What’s the purpose of your trip?

settembre 20th, 2010 § 0 comments § permalink


What’s the purpose of your trip?

Mi chiede la ragazza al banco della dogana. Soppesando il passaporto.

Che domanda.

Come risponde la gente di solito?

Come si fa a rispondere?

Viaggio per andare via. E per tornare.
Per attraversare le onde del destino.
Viaggio per arrivare fino al termine della notte.
Viaggio perché voglio vedere la guerra, da vicino.
Viaggio perché sono un mercenario.
Viaggio perché devo.
Viaggio per me stesso, perché sono un egoista.
Viaggio per annegare l’avventura e la sua nausea nella nera ansietà della notte.
Viaggio per ritornare al paese natale.
Viaggio per confermare tutto quello che già so.
Per aprire la mia mente all’ignoto e all’imprevedibile.
Perché è la missione attorno cui ruota tutta la mia esistenza.
Perché mi fa sentire figo.
Perché è pericoloso ma non troppo.
Perché questo viaggio serve a farmi dormire la notte, a farmi venire a patti coi miei sensi di colpa, ad appagare il mio sbiadito senso della giustizia.
Viaggio perché sono un perdente. Un cane alla catena.
Viaggio perché voglio provare emozioni forti.
Perché voglio vedere l’esotico oriente, respirare i fumi dei narghilè, assaggiare l’hummus e i falafel, rubare l’aroma delle spezie e degli incensi, incontrare lo sguardo di misteriose donne velate, contrattare con i mercanti di seta.
Viaggio per le vittime, i muri, i ghetti, i lager.
Perché vedere chi sta peggio di me mi aiuterà a tirare a campare.
Viaggio per chi non sa, non può o non vuole.
Viaggio perché Dio lo vuole.
Per incontrare l’altro, mio simile.
Perché voglio andare oltre gli stereotipi, immagini di pietra, e arrivare all’immagine di me stesso che è riflessa negli occhi dell’altro.
Viaggio perché sono un cane sciolto.
Perché voglio capire. Capire l’incomprensibile, l’oscuro formicolante coacervo di cui è fatta la realtà.
Perché voglio schierarmi.
Perché la battaglia del popolo palestinese è anche la mia.
Perché lo scandalo del genocidio è anche il mio. Lo scandalo di ogni genocidio.
Perché è la grande battaglia della mia generazione.
Perché al termine del viaggio c’è un segreto che devo carpire.
Perché è questo che faccio per vivere, è il mio lavoro.
Perché sento che devo, sento che è giusto, sento che se non lo facessi non sarebbe lo stesso.
Perché sento che c’è una massa paludosa e oscura di discorsi che ripetono se stessi, di verità sprofondate, di violenza oscena, scandalosa.
Perché è a me stesso che devo rispondere. Ed essere responsabile significa affacciarsi alla presenza di tutti gli altri.
Perché mi sento fortemente a disagio, tirato per la giacca, incongruente, fuori posto, incapace di intervenire e insicuro sul futuro, scettico su progetti di pace che nessuno realisticamente fa, desideroso di andare oltre e inabile a farlo, carico di rabbia contro gli attori di questa messinscena, carico di amore per le persone che pagano un prezzo, che sempre pagano un prezzo.

Come si fa a rispondere a questa domanda?

Tourism. Of course.

Aida, aiwa

settembre 16th, 2010 § 0 comments § permalink




Il campo profughi di Aida, gestito dall’Onu, si trovava vicino Betlemme. Non era affatto come me lo ero immaginato. Uno si immagina le tende, le baracche, gli sfollati, le scene apocalittiche da telegiornale della sera. Invece no. Questo era un quartiere, periferico, fatto di case, apparentemente non troppo diverso da tutto il resto. In effetti molti edifici erano sventrati. Poche macchine, nessun negozio. C’erano un paio di botteghe aperte, senza alcun cartello o insegna. Si vedeva la merce dalle porte e finestre aperte. Esposte su semplici scaffali. Qualche bambino faceva capolino dalle finestre. Ci guardavano. Erano curiosi. Eravamo una curiosità. Poca gente in giro. Probabilmente erano tutti a riposare a quell’ora. Era anche Ramadan.

Vicino al Muro c’erano cumuli di immondizia. Una vera e propria discarica. Il Muro era ricoperto di graffiti. Tutti inneggiavano alla fuga. Scale, porte, finestre. Mi ricordarono i murales che avevo visto in una prigione, molti anni prima. Sull’entrata principale c’era una gigantesca chiave. Messa lì quando Papa Giovanni Paolo II venne qui in visita. C’erano ancora delle scritte che lo ricordavano. Scritte molto amichevoli, di benvenuto. Non capivo se c’era una qualche amara ironia. Forse no.

Visitammo un centro culturale. “Beautiful Resistance“. Bella Resistenza. Il concetto mi conquistò subito. Mi affascinava il binomio, che per me era quasi un ossimoro. La Resistenza – vero leit motiv di tutta la cultura palestinese contemporanea – poteva essere virata in una dimensione estetica. Poteva essere combattuta con le armi del teatro e della fotografia. Poteva essere rivolta prima di tutto verso se stessi, per cambiare la propria mente e le proprie idee.

Il ragazzo con cui parlammo ne era convinto. Era sicuro, anche lui, che la strada per uscire da lì passasse prima di tutto dalle menti delle persone. Disse che era responsabile dei corsi di teatro. Era un trainer. Faceva teatro da 12 anni. Ora ne aveva 21.

Anche io alla sua età facevo teatro. Anche io ero così dannatamente sicuro. Ma io non vivevo in un campo profughi. Mi sentii vicino, nell’incomparabilità delle nostre esistenze. Ero l’unico, forse, a sentirsi così. Parlammo, sul tetto dell’edificio. Aveva ventuno anni. Io venticinque, in quel momento. Forse me ne sentivo qualcuno di più. Lui doveva sentirsene molti di più. Si vedeva. Devi crescere in fretta. Devi anche stare attento alla direzione in cui cresci. Credo che ne fosse consapevole. C’era una sensazione che mi scivolava intorno, lì per lì non l’afferrai. Poi compresi. Quel ragazzo mi era superiore. Era un mio senpai. Pur essendo più grande di età, sentivo che io avevo da imparare da lui, e non viceversa. Mi sarebbe piaciuto vedere i loro spettacoli. Assistere alle prove, partecipare magari. Non perché da qualche parte sta scritto che è politicamente corretto, che è così che si fa, ma perché lo desideravo davvero. Volevo vedere come intendevano il teatro in quel posto del mondo. Cosa ci riversavano, quanto sangue.

Forse è un luogo comune, ma pensai sinceramente che avrei potuto imparare molto in quel posto. I campi profughi sono i laboratori in cui si creano le idee del futuro, dicono molti pensatori postcoloniali. Ed è sicuramente vero, data l’eccezionalità delle condizioni di vita, culturali, politiche, sociali, storiche. I ragazzi nati in quei luoghi portano addosso i geni della rivoluzione creola, della società ibrida che forse verrà o non verrà mai.

Ma in quel momento non pensai a niente di tutto questo. Mentre sedevamo nella loro sala prove, sentii che quelle mura trasudavano sudore, pathos. Era un luogo che parlava. C’erano degli specchi. Una televisione con videoregistratore e dvd. Alcuni disegni appesi alle pareti. Fotografie. Poco illuminato. Forse pure un po’ squallido. Ma nonostante l’ordinarietà dell’aspetto, era rovente. Lo sentivo. E poi la decisione nello sguardo del ragazzo. Il suo stare lì di fronte a noi. Con le spalle dritte. Le braccia composte, i gesti precisi. Si vedeva che era abituato alla scena. I suoi movimenti erano calcolati. Era un attore nato, anche se nessuno l’avrebbe pensato vedendolo.

Quando stavamo per lasciare la stanza, dei ragazzini e delle ragazzine fecero capolino dalla porta. Erano più giovani ancora. Adolescenti. Di sicuro facevano parte della compagnia. Erano curiosi di vedere chi fosse venuto a vedere la loro sala prove. Provai immediatamente un moto di simpatia per loro.

Fu tutto questo che mi fece nascere il desiderio di saperne di più, di stare lì con loro, di partecipare. Quel campo profughi mi rimane impresso non come un luogo di miseria e degrado, ma come un luogo di fervore, di creazione, di creatività. Molto più di tutte le università che io abbia visto.

Avevo scritto Aiwa inizialmente, non Aida. Aiwa significa sì, in arabo.

Aida, il luogo del sì.

Il campo profughi è popolato da migliaia di persone, sfollati dai villaggi palestinesi di tutta l’area circostante Betlemme. Villaggi demoliti dagli israeliani perché edificati in area C, per fare posto alle colonie o per ragioni di sicurezza. Ci sono migliaia di rifugiati palestinesi nei campi profughi come quello di Aida, non solo in Palestina, ma anche in Libano, Siria, Giordania. La diaspora palestinese.

Aiwa. Dire sì.

Quella del rifugiato è forse la più infima delle condizioni esistenziali. Sono in un limbo. Hanno case che non sono le loro. Non sanno per quanto potranno rimanerci. Non hanno lavoro. I bambini vanno a scuola grazie a progetti dell’Onu o cose simili. Fino a poco tempo fa non potevano neanche uscire dal campo, ad Aida. Il cancello di ferro con i tornelli c’è ancora. Abbandonato. È una micidiale condizione di de-soggettivizzazione, di alienazione, di abbandono morale.

Ad Aida però non ho visto vittime.

Aiwa, sì.

Myanmar

giugno 21st, 2010 § 0 comments § permalink

La sera del black-out Mary uscì tardi dal lavoro. Era stanca morta. Aveva passato una giornata tremenda. Il capo era stato molto più bastardo del solito. Ed era così almeno da una settimana, lo avevano notato anche le altre. Andava avanti e indietro, ficcava il naso ovunque. Si sentivano il suo caldo fiato sul collo. Mary e le altre non osavano fiatare. Lavoravano a testa bassa. Cercavano di mimetizzarsi. Ma la cosa non era normale. Non era così prima. Ci doveva essere qualcosa sotto.
Non che Mary avesse voglia di pensarci, ora. Era troppo stanca. Le gambe erano pesanti, pesanti, e anche gli occhi. E anche le mani. E le braccia. Si sentiva pesante e triste e dolorosa. Non riusciva a pensare a niente. Neanche al suo ragazzo che la aspettava a casa, se non si era già addormentato, e con cui si sarebbe presto sposata, forse, se le cose si mettevano un po’ meglio. Neanche alla loro bella casetta, che era un vero casino, perché non aveva mai abbastanza tempo per fare le pulizie. Sua madre avrebbe scosso la testa, disapprovando. Non aveva voglia di pensare neanche a tutte le altre cose che non aveva abbastanza tempo per fare. No, non poteva pensarci.
Era buio. Non c’erano nemmeno troppe macchine. D’altronde a quell’ora la gente se ne stava a casa. La gente normale. Solo i poveracci come lei andavano in giro a quell’ora. Beh, forse era un po’ esagerata. Non era proprio una poveraccia… Non lo sapeva nemmeno lei cosa fosse. Non a quell’ora, comunque. Di sicuro erano pochi quelli che si fidavano a girare di sera tardi. Si guardò intorno. Non c’era nessuno. Forse. Stava passando proprio vicino ai primi alberi della foresta. Più periferia di così. Nessuno l’avrebbe aiutata qui, nessuno. Ma tanto che doveva succedere? Cosa potevano rubarle? Accelerò il passo. Era troppo stanca anche per preoccuparsi degli stupratori. La settimana prima avevano stuprato una ragazza. Glielo avevano detto al lavoro. Non qui, però, qualche chilometro più avanti. I giornali non avevano detto niente. Non gliene fregava niente a nessuno. I giornali non dicevano niente.
Ora Mary attraversava un piccolo parco, illuminato da due lampioni. C’erano solo un paio di panchine rotte e un’altalena arrugginita che si lamentava a ogni soffio di vento. E lo chiamavano parco. La targhetta d’ottone diceva così. Aveva persino un nome. Suo figlio verrà qui a giocare. Un giorno, non troppo lontano, forse. Mary ora non vedeva niente, oltre al quadrato di terra dove poggiava i piedi. C’erano stupratori in città. Proprio nel suo quartiere. Bisognava stare attente. Chi l’avrebbe protetta?
La luce del lampione tremò, come stuzzicata da un soffio di vento. Mary si guardò intorno di scatto. Niente. Che stupida che sono, si disse. Probabilmente un calo di tensione. Proprio una stupida. Continuò a camminare e a fissare il quadratino, che diventava sempre più piccolo. Sono solo una stupida. Devo essere forte. Devo essere una donna forte e coraggiosa. Un altro tremolo del lampione. Gli alberi erano sempre lì, alla sua sinistra, a nemmeno venti metri. Le ombre là dentro erano lunghe e nere. Si immaginò di entrarci, per qualche assurdo motivo. Dove i rami graffiavano ed erano freddi e neri. Dove animali pericolosi potevano mordere, graffiare. C’erano serpenti, in quel buio. Veloci. Neri. Per quale motivo dovrei entrarci? Per scappare. Si disse.
Nessuno l’avrebbe protetta.
Ma ormai vedeva la fine dei giardinetti, un parcheggio, qualche auto, altri lampioni, delle case, finestre buie. Altri refoli di vento. Le cime degli alberi ondeggiarono. Anche la sua gonna. Le arrivò qualche sillaba portata dall’aria. Di nuovo si voltò di scatto, senza smettere di camminare. Niente. Di nuovo una voce, forse due. Affrettò il passo, ora correva quasi. Sentiva la gola secca e dura. Le scarpe di gomma non facevano rumore sull’asfalto. Non c’era nessuno in giro, nemmeno una luce a una finestra, un’auto. Niente. Sentì ancora le voci. Erano due, erano dietro di lei. Sentì uno sghignazzo, non capiva una parola. Si avvicinavano. Ne sentì anche altre, alla sua destra, alla sua sinistra. Più lontane. Mancavano poche centinaia di metri a casa. Risate. Alla fine di quella strada doveva svoltare a destra ed entrare nella sua via. A quel punto era fatta. Gli alberi frusciavano, crepitavano. Le voci correvano velocissime. Mary corse, più veloce che poteva. Svoltò nella sua via. Si vedeva già la sua casa, piccola, avvolta nel silenzio. Le voci si avvicinavano, erano parecchie. Le luci tremolarono, lampioni, finestre, tremolarono ancora. Le scarpe crepitavano sull’asfalto. Mary voleva piangere, voleva urlare, era in preda al panico. Non poteva, non capiva. Poteva solo correre. Le luci tremolarono ancora e poi si spensero, tutte. Le ombre la avvolsero.
MI PRENDERANNO MI STRAPPERANNO I VESTITI E MI FARANNO MALE MI PICCHIERANNO SUL VISO E SULLA BOCCA MI TOCCHERANNO LE TETTE E MI FARANNO MALE E POI LE COSCE MI GRAFFIERANNO MI TOCCHERANNO LA FICA E MI FARANNO MALE E POI ME LO METTERANNO DENTRO UNO DOPO L’ALTRO E MI TERRANNO CHIUSA LA BOCCA E NON POTRÒ URLARE E MI SCOPERANNO FORTE TUTTI QUANTI E NON POTRÒ URLARE E NESSUNO MI SENTIRÀ E NESSUNO MI AIUTERÀ
Mary cadde. Non vedeva più niente, neanche i piedi. Un ginocchio bruciava. Il buio era totale. Non c’era una sola luce intorno a lei. Le case erano grosse nuvole scure. Il cielo era nero e vergine. I suoi occhi spalancati tremavano come fogli di carta. Anche il suo terrore era nero. E le voci si avvicinavano, velocissime. Poteva sentire i passi, l’asfalto che vibrava, i respiri. Erano tanti.
Mary si rialzò. Corse verso casa. Il ginocchio urlava a ogni passo, il sangue caldo scorreva lungo la gamba. Non si voltò a guardare. Ormai erano troppo vicini. Forse la vedevano, forse avevano accelerato. Mary non riusciva a vedere niente. Sentiva le risate, i respiri grossi, i fiati. Il buio si stava appiccicando alle cose. Doveva correre, doveva farcela. Li sentiva, li sentiva. Gli alberi stormivano come una tempesta. Altri ringhi scoppiarono nel buio. Ma la sua casa era vicina, ormai. Riconosceva le crepe nella strada. Era vicinissima.
Come in un film, vide se stessa aprire il cancelletto – NON INCIAMPARE STAI ATTENTA NON INCIAMPARE – attraversare il vialetto ricoperto di ghiaia e erbacce in tre passi, attaccarsi alla maniglia della porta – APRITI APRITI APRITI – aprirla e sbatterla dietro di sé – SONO DENTRO SONO DENTRO E LORO SONO FUORI SONO SALVA SONO SALVA -.
Due mani d’acciaio l’afferrarono per le spalle, Mary vomitò tutta l’aria che aveva nei polmoni e l’urlo le si strozzò nel petto. Non riusciva a liberarsi, non riusciva a respirare, non riusciva a urlare. Si afflosciò, chiuse gli occhi. Era meglio, era meglio così.
Quando li riaprì, Jack, il suo ragazzo, la stava fissando con aria preoccupata.

- Che sta succedendo?
- Mi inseguivano! Volevano me! Volevano farmi…
- Cosa?
- Volevano…
- Che cosa volevano farti?
- Violentarmi.
- Ne sei sicura?
- Sì!
- Come fai a esserlo?
- Lo sono e basta.
- Almeno sai chi erano?
- No… erano tanti, era buio…
- Ah.
- Correvano e urlavano! E c’ero solo io!
- Ne sei sicura?
- Sì!!!
- Come fai a esserlo? Come fai a essere sicura che non ci fosse qualcun’altro?
- …
- Come fai a essere sicura che volessero proprio te?
- …
- Come fai a essere sicura che volessero violentarti?
- C’ero io. Io e nessun altro.
- Ahhh. E chi sei tu?
- Come chi sono?!
- Chi sei?
- Io? Io sono io!
- E cioè?
- Mary!
- Ne sei sicura?
- Certo! Come potrei sbagliarmi?!
- E invece tu non sei Mary.
- Ma che dici?!!
- Mary è la persona che vorresti essere. Ma tu non sei Mary.
- …….
- Come ti chiami? Davvero.
- …….
- Ricordi il tuo vero nome?
- …….
- Non vuoi dirlo?
- ……..Suu Kyi.
- Bene. Suu Kyi. Ora sarà tutto più facile. Perché non volevi ricordare? Riesci a rendertene conto?
- Perché volevo essere diversa. Volevo essere un’altra.
- Esatto! È proprio questo il punto. Volevi essere un’altra. Perché?
- Per essere felice.
- Bene. E perché non riesci a essere felice?
- Perché… perché…
- Avanti.
- Perché non ho niente.
- Perché dici che non hai niente?
- Lo sai… perché.
- Questo atteggiamento non servirà certo a migliorare le cose.
- Non lo so… non lo so…
- Perché?
- È così e basta! Non so niente! Non voglio sapere niente…
- Che altro ricordi?
- Io non esisto. Suu Kyi è solo un nome. Ce ne sono migliaia come me, là fuori.
- I tuoi figli, per esempio…
- Io non ho figli!!!
- Ne sei sicura?
- …
- …
- …
- Sforzati.
- Io… ho…
- Sì?
- Avevo… cinque figli. Tre maschi e due femmine.
- E adesso dove sono?
- Morti.
- Come?
- I maschi sgozzati o fucilati. Le femmine… violentate e sgozzate.
- Chi è stato?
- …la guerra.
- Chi è stato?
- …
- Devi ricordare!
- …
- Avanti!!!
- No! Io non voglio più ricordare! Io non voglio sapere niente!!! Io voglio sparire!!! Io mi chiamo Mary e domattina dovrò andare al lavoro e dovrò arrivare in orario o il capo mi farà una ramanzina, prenderò il caffè con le amiche e spettegoleremo un po’, poi lavorerò fino alla pausa pranzo e allora tornerò a casa dal mio ragazzo e forse faremo l’amore e parleremo del futuro e lui mi dirà ti amo e presto mi chiederà di sposarlo e avremo dei figli e una casa più grande e una macchina e un cane…
- Smettila.
- …
- Sei patetica.
- …
- …
- …io non voglio più…
- Smettila ho detto!!!
- …
- Tanto è finita. È tutto finito. Ormai non resta che uscire. Forza.

Quando Suu Kyi uscì di nuovo, fuori c’era solo Myanmar. Nient’altro che Myanmar.
Era buio. Tutto buio. I lampioni erano spenti, non c’erano auto. Le finestre erano oscure. Si sentivano solo passi, e respiri, nella notte. Gente che camminava. Gente che marciava. Da una nuvola uscì la luna. Era piena, ma la terra rimase scura, l’aria fitta e nera.
Suu Kyi camminò, senza fare rumore. Incrociò altre persone che camminavano. Attraversavano le strade, scavalcavano recinti e siepi. Erano silenziosi, avevano una fretta inesorabile ma non potevano correre. Chissà perché. Ogni tanto si sentivano i passi netti dei soldati, come se bussassero sull’asfalto. Il rombo cupo dei carri. Allora tutti cambiavano direzione, senza dire una parola. Non serviva. Uno alla volta si separarono. Qualcuno si imbucava in qualche porticina arrugginita, qualcuno dietro un cespuglio macilento, o in un’auto parcheggiata, che partiva a fari spenti. Suu Kyi arrivò davanti a un casermone di cemento. La luce dell’alba lo rendeva ancora più grigio. Entrò da una porta laterale. Dentro le altre dormivano ancora. A tentoni trovò la sua branda e si infilò dentro. Aveva pochi minuti per dormire, presto sarebbe suonata. Allora si sarebbero alzate, silenziose e impacciate. Avrebbero raggiunto la fabbrica, a piedi. Avrebbero cucito magliette, o montato bambole, o qualsiasi altra cosa. Fuori era ancora buio. Non sentiva alcun rumore. Niente. Non sentiva niente. I passi dei soldati lungo la palizzata, le voci dei soldati. Forse sarebbero entrati. Forse sarebbe toccato a lei. I volti grigi delle altre. I volti dei suoi figli, perduti. Il ronzio dei carri. Il buio, ancora il buio. Come facevano i turisti a fare foto con quel buio? Che foto venivano fuori? Sorridere, sorridere sempre. Si raccomandavano. Saggi consigli. Oltre la palizzata c’erano passi, occhi grigi. Nessuno guardava. I turisti non vedevano niente, niente. Suu Kyi chiuse gli occhi. Nonostante il sole fosse sorto, fuori era ancora buio. Forse oggi sarebbe toccato a lei.

Pubblicato per la prima volta su Rivista Saudade

Chirurgia

dicembre 17th, 2009 § 0 comments § permalink

Mi fecero entrare in una stanza. Sembrava una stanza d’albergo, anni ’80 forse: tende pesanti di velluto blu, luci al neon, carta da parati rosa. Un lettino bianco. Da qualche parte veniva una musica. Mi resi conto che era una radio: canzoni, chiacchiere brillanti.

Aspettai.

Il medico si affacciò da una porta scorrevole che non avevo notato. Mi disse di spogliarmi, che mi avrebbero dato qualcosa. “Qualcosa”, disse. Rimasi in mutande.

Aspettai.

Entrò un’infermiera. Una figa. Non me l’aspettavo, mi imbarazzai. L ei mi fece subito capire che non ne avevo motivo: non era solo fredda, era come se non stesse guardando una persona, ma un mucchio di carne, ossa, capelli.

Mi diede un camice in una busta di plastica. Anche il camice era di plastica. Appoggiai i piedi nudi sulle mattonelle. Non avevo paura.

Aspettai.

Mi fecero entrare in un corridoio. Poi in una stanza con un lettino e una sedia. Luci al neon, e tanta roba che non conoscevo. Andai dritto al lettino.

Mi misero comodo, mi spalmarono delle cose fredde sul petto, sulla gamba, sentii la puntura di un ago, non avevo voglia di guardare. Ancora non avevo paura. Non avevo nemmeno voglia di chiedere niente. I medici erano silenziosi, facevano il loro lavoro. La radio si sentiva anche qui. Passarono una canzone che mi piaceva. L’ascoltai. Poi mi infilarono qualcosa di gelido nella pancia. Ma il dolore fu rovente. Non me l’aspettavo. Urlai. Il medico di destra mi guardò da sopra la mascherina. Sembrava che cercasse di capire se facevo finta. “È l’anestesia, non ha preso bene..” fece.

Aspettai.

Altre cose gelide nella pancia, altre urla. Non mi guardarono più. Vedevo una massa blu che si staccava dal lampadario e che volteggiava in giro per il soffitto. I due sembravano molto indaffarati a cercare qualcosa. Attraverso il dolore sentivo delle cose che non avevo mai sentito prima. Mi toccavano dove non ero mai stato toccato. Voltai la testa dall’altra parte. L’infermiera era seduta su una specie di poltrona da dentista. Non perdeva una mossa, ogni tanto prendeva un appunto. Era veramente bella. Nel delirio provocato dal dolore, mi venne in mente che era un peccato che fosse così perduta.

Aspettai.

Ma ormai il tempo andava per conto suo. Non lo capivo più. Fantasticavo sulle forme colorate che volavano sul soffitto. Era come se anche le fitte di dolore si fossero messe a giocare lassù, erano solo più cupe e pesanti. Avevano la forma di cunei d’ombra. Mi venivano in mente vecchie filastrocche: “Sotto il ponte ci son tre bombe…” Delle urla mi distrassero. Erano le mie? Chissà. L’infermiera se n’era andata. Forse era in pausa. Dov’ero? “Passa il lupo e non le rompe”. I medici erano altissimi, sembravano gli alieni dei film americani. O delle statue greche. “Passa il re e ne rompe tre”. All’inizio un po’ di curiosità ce l’avevo, ma poi era passata. Potevano farmi quello che volevano, tanto sarei morto. Le forme chiare e quelle nere giocavano sul soffitto. “Passa la regina e ne rompe una dozzina”. Avevo la bocca impastata, come se avessi mangiato una manciata di sabbia. Che sbornia che sarà stata! Ragazza, posso avere un bicchiere d’acqua? L’infermiera era tornata, ma distolse appena lo sguardo dai suoi appunti, poi scrisse qualcos’altro.. chissà se mi aveva sentito? “Passa il reggimento e ne rompe cinquecento.” Finita.