Personalmente, ero convinto che il western fosse definitavamente terminato con Dead man (1994). Cos’altro si poteva aggiungere al genere, dopo il suo acido e visionario, cupo e bellissimo, capitolo terminale?
Un Johnny Depp che ripercorre le orme di tutti i pistoleri del passato, ma al contrario. Dall’est industriale e civilizzato verso la frontiera, l’ovest, incontro a un destino tragico e inesorabilmente predestinato. Ma non solo. Johnny Depp-William Blake (omonimia non casuale ma cercata e ambiguamente sfruttata) stralunato contabile, fuori luogo in un mondo fatto di violenza crepuscolare e straniata, si lascerà dietro di sé una scia di sangue e di cadaveri, incontrerà un nativo pellerossa e, sotto la sua guida, sceglierà di diventare anche lui un nativo a tutti gli effetti. Jarmush traccia così la curva finale della parabola del genere (cosa che aveva tentato anche Costner con Balla coi lupi – pure ingiustamente sottovalutato dalla critica – ma che era riuscita solo parzialmente), far passare l’eroe bianco della frontiera dall’altra parte, dalla parte delle vittime, dalla parte dei morti. L’eroe non è più colui che uccide, ma colui che è responsabile della propria morte. Un film fenomenale, bellissimo, in ogni cosa. Dal bianco e nero alla colonna sonora di Neil Young, dalle inserzioni poetiche a quelle iper-realistiche.
Cosa si poteva aggiungere dopo un film così? Eppure, ci hanno provato. Di alcuni tentativi ibridi come Cowboys and aliens, non si può dire granchè. A me è sembrato un videogioco trasportato su pellicola. Tutta la sceneggiatura è da videogame, a partire dalla sequenza iniziale: personaggio misterioso si risveglia in mezzo al deserto con un misterioso bracciale al polso, sopraggiungono dei tipacci che vengono rapidamente spazzati via; inizia così un viaggio ricco di colpi di scena per scoprire la verità. Dejà-vu? Beh, sì. Non sarebbe del tutto un male in fondo, se poi lo spettacolo fosse all’altezza, ma gli attori sembrano capitati lì per caso (anche se Olivia Wilde come prostituta da saloon fa la sua figura e pure Harrison Ford come ex-colonnello sudista non è male come idea). Peccato.
Molto belli invece Quel treno per Yuma (2007) e Il grinta (2011). Belli entrambi per il loro essere delle consapevoli riletture contemporanee del genere, e quindi problematiche e controverse. Pare che proprio per questo motivo a Sir V.S. Naipaul non siano molto piaciuti, preferendo loro pellicole più robustamente classiche, meno depotenziate. E detto da un “nativo”, naturalizzato britannico, fa impressione.
Comunque, in entrambi è centrale la tematica della giustizia. Una violenta tensione morale attraversa tutto Quel treno per Yuma, rendendolo intrigante però per la sua ambivalenza. Il contadino che si offre di scortare il bandito per ottenere il rispetto della moglie e del figlio, la coppia Bale-Crowe che offre momenti di grande cinema, il romanticismo dell’amicizia impossibile, il cinismo della realtà sempre presente. Il sacrificio, anche qui, appare necessario, ma non banale, non inevitabile.
Il film dei Coen – e come tale, andrebbe studiato fotogramma per fotogramma alla ricerca di indizi, come si faceva con Kubrick – è incentrato sulla bambina-donna che cerca giustizia per l’uccisione del padre. E se rileggiamo questa frase scomodando Lacan, forse capiamo dove volevano andare a parare i fratelli, anche alla luce di un altro filmetto semi-western come Non è un paese per vecchi. Dove sta la giustizia dopo la morte-del-Padre? Se lo chiedono anche il vecchio Rooster Cogburn detto appunto il Grinta, alcolizzato cacciatore di taglie (Jeff Bridges in questa fase della sua carriera non sbaglia un film) e il ranger texano Matt Damon, impacciato e maldestro, eppure anche lui venato di un certo romanticismo paradossale ma autentico.
Entrambi questi film sono remake di grandi western classici, senza però essere delle riproposizioni baldanzose e in definitiva inconcludenti dei bei tempi andati, ma neanche sono scialbe parodie alla Tarantino. L’epoca del tramonto dell’eroe impone un pedaggio. Neanche il politically correct si può del tutto ignorare, ma può diventare un’occasione per aprire ulteriori fertili crepe nel discorso, come anche è successo con Brokeback mountain. Un Western ormai aperto, un post-genere, influenzato e influenzabile, ma anche ricco di spunti di interesse e di una forte vis polemica. Non mi lamenterei troppo se non ci sono più la mascella granitica di John Wayne e una fida Colt per uccidere indiani e malfattori.
