1Q84 è un romanzo piuttosto stupefacente sotto diversi punti di vista. È difficile da catalogare, da collocare in un genere specifico. Si sottrae all’interpretazione, alla lettura facile e risolutiva, richiedendo uno sforzo ermeneutico continuo e anche una notevole apertura da parte del lettore. Perché il centro dell’ultimo romanzo di Murakami Haruki (prima il cognome, secondo l’uso giapponese) è proprio lui, il lettore.
1Q84 (la Q si riferisce sia alla parola Question, sia alla pronuncia giapponese del numero 9, kyu) si apre con Aomame, una giovane donna, carina ed elegante, che rimane bloccata nel traffico a bordo di un taxi sulla tangenziale di Tokyo. Per non mancare ad un appuntamento importante, decide di seguire il consiglio del tassista e di scendere per la scala d’emergenza della tangenziale. Qualcosa che, normalmente, nessuno farebbe. Ma il suo appuntamento è troppo importante e pretende una scelta inconsueta. L’altra linea narrativa segue invece Tengo, un giovane insegnante di matematica e ghost-writer, perseguitato da un’immagine latente: quando aveva un anno e mezzo circa, vide sua madre insieme a un uomo che non era suo padre. Una scena che era troppo piccolo per poter ricordare, ma che pure non smette di ossessionarlo. A Tengo il suo editor chiede di riscrivere il romanzo di una giovane esordiente, per riuscire così a vincere un concorso prestigioso. Tengo vorrebbe rifiutare, ma qualcosa nel romanzo della bellissima Fukaeri lo convince ad accettare.
Il romanzo nel romanzo, la mise en abyme dell’atto della narrazione, sembra aprire la porta a un mondo diverso da quello che i personaggi (e i lettori) conoscono. Riscrivendo la storia il 1Q84 si distacca dal 1984 e comincia a vivere di vita propria, fino a fagocitare ogni pretesa di incredulità e ogni principio di realtà. Ma anche noi dobbiamo ricordarci dell’avvertimento che il tassista rivolge ad Aomame: “Non si lasci ingannare dalle apparenze. La realtà è sempre una sola”. Anche l’irruzione del fantastico, la smagliatura nel tessuto connettivo della realtà, quello che rifiutiamo di considerare come reale e di fronte a cui ci arrestiamo, anche quello è reale.
La lettura di 1Q84 è disturbante perché obbliga il lettore a tenere sempre i piedi in due staffe. Non ci permette di abbandonarci al piacere dell’evasione, ma neanche risolve o spiega le derive dalla realtà, lasciandoci tornare a un regime narrativo più risolutivo e rilassante. Siamo sempre un po’ di qua e un po’ di là. Così seguiamo le sue digressioni sulle manifestazioni studentesche degli anni ’70, sulle sette, sull’editoria e sulle arti marziali, poi senza preavviso ci troviamo di fronte ai Little people e alla loro crisalide d’aria. Murakami non vuole perdersi nessuno per strada e abbonda di spiegazioni a volte ridondanti e noiose. Ma quando c’è da spargere veleno, da inquinare le tracce e gettare fumo negli occhi, lo fa con sottigliezza estrema e precisione chirurgica. Inserisce tra le righe i puntelli che slabbrano i confini tra i due mondi, ma senza farsi scoprire, come un ago invisibile, infilato nella pelle.
Murakami cita gli anni ’80 del postmoderno, ma i suoi riferimenti sono ben altri: Orwell e il suo 1984 prima di tutto, l’onnipresente Kafka per il senso di spaesamento cognitivo, di confusione dei riferimenti logici e narrativi, ma anche il connubio tra fantastico e thriller dello slipstream e di Stephen King. E su tutti, Murakami cita se stesso: le nebbie e i crepuscoli, i personaggi impantanati e in attesa, la malinconia pervasiva e velenosa della metropoli, resa ancora più appariscente nel suo stile conciso e diretto, senza fronzoli, eppure sempre allusivo e inquietante.
