abbandonata, neppure finita a metà e già in rovina sul prato umido, mi è venuto in mente di aver detto alla persiana durante una delle nostre passeggiate nel bosco di larici che oggi molti giovani si tolgono la vita e che la società in cui questi giovani sono costretti a vivere non ne capisce assolutamente il motivo, e di punto in bianco e nella mia maniera davvero brutale avevo chiesto a lei, alla persiana, se un giorno anche lei si sarebbe tolta la vita. Al che lei si era limitata a ridere e aveva detto Sì. (p. 103)