Sta per uscire su Sky la serie prodotta da HBO dedicata alle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, una delle saghe fantasy di maggior successo degli ultimi anni. Colgo l’occasione per fare alcune osservazioni sul primo romanzo di Martin (A game of trones) e sul fantasy in generale. Nel fare questo mi ricollego ad alcune preziose fonti come questo post del blog di Loredana Lipperini e questo di Wu Ming.
Va subito detto – e dato merito a Dr Manhattan – che l’edizione Mondadori è quantomento disinvolta, spregiudicata e sciatta. Disinvolta e spregiudicata per l’aver diviso a metà i primi quattro romanzi della saga, senza una reale necessità a mio giudizio, se non quella di monetizzare; sciatta per la notevole presenza di refusi e per una traduzione non certo brillante (l’abuso di termini come “istoriato” e “ruscellare” dice tutto) che certo non aiuta a farsi un’idea sul reale valore del testo.
Il primo romanzo del ciclo, A game of trones, (che in italiano trovate quindi diviso in due: Il trono di spade e Il grande inverno) è uscito nel 1996, seguito poi dagli altri, A clash of kings, A storm of swords, A feast of crows, A dance with dragons, che sta per uscire anche da noi. Mi sembra molto interessante che anche quest’opera sia riuscita a saltare il muro del genere per arrivare al grande pubblico. Dico anche perché negli ultimi anni sono state diverse le opere del genere fantasy ad avere un enorme successo anche oltre il gruppo più ristretto degli appassionati, basti pensare a Harry Potter, Le cronache di Narnia e il sempreverde Tolkien. Di sicuro è un momento in cui il fantasy è di moda, ma non per questo tutti i romanzi fantasy sbancano le vendite e vengono tradotti in film, serie tv, videogiochi, fumetti, ecc.
Questo romanzo non si discosta molto da altre opere del genere. Neanche stilisticamente porta grosse innovazioni; l’ho trovato una lettura piacevole, molto incalzante, però un po’ troppo incartata in certe formule ripetitive, in tic come le continue descrizioni di abiti e cibi, che dopo un po’ non danno più un senso di realismo ma sembrano piuttosto delle etichette intercambiabili. Però su questo piano non mi sbilancio troppo per quanto detto prima sulla traduzione.
I temi sono diversi, ma trattati in modo abbastanza superficiale. Martin non ha la profondità di Tolkien, la sua ricchezza di piani di lettura, le componenti filosofiche ed etiche. Mi sembra molto simile a tanti altri romanzi d’azione o di avventura moderni: tutto incentrato sulla narrazione, sull’incalzante susseguirsi di eventi e colpi di scena. Ai personaggi è stato riservato un notevole spazio dedicato all’approfondimento psicologico, ma risultano lo stesso abbastanza manierati, prevedibili. Generici e bidimensionali, soprattutto. Anche questo rimanda a una narrativa di facile fruizione. E in ogni caso, il focus è talmente rivolto alla costruzione della suspense e del colpo di scena – praticamente uno per ogni capitolo, ma come ormai fanno tutti – che i processi interiori dei personaggi vengono seguiti fino a un certo punto e poi saltati a piè pari, anche per non rivelare troppo al lettore.
Detto questo, l’aspetto più convincente del romanzo è proprio la trama. L’immersione non è immediata: ci vuole un po’ per presentare un mondo che è vasto, piuttosto articolato e coerente. Ma una volta partito, non si riesce a smettere di leggere. Devi sapere che cosa succede dopo, e poi dopo, e poi dopo. Qui sta la forza di Martin, secondo me, nella narrazione.
Le cronache del ghiaccio e del fuoco sono ambientate in un mondo medievaleggiante, diviso in diversi regni, con diverse famiglie nobili tutte in lotta per il potere. Inoltre ci sono diversi nemici esterni che si preparano a fare la propria comparsa. La prima chiave di lettura del romanzo è proprio il game of trones. “Quando si gioca al gioco del trono, o si vince o si muore. Non esistono terre di nessuno” dice uno dei personaggi del libro. Tutti partecipano alla sanguinosa lotta per il potere, nessuno può tirarsi fuori e vivere in una pacifica neutralità. La guerra e il conflitto sono l’unica possibile condizione per chi sceglie di schierarsi, non necessariamente per il potere, anche per la giustizia. La pace è solo un’illusoria e momentanea pausa prima dell’incursione di nemici ancora peggiori. Risulta affascinante anche la costruzione di un mondo geo-politicamente coerente, con le sue fazioni, i suoi schieramenti, i suoi giochi di alleanze e tradimenti, strategie e compromessi, che rispecchiano una certa visione contemporanea della politica.
Inoltre, in questo mondo le stagioni hanno durata variabile. È un altro aspetto centrale: l’estate che dura da dieci anni sta finendo e l’inverno sta per arrivare. Winter is coming è l’altro leit motiv del romanzo. L’inverno significa asperità, durezza del vivere, sofferenza, morte. Il romanzo di Martin è costantemente percorso da questo senso di minaccia, di pericolo incombente. Ma non è solo un fatto climatico o politico. L’inverno metaforizza tutte le angosce, le paure, i desideri frustrati e inesprimibili. Tutti i personaggi sembrano sperimentare una condizione di irrisolutezza, di mancanza, di empasse, che si troveranno poi a fronteggiare concretamente nel corpo del nemico, ogni volta diverso ma ogni volta ugualmente crudele e inespressivo. Unico baluardo contro la morsa invernale sono i rapporti umani e famigliari, l’amore per i propri fratelli – veri o elettivi. Ma questi rapporti verranno continuamente messi a dura prova.
Ogni conquista umana è costantemente esposta alla minaccia, al crollo, alla distruzione totale. Eppure in Martin non troviamo né l’asciutto e rigoroso senso morale delle ruins di Eliot, né la constatazione per niente consolatoria di Yourcenar secondo la quale “alla lunga qualunque costruttore non edifica che un crollo”. In Martin c’è il gusto della minaccia. E questo discorso ci porta al centro della questione. Perché si leggono questi romanzi?
Si legge Martin, o altro fantasy, quando abbiamo bisogno di provare sensazioni forti. Lotte per il potere, guerra, uccisioni, sangue, scene di violenza (anche su bambini) e di sesso, incesto. È un mondo a tinte forti, che offre stimoli intensi e palpitanti, il brivido del pericolo, della minaccia, della perversione. Sensazioni da gustare, senza sensi di colpa, perché in fondo resta tutto nell’universo diegetico della finzione, nell’altrove magico e lontanissimo. Come è giusto che sia, e lo dico sul serio.
Ma dove sta allora la specificità del fantasy? Questo discorso si potrebbe fare anche per il noir, per il thriller, per il pulp, praticamente per tutto.
Per rispondere a questa domanda, mi appoggio ad Aldo Carotenuto e al suo magistrale Il fascino discreto dell’orrore. Psicologia dell’arte e della letteratura fantastica. Secondo Carotenuto, il contenuto magico, misterioso, soprannaturale, è l’immagine di un’istanza rovente del soggetto, esternalizza cioè le ambivalenze rimosse ma attive presenti nella psiche del soggetto (del personaggio, ma ad un livello superiore anche dell’autore e del lettore). Il phantasma, il prodotto della fantasia, è l’immagine che racchiude una zona repressa del desiderio, una scissione dell’io, un’area oscura e profonda che non è possibile esprimere pienamente a parole ma che è possibile fantasticare. È però necessario fare una distinzione tra i generi: fiabesco e fantastico (e poi anche fantascientifico) non sono la stessa cosa: “Se il fiabesco è un universo “meraviglioso” che si affianca al mondo reale senza sconvolgerlo e senza intaccarne la coerenza, il fantastico invece rivela uno “scandalo”, una lacerazione, un’irruzione nel reale di elementi ad esso estranei” (Carotenuto, p. 23). Il fantasy ha più in comune con il genere fiabesco che con il fantastico di Poe, Lovecraft, Hoffmann, James, perché costituisce un mondo rigidamente separato dal nostro regime di realtà. Anche se poi molte opere offrono questa contaminazione dei generi e dei piani di realtà, come lo stesso Harry Potter del resto, ma anche Terry Brooks nel suo Ciclo di Landover e altri ancora.
Martin presenta un mondo ermeticamente chiuso e separato dal nostro. Che sia proprio questo il segreto? Un mondo in cui possiamo fuggire, evadere. Un’alterità che ci offre ciò che desideriamo nel profondo. Letteratura d’evasione nel senso più vero del termine: escapismo, fuga, temporanea ma vera, dalla realtà. Perché la maggior parte della gente nella propria vita non riesce a provare quelle sensazioni e quelle emozioni. Perché ci sono pulsioni nascoste e da nascondere, desideri proibiti eppure autentici, che trovano così un facile e sicuro sfogo. L’immedesimazione è resa facile anche dalla costruzione del romanzo. I personaggi si muovono in un mondo di spade e castelli, ma sono moderni come noi, hanno la nostra stessa mentalità, i nostri desideri, le nostre paure.
Anche Tolkien spinge i suoi lettori a divorare le pagine e ad entrare nel gioco della fascinazione, ma, a differenza di Martin, pone anche chi legge in quella particolare e rarissima condizione di nostalgia di un mondo perduto, che è anche al tempo stesso nostalgia per l’esperienza perduta della lettura. In questo faccio mio il pensiero di Armando Gnisci: quando si legge Il signore degli anelli, si desidera che non finisca mai. E contemporaneamente si è consapevoli anche di un altro aspetto. Non sarà più possibile ripetere l’esperienza di leggere Il signore degli anelli per la prima volta. Si potrà ovviamente rileggerlo decine di volte, ma non sarà mai come la prima volta. La grande letteratura fantasy è veramente imparentata con il mondo delle fiabe, perché ne ha ereditato l’incantamento e la magia della narrazione.
