Non si può negare che Malick impartisca ogni volta delle sonore lezioni di cinema. The tree of life ha una trama esile, appena un filo, evanescente. Pochissimi dialoghi e pochissime parole in generale. Un uso largo ed evocativo della voce fuori campo. Metafore ardite, forse troppo: la natura, la vita, quella del cosmo, quella di una famiglia, di un uomo, il segreto, il mistero, Dio. Un film basato sulla musica, soprattutto sacra, costruito come una fuga di Bach. Temi che si rincorrono, si sovrappongono, digressioni, riprese.
La vita di un uomo è come la vita di un mondo intero? Nascita, infanzia, adolescenza, maturità. E su tutto, l’onnipresente mistero della morte. Ogni fase sempre in bilico su un crinale, sottile ed onnipresente: la via della natura e la via della grazia. Il padre e la madre. La legge e l’amore. La severità, la forza. La dolcezza, l’empatia. Confrontarsi con la duplicità della vita significa perdersi, smarrire la via. Percorrerla tutta fino in fondo sarà l’unico modo per ritrovarsi.
Un film fatto soprattutto di immagini sospese, eteree ma incredibilmente potenti. La forza della pura immagine. Sempre in movimento, fluida, movimenti di macchina oscillatori, che cullano, scivolano. Ogni fotogramma ha un suo movimento interno, una sua costruzione, una vertigine.
Non c’è prosa in questo film. È solo poesia. E la poesia è il mistero della sua propria enunciazione. Un tema troppo ampio, troppo elevato, impossibile da esaurire, da risolvere. Un film che allude e che vela. Getta fumo negli occhi, non rivela. Non può.
Diceva Virginia Woolf, parlando del cinema: “Esiste dunque un qualche linguaggio segreto che possiamo sentire e vedere ma non pronunciare?”