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	<title>Diego Vitali</title>
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	<description>&#34;Perché il fantastico è vero, naturalmente. Non è reale ma è vero. I bambini lo sanno.&#34;</description>
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		<title>Appunti sparsi e persi sul Salone del Libro di Torino</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 17:48:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica]]></category>
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		<description><![CDATA[1)      Ci sono bei libri. Cioè, la qualità media dell’offerta libraria mi sembra piuttosto elevata. Negli stand ho visto molti prodotti pregevoli, belle copertine, grafiche curate. Soprattutto alcuni piccoli (come i NEI, Nuovi editori indipendenti) offrono soluzioni audaci e accattivanti. Mi sono fermato con interesse in un sacco di posti. Ma 2)      Non tutti fanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diego-vitali.it/critica/appunti-sparsi-e-persi-sul-salone-del-libro-di-torino.html/attachment/salone-del-libro-2012-default/" rel="attachment wp-att-464"><img class="aligncenter size-full wp-image-464" title="salone-del-libro--2012-default" src="http://diego-vitali.it/wp-content/uploads/2012/05/salone-del-libro-2012-default.jpg" alt="" width="620" height="320" /></a></p>
<p>1)      Ci sono bei libri.</p>
<p>Cioè, la qualità media dell’offerta libraria mi sembra piuttosto elevata. Negli stand ho visto molti prodotti pregevoli, belle copertine, grafiche curate. Soprattutto alcuni piccoli (come i NEI, Nuovi editori indipendenti) offrono soluzioni audaci e accattivanti. Mi sono fermato con interesse in un sacco di posti. Ma</p>
<p>2)      Non tutti fanno sconti.</p>
<p>Siamo al Salone, ci sono centinaia di stand, migliaia e migliaia di libri. Se potessi li comprerei tutti. Ma ovviamente, non si può. Ho anche speso dieci euro per entrare. E fateli ‘sti sconti, no? Alcuni li fanno, bravi.</p>
<p>3)      Alcuni vendono, altri no.</p>
<p>Questo fa riflettere. Forse rispecchia le dinamiche del mercato italiano o forse è solo un fatto di salone, ma ci sono stand presi d’assalto, preda di orde di isterici shopaholic, come Sellerio, Adelphi, Einaudi, e altri malinconicamente deserti. Non lo so perché. Conviene spendere 50 euro per libri di editori “sicuri”, ma che troveresti anche su Amazon scontati o sotto casa, o meglio investire nella novità, nell’editore indipendente che magari ti offre una chicca? Non lo so, ma chi risolve questo problema vince il banco.</p>
<p>4)      Di digitale, c’erano alcune cose interessanti.</p>
<p>Mi è piaciuta la presentazione di  <em>Zagreb</em> di <a href="http://www.arturorobertazzi.it/">Arturo Robertazzi</a>, un romanzo tradizionale che però si estende con contenuti extra sul web e come ebook. Un esperimento innovativo e, secondo me, fecondo. Seguendo la strada tracciata da <em>Matrix</em>, che viveva anche come fumetto, videogioco, sito internet, anime, non si capisce perché un romanzo debba insistere esclusivamente all’interno dei limiti fisici del libro. Si può provare a vedere se la cosa funziona, non è un delitto di lesa maestà. Secondo me funziona.</p>
<p>5)      In generale però, prevaleva l’isteria digitale.</p>
<p>Ho sentito dire cose che fanno riflettere, tipo che torneranno le librerie di legno e i commessi in camice. Cose dette da chi sta nelle stanze dei bottoni dell’editoria. E allora capisco perché va tutto a rotoli. Sì, probabilmente il modello della libreria curata, con personale qualificato, rivolta ai lettori affezionati e forti, può funzionare. Ma non può essere la soluzione. È il frutto di un desiderio più che di un calcolo. Amazon è ancora troppo conveniente per un acquirente, c’è poco da fare. Ma perché gli editori, invece di vederlo come il diavolo, non cominciano a pensarlo come un fattore strategico? Il web <em>è</em> la killer application, anche per i libri di carta.</p>
<p>6)      Nessuno sta neanche provando ad allargare il mercato.</p>
<p>Nessuno. Newton Compton farà anche libri scadenti con politiche spregiudicate, ma ha fatto comprare quei cosi con le pagine a chi non lo faceva <em>da anni</em>. Non è l’unica via, ovviamente. Perché nessuno sta ragionando su questo fatto? Secondo me, perché una volta conquistata la propria nicchietta, è molto più facile proteggerla a ogni costo facendo gli splendidi, che sporcarsi le mani per scoprire nuove strategie. In Italia una vera letteratura popolare non c’è mai stata, ma questo non significa che: a) non ci sarà mai; b) se ci sarà, sarà solo in mano a vampiri, Fabi Voli e Gramellini. E ci si dimentica che per tutti quelli nati dopo la caduta del muro di Berlino, è molto più naturale comprare le cose su ebay che andare in libreria. Non ce lo scordiamo. Smettiamola di misurare il mondo solo su noi stessi.</p>
<p>7)      Un piccolo pensiero cattivo su Twitter.</p>
<p>Era veramente pieno di gente che twittava. Ormai è chiaro che qualunque evento ha e avrà sempre di più una doppia vita: reale e virtuale. E quella virtuale va in scena su Twitter, non su Facebook o altrove, per ora. Però guardando un po’ in giro, mi è sembrato che il trend topic <a href="https://twitter.com/#!/search/realtime/%23salto12">#SalTo12</a> fosse ad uso e consumo degli addetti ai lavori. Blogger, editori, scrittori, opinion maker. Forse non è una cosa sbagliata. Però mi fa pensare. Mi sembra proprio che chi è dentro è dentro, e chi è fuori o sta a guardare famelico, o ignora completamente. Un po’ come nel mondo reale.</p>
<p>8)      I buoni e i cattivi (cioè gli interessanti e i noiosi).</p>
<p>Molto buoni Einaudi, Adelphi, Saggiatore, Isbn, Elliot, Nutrimenti, Voland, Perrone, La Nuova Frontiera, Minimum Fax, Nottetempo, Sellerio, Iacobelli, Raffaello Cortina, e/o.</p>
<p>Cattivelli gli stand che ricreavano l’effetto autogrill o supermercato, quelli con un solo libro esposto e che ti guardano male se non ti fermi, quelli che non rimborsano le spese agli stagisti. Quelli sono proprio stronzi.</p>
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		<title>Wisława Szymborska. Una cerva scritta in un bosco scritto</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 19:36:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[la gioia di scrivere]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<description><![CDATA[“Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?” si chiedeva in una delle sue poesie più belle, La gioia di scrivere, che dà anche il titolo alla raccolta di tutte le sue poesie. Ce lo chiediamo anche noi, insieme a lei, seguendola tra i rami e le parole. Mentre ancora ci si interroga sulle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diego-vitali.it/critica/wislawa-szymborska-una-cerva-scritta-in-un-bosco-scritto.html/attachment/szymb2/" rel="attachment wp-att-459"><img class="aligncenter size-full wp-image-459" title="szymb2" src="http://diego-vitali.it/wp-content/uploads/2012/05/szymb2.jpg" alt="" width="295" height="305" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?” si chiedeva in una delle sue poesie più belle, <em>La gioia di scrivere</em>, che dà anche il titolo alla raccolta di tutte le sue poesie. Ce lo chiediamo anche noi, insieme a lei, seguendola tra i rami e le parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre ancora ci si interroga sulle ragioni di un successo editoriale così clamoroso e travolgente – un librone di poesia polacca che sbanca le classifiche &#8211; Wisława Szymborska sembra essere già stata addomesticata dai critici: gli aggettivi “semplice”, “quotidiana”, “aperta a tutti” si ripetono rassicuranti e garbati. In realtà la questione è un po’ più complessa di così. Dietro al minuetto e all’ironia da limerick, si celano la solitudine di fronte al mistero, il vuoto, il dolore del senso che si oppone all’abisso. Perché allora questa <em>diminutio</em> critica?</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo racchiudere la vicenda italiana di Wisława Szymborska in una parabola che va dai commenti ironici per l’assegnazione del Nobel del ’96 fino all’omaggio postumo (e forse non del tutto disinteressato) della coppia Fazio-Saviano e ai numeri da brivido della sua ultima raccolta, <em>La gioia di scrivere. Tutte le poesie 1945 &#8211; 2009 </em>(Adelphi); ma faremmo un torto a quel grande editore e intellettuale mitteleuropeo che è stato Vanni Scheiwiller, il primo a credere, già dal lontano ’91, in questa piccola signora polacca. Ma Wisława era già da tempo una figura di riferimento in Polonia e si stava facendo un nome sia in Europa che negli Stati Uniti. Nel ’91 riceveva il Premio Goethe in Germania e nel ’95 il Premio Herder in Austria. Il suo non è stato un Nobel da dissidente o da esponente di una minoranza minacciata. La motivazione recita: “<em>per aver creato della poesia che tramite ironica precisione permette di mettere in luce il contesto storico e biologico in frammenti di realtà umana.</em>” Ironia, precisione, storia, biologia, frammenti, realtà umana. Non si può dire che agli accademici di Svezia manchino la concisione e soprattutto la perspicacia.</p>
<p style="text-align: justify;">Stupisce che una sconosciuta poetessa polacca sia piano piano entrata nell’orizzonte culturale di un intero continente. E sorprende anche il fatto che Wisława ci sia riuscita bypassando completamente  i normali percorsi accademici e specialistici, la nicchia in cui la poesia si agita e si riproduce. Pur rimanendo sempre appartata nella sua Cracovia, senza concedere molte interviste e tenendo un’unica rubrica fissa, <em>Letture facoltative</em>, articoli poi raccolti in volume. Una carriera lontana dallo star system della letteratura, dalle comparsate in tv e dai circuiti accademici. Nonostante questo (o forse proprio per questo), riusciva a diventare un’autrice di culto, letta da studenti  di liceo e universitari, professionisti, impiegati, insegnanti, casalinghe, uomini e donne, giovani, anziani, in modo assolutamente trasversale ed esorbitante rispetto a quello che si riteneva essere il pubblico tradizionale della poesia. Wisława Szymborska è un’autrice del cuore, una che si incontra in momenti particolari della vita, una di cui ci si innamora e che poi non si lascia più. Una che si legge anche se non si è mai letto poesia prima d’ora. Questo è stato il suo segreto, la sua anomalia.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, Wisława Szymborska fa parte con pieno merito della lirica moderna europea, da Mallarmè e Rimbaud fino a Artaud e Celan. Tuttavia il pregiudizio critico nei suoi confronti è ancora piuttosto consolidato. Sbaglia chi parla di moda. Questa poesia è diventata veramente popolare, nel senso buono – e spesso misconosciuto – del termine, senza mai smettere di essere elevata. Anzi, ha fatto della speculazione filosofica, esistenziale e morale, la sua <em>extrema ratio</em>. Fatto non ancora riconosciuto pienamente, ma derubricato, messo tra virgolette. Forse proprio perché questa poesia così elementare e canterina, così prosaica e apparentemente frivola, così femminile, casalinga, non sembrava davvero meritevole di attenzione da parte del mondo dell’accademia. E il suo successo non poteva che essere letto come una prova di questa sua dimensione pop. Niente di più sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ragioni di questo fenomeno stanno tutte all’interno delle sue opzioni. Ha svecchiato il linguaggio, rifiutando il sublime e il petrarchismo. Le sue parole sono come le cose di cui parla, quotidiane, concrete, umili anche, casalinghe. E questo è vero. È una poesia urbana e domestica, di tram e sedie della cucina, di gatti e rose. Un paesaggio che rifiuta i registri elevati, ma fa dell’anti-retorica e della critica all’antropocentrismo la sua cifra. Le mitologie della modernità escono non a brandelli, ma ridimensionate, prese in giro, ritratte con un’ironia rovesciante e deliziosa. Le grandi narrazioni, i nazionalismi e la collettività, la metafisica e l’escatologia, vengono tutti rifiutati per il qui ed ora, per il particolare, unico e irripetibile momento presente. Per l’unicità di ogni essere umano, di ogni oggetto, di ogni istante – che però non diventa mai l’eccezione di una regola: lo straordinario è la regola, è la condizione dell’esistenza sulla terra; l’ordine, la norma, la regola, esistono solo nella nostra mente.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, non c’è niente di rassicurante in questa poesia. Lo stupefacente spettacolo del mondo è anche e soprattutto una visione straziante, lacerante, terribile. Wisława non può che assistere alle contraddizioni dell’essere senza poter trovare risposta in nessuna dottrina, in nessuna metafisica. Se si ascolta, la sua voce giunge ammantata di tristezza, di solitudine, sospesa nel vuoto. La signora di Cracovia non prova mai a fornire ricette o panacee, non ci pensa neanche. Troppo viva è la memoria dello stalinismo e della guerra. Il suo dettato è pieno di dignità, di forza, ma nasconde il dolore dell’abisso che non divide, ma circonda; l’impossibilità di ricomporre il quadro. La sua voce non diventa mai grido, urlo disarticolato. Diventa sospiro, accettazione profonda. Si può solo accettare, accogliere l’altro dentro di sé. Fare posto a ciò che è, anche quando ci appare orribile, ributtante. Un senso profondo dell’empatia, dello stare con gli altri, ascoltando le loro storie, rispettando tutte le esistenze, anche le più infime e insignificanti. Quelle degli animali, delle piante, delle pietre. Stare insieme in un mondo controverso e irriducibile, tragico e ridicolo allo stesso tempo; stare insieme perché appartenenti alla specie umana. Opporre la propria dignità e la propria <em>humanitas</em> &#8211; rifiutando l’abbrutimento e il cedimento &#8211; allo spettacolo del disfacimento e della disgregazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lontano dal trauma, lontano dal cuore</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 17:23:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su minima &#38; moralia. Ci sono libri che affrontano questioni centrali con tesi provocatorie ma in qualche modo centrate, se non fosse che arrivano alle loro conclusioni partendo da premesse sbagliate. Nel suo ultimo pamphlet, Senza trauma (Quodlibet) Daniele Giglioli sostiene una tesi che ha fatto discutere: l’onnipresenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su <a href="http://www.minimaetmoralia.it/?p=7397">minima &amp; moralia</a>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ci sono libri che affrontano questioni centrali con tesi provocatorie ma in qualche modo centrate, se non fosse che arrivano alle loro conclusioni partendo da premesse sbagliate.<br />
Nel suo ultimo pamphlet, <em>Senza trauma </em>(Quodlibet) Daniele Giglioli sostiene una tesi che ha fatto discutere: l’onnipresenza del trauma nelle scritture contemporanee, come dispositivo metaforico del tutto svuotato di consistenza, immaginato ma privo di un vero rapporto con la realtà. Da qui deriva una perdita di contatto, un’incapacità della letteratura di mordere davvero la realtà, rifugiandosi nel folle e paradossale inseguimento del reale, la “Cosa” che, secondo Lacan, non può essere simbolizzata, afferrata, detta. Ci si tuffa in un immaginario fatto di estremo e di pulp, un pastiche dai confini slabbrati e paludosi in cui tutto si immerge e si confonde. In questo contesto, il ricorso al trauma è diventato ossessivo, ridondante e del tutto ingiustificato, in quanto nessuno degli autori citati (Saviano, Scarpa, Scurati, Genna, De Cataldo, Ammaniti e molti altri) ne avrebbe fatto realmente esperienza e senza che ciò abbia la minima rilevanza. Il trauma è una modalità di accesso, un modus scribendi, a prescindere dalla sua effettiva esistenza. Quindi, se tradizionalmente il trauma costituisce lo strappo che impedisce di parlare, che riduce al silenzio, adesso sembra essere diventato l’unica condizione ammissibile di espressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto dalle conclusioni, che sono la parte più condivisibile del lavoro di Giglioli. La letteratura vive sotto il ricatto dell’immaginario, il rapporto tra la scrittura (come atto di responsabilità e di scelta, secondo Barthes) e la realtà è soggiogato e disgregato dalla tenaglia di “scetticismo nichilista” e “realismo ingenuo”, per cui ormai non si può non essere scettici, iper-critici, diffidenti nei confronti di qualunque manifestazione di senso, affermazione, pensiero forte (o anche solo pensiero), ma al tempo stesso beviamo come carta assorbente qualunque enunciato, immagine, video, articolo, post, tweet. Siamo schizofrenici, senza filtri e anaffettivi, bulimici e denutriti. Ingurgitiamo tutto ma non digeriamo nulla, non assaporiamo, non tratteniamo.<br />
Detto questo – una tesi che comunque ha l’unilateralità di una sventagliata di kalashnikov – forse potremmo aggiungere che magari gli scrittori potrebbero (dovrebbero) avere i giusti filtri e la giusta capacità digestiva per eseguire l’operazione di fotosintesi culturale di cui abbiamo bisogno. La letteratura non è questo in fondo? Trasformare l’informe massa linguistica del mondo in frammenti dotati di senso, idee, poesia, bellezza? Nessuno è davvero più in grado di riscattare l’esperienza conferendole un valore positivo e testimoniale? Forse i nostri scrittori (nel senso di italiani) non ne sono capaci, non ci riescono. Forse non ci sono grandi scrittori in questo momento. Potrebbe anche essere, ma, se anche fosse, non è un’affermazione dal tremendo sapore di qualunquismo?</p>
<p style="text-align: justify;">Andiamo a ritroso. Gli scrittori nazionali parlano solo del (attraverso il) trauma. Non si dà scrittura se non tramite la mediazione dell’evento traumatico, che tuttavia è sempre più sognato, immaginato e fantasticato che reale. Nessuno ha un vero e proprio trauma oggigiorno, nel 2012, in Italia. E questa è l’ennesima pestifera moda culturale e letteraria del momento. Non avendo veri traumi, gli scrittori li inventano (autofiction), oppure prendono in prestito quelli della storia recente per calarli nelle strutture apparentemente ineludibili del noir e del giallo, trasmutandone così il realismo e abolendo la forza eversiva del fatto in sé.<br />
Anche qui, bisognerebbe distinguere, analizzare caso per caso. Ma su una cosa non si può sorvolare. “Nessuna delle generazioni che ci hanno preceduto ha conosciuto una situazione di maggior agio. Tutto è cura, tutela, comprensione, diritto alla felicità. La felicità è anzi un dovere” (p. 8). Farei notare en passant che questa è un’epoca di guerre (televisive, mediatiche, ma con morti veri). C’è una crisi che non è costitutita solo dall’ansia virtuale generata dallo spread, ma da fatti dolorosamente reali come licenziamenti, cassaintegrazioni, mutui da pagare, matrimoni che saltano, vite che non si realizzeranno mai, suicidi. Migliaia di suicidi. Nella nostra società ci sono stupri e violenze (soprattutto all’interno della famiglia); dipendenze da alcol, droghe, gioco d’azzardo; malattie fisiche e mentali; discriminazioni, disagio sociale, emarginazione. Tutto questo non è trauma? Non genera trauma? Non viviamo forse quotidianamente (anche in maniera riflessa) l’esperienza del dolore e della ferita?</p>
<p style="text-align: justify;">Altra questione: “Trauma era ciò di cui non si può parlare. Trauma è oggi tutto ciò di cui si parla” (<em>ibid</em>.). Il trauma è una ferita, uno strappo, un’interruzione nella continuità dell’esperienza. Giusto. E quindi esso evoca necessariamente il silenzio, il mutismo coatto, la vittima come larva sacrificale, come infante. Ma è davvero così? Da un punto di vista psicologico prima ancora che letterario, il trauma è necessariamente silenzio? Il trauma è un violento cambiamento, una lacerazione nello status precedente, ma è anche una riorganizzazione, una nuova sintesi (anche disfunzionale, certo) ma non una paralisi. Implica una dolorosa riappropriazione, anche linguistica, un’elaborazione. Non una costitutiva mutilazione del verbo. Anzi, il trauma per essere superato deve passare anche attraverso una riaffermazione verbale del nuovo sé. Primo Levi è stato molto chiaro in proposito, nella sua critica alla mistica del silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo a fare una panoramica forse irrituale ma sana: possiamo tacciare David Foster Wallace o Sarah Kane, contemporanei dei nostri, di non aver subito un vero trauma, di essere schiavi dell’immaginario? Difficile. <em>Zona</em> di Mathias Énard è indebolito o valorizzato dal suo intreccio di letterarietà esibita e di scrittura dell’estremo? La fiction è una condizione, non necessariamente svilente, per la presa della parola. Tabucchi ha scritto “chi testimonia per il testimone?”<br />
Possiamo osservare tutto questo nelle scritture del trauma e della diaspora, dell’esilio e della migrazione. Tornando in Italia (ma un’Italia fecondamente marginale e di confine), autrici come Igiaba Scego, Cristina Ubax Ali Farah o Gabriella Ghermandi non hanno forse scritto attraverso la lacerazione di un mondo di legami familiari, sentimentali, storici e culturali e la ricostruzione di un’identità mobile e diversa, nomade e contrappuntistica (come diceva Edward Said)? Sono libri scritti in italiano (le prime due scrittrici sono anche nate in Italia) ma non fanno parte della letteratura nazionale. Chissà perché.<br />
Il sequestro dell’immaginario da parte dei mass-media è un fatto e informa qualunque tentativo di reazione possibile. È il contesto in cui ci troviamo, inutile nasconderselo. E indubbiamente c’è una stereotipia tematica e stilistica nella letteratura contemporanea, un appiattimento su una superficie scintillante e poco problematica, ma non per questo si può gettare il bambino con l’acqua sporca. È un’epoca di inseminazione e di transizione, come ricorda lo stesso Giglioli, ma ci sono già adesso voci forti e consapevoli, capaci di valorizzare la propria marginalità e vulnerabilità. Sparare a zero contro tutti – per di più portando pochi e generici esempi – significa fare una generalizzazione pericolosa che non giova al dibattito culturale. È un po’ facile così.</p>
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		<title>Eravamo bambini abbastanza di Carola Susani</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 19:55:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sette bambini, macilenti, sporchi, denutriti. Sono stati rapiti. Vengono dalla Russia, dai paesi slavi, dall’Italia. Attraversano l’Europa, verso sud, verso Roma. Sono stati presi, dal Raptor. Un pifferaio magico misterioso e senza età, ascetico e predatorio, senza nome e senza movente. Vivono come straccioni, chiedono l’elemosina, rubano, si prostituiscono. Vengono scambiati per zingari ma non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://diego-vitali.it/critica/eravamo-bambini-abbastanza-di-carola-susani.html/attachment/eravamo-bambini-2/" rel="attachment wp-att-449"><img class="aligncenter size-large wp-image-449" title="eravamo bambini" src="http://diego-vitali.it/wp-content/uploads/2012/04/eravamo-bambini1-765x1024.jpg" alt="" width="470" height="629" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sette bambini, macilenti, sporchi, denutriti. Sono stati rapiti. Vengono dalla Russia, dai paesi slavi, dall’Italia. Attraversano l’Europa, verso sud, verso Roma. Sono stati presi, dal Raptor. Un pifferaio magico misterioso e senza età, ascetico e predatorio, senza nome e senza movente. Vivono come straccioni, chiedono l’elemosina, rubano, si prostituiscono. Vengono scambiati per zingari ma non lo sono. Sono stati scelti, uno per uno. E a loro volta hanno scelto di restare in questo gruppo in cui si parlano tre-quattro lingue, si dorme nelle stazioni e si cammina lungo i binari. In questa famiglia, che ha rapidamente fatto dimentacare le famiglie di origine e in cui nascono simpatie e invidie, fratellanza e un duro senso della giustizia. È il gruppo il cemento di questa strana e minuscola società, questa compagnia di strada, condotta dal malinconico Raptor, che vuole raggiungere Roma, non si sa perché.</p>
<p style="text-align: justify;">La sera si raccontano storie. Si narra, si inventa. Perché i bambini abbiano una voce, è necessaria la loro fuga?</p>
<p style="text-align: justify;">Dai <em>Quattrocento colpi</em> a <em>Oliver Twist</em> fino al <em>Signore delle mosche</em> di Golding, Carola Susani disegna uno spaccato inquietante sul mondo dell’infanzia, sulla sua oscurità, sulla sua irriducibile alterità. Cosa sappiamo dei nostri bambini, dei loro pensieri e desideri? Cosa pensiamo di sapere di loro? Cosa farebbero, se potessero, sottratti al mondo diurno dell’educazione e della famiglia?</p>
<p style="text-align: justify;">Una fiaba dark e inquietante, dalla tremenda durezza. I bambini non ci appartengono. Sono un’espressione vitalistica che non è ancora stata addomesticata – che non può esserlo – sono portatori di desideri estremi e perturbanti, privi del senso edipico del limite. E il limite è il luogo in cui possono esprimersi. Il margine della società, metaforizzato dalle periferie delle città, dalle statali, dalle discariche. Il margine come luogo di autenticità, spazio di libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi è il Raptor? Un Fagin silenzioso e disinteressato, un mistico saturnino e malinconico, costretto alla violenza e pieno di sensi di colpa, un uomo in fuga. Un pifferaio magico, come dice la stessa Susani. Che rapisce il bene più grande della città, i bambini, per portarlì con sé, in fondo al mare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Carola Susani, <em>Eravamo bambini abbastanza</em>, minimum fax</strong></p>
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		<title>Un film anche per Silvio?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 18:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notizia data dal Corriere della Sera è abbastanza forte da cadere dalla sedia. Peccato che il Tg3 ne faccia un servizio di varia tutto giocato su un’ironia abbastanza crassa. Berlusconi sta facendo il film sulla sua storia politica. Dalla discesa in campo del ’94 alla caduta per mano dei tecno-professori. La sua verità, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://diego-vitali.it/critica/un-film-anche-per-silvio-berlusconi.html/attachment/image2/" rel="attachment wp-att-444"><img class="aligncenter size-full wp-image-444" title="image2" src="http://diego-vitali.it/wp-content/uploads/2012/03/image2.jpg" alt="" width="525" height="410" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La notizia data dal Corriere della Sera è abbastanza forte da cadere dalla sedia. Peccato che il Tg3 ne faccia un servizio di varia tutto giocato su un’ironia abbastanza crassa. Berlusconi sta facendo il film sulla sua storia politica. Dalla discesa in campo del ’94 alla caduta per mano dei tecno-professori. La sua verità, la sua versione della storia d’Italia, la sua visione del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra che abbia cambiato già quattro registi, perché nessuno soddisferebbe i suoi severi requisiti. E pare anche che siano nomi grossi. Talmente grossi da fare ombra alla sua impronta storica e politica, e quindi via.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Tg3 non risparmia ironie sul traffico di attrici e attricette per i provini, sulla megalomania tardo-napoleonica del vecchio, sulla dubbia coerenza estetico-artistica del progetto. Se fossimo in un altro posto del mondo, tipo la Florida o l’Islanda, un sorrisino si potrebbe anche fare. Ma, qui e ora, tutto questo rischia di essere del tutto fuori luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna chiarire subito una cosa. Se la notizia è attendibile e se è vero che tale film dovrebbe uscire addirittura in autunno (cioè fra pochi mesi), significa che Silvio prevede elezioni per la primavera del 2013. È così, punto e basta. Immagino che lui sappia cose che noi non sappiamo e immagino anche che non si facciano film solo per soddisfare l’ego senile e crepuscolare degli ex-premier. Immagino anche che le motivazioni squisitamente culturali semplicemente non stiano in piedi. Silvio che vuole rispondere al <em>Caimano</em> di Moretti e a<em> Silvio story</em> di Faenza? Ma de che.</p>
<p style="text-align: justify;">No, questo è un grosso calibro che va a rinforzare la già potente artiglieria mediatica di Mediaset in vista delle future elezioni politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la domanda veramente interessante allora è: perché proprio un film? Perché proprio ora?</p>
<p style="text-align: justify;">Silvio non si è mai troppo curato della settima arte. Non ne aveva bisogno. Da padroncino del tubo catodico, era libero di fare il bello e cattivo tempo. Aveva un dialogo quotidiano, unidirezionale e totalizzante con lo spettatore – che era diventato il <em>suo</em> spettatore. I suoi format hanno rivoluzionato il mezzo e anche il paese stesso, trasmutando il novecentesco e umorale popolo nel più facilmente monetizzabile e prevedibile pubblico. È vero che gran parte della mutazione socio-antropologica avvenuta in questi due decenni si sia giocata davanti alla tv.</p>
<p style="text-align: justify;">Lì regnava praticamente incontrastato, al punto in cui persino le poche aree pseudo-sinistrorse rimaste in realtà facevano il suo gioco. Il framing l’aveva inventato lui, prima ancora di Lakoff. La capacità di imporre sempre e comunque il suo terreno, il suo orizzonte ideologico e culturale, le sue immagini e le sue metafore, il suo linguaggio. Che ben conosciamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se Silvio abbandona la sua roccaforte, il segnale è di estrema importanza. Significa che la roccaforte da sola non basta più. Che la situazione comunicativa (ma anche culturale, ideologica, morale? Non è una domanda retorica) in cui ci troviamo è veramente cambiata. Già da un po’ avevamo visto una grande affluenza di personaggi Mediaset o Pdl su Twitter, Facebook e altri social-media. Ed era un segnale. Gli ultimi mesi sono stati un terremoto. I tweet anticipano sistematicamente le agenzie di stampa. E questo è coerente con lo sviluppo della comunicazione. Siamo sempre più interconnessi, always-on, è naturale che anche la politica piano piano si adegui. Ed è altrettanto ovvio immaginare una coerente strategia massmediatica da parte del team di Berlusconi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il cinema, che forse è il più novecentesco dei media, cosa c’entra? Perché proprio il cinema? Un kolossal encomiastico e revisionista non rischia di apparire tremendamente datato? E un docu-fiction che tenti di rifondare e riscrivere la narrazione degli ultimi vent’anni della nostra storia non rischia di venire immediatamente lasciato in fuorigioco dai video parodici e virali di Youtube? E sul grande schermo le olgettine e le bellezze procaci e volgarotte funzionano ancora? Ma proprio quest’anno che i cinepattoni hanno rumorosamente vacillato e che certi esperimenti, come il kolossal leghista su Federico Barbarossa, hanno evidentemente mancato l’interesse di qualunque pubblico?</p>
<p style="text-align: justify;">Forse proprio per questo. Perché si avvertono degli scricchiolii, che però sono difficili da interpretare. È il ghiaccio che si rompe per l’arrivo della primavera o è la fiancata del Titanic che sta definitivamente cedendo?</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo so. Non ho risposte. Però la notizia porta con sé un alone inquietante. Cinema e propaganda, l’associazione pura e semplice. Che in un’epoca di frammentazione delle narrazioni, di micro-blogging, di ironia e sobrietà tecniche, non dovrebbe preoccupare più di tanto. Finirà tutto in caciara, come nella migliore commedia all’italiana. Senza neanche il lusso del sorriso amaro, ma pazienza. Dovrebbe essere così. Però…</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio perché gli ultimi mesi sono stati così rapidi, effervescenti, tumultuosi, al punto che molti forse si sono sentiti alienati rispetto al proprio tempo, scavalcati da innovazioni che non sanno neanche comprendere – figuriamoci controllare –, proprio per questo, forse un film saprebbe essere incredibilmente rassicurante, palingenetico quasi. Saprebbe ricomporre tutte le fratture, le frustrazioni, le difficoltà della vita ai tempi della crisi. Saprebbe fornire di nuovo un sogno in cui credere.</p>
<p style="text-align: justify;">Spero di no.</p>
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		<title>La notte sarà buona, per quanto priva di sonno &#8211; Olga Campofreda, Caffè Trieste. Colazione con Lawrence Ferlinghetti</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 16:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Sottovoce, sottovoce, lui mi sussurra: tutte queste cose tu le devi scrivere. Non hai bisogno di inventare nient’altro. È esattamente tutto qui. You have to.” Caffè Trieste non è un libro di interviste, come potrebbe sembrare a prima vista. O almeno non solamente. Non è neanche un libro sulla Beat Generation e sulla nostalgia per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://diego-vitali.it/critica/la-notte-sara-buona-per-quanto-priva-di-sonno-olga-campofreda-caffe-trieste-colazione-con-lawrence-ferlinghetti.html/attachment/olga-campofreda-caffc3a9-trieste-perrone-editore-pp-126-10e282ac/" rel="attachment wp-att-433"><img class="aligncenter  wp-image-433" title="olga-campofreda-caffc3a9-trieste-perrone-editore-pp-126-10e282ac" src="http://diego-vitali.it/wp-content/uploads/2012/03/olga-campofreda-caffc3a9-trieste-perrone-editore-pp-126-10e282ac.jpg" alt="" width="237" height="376" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“Sottovoce, <em>sottovoce</em>, lui mi sussurra: tutte queste cose tu le <em>devi</em> scrivere. Non hai bisogno di inventare nient’altro. È esattamente tutto qui. <em>You have to</em>.”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Caffè Trieste</em> non è un libro di interviste, come potrebbe sembrare a prima vista. O almeno non solamente. Non è neanche un libro sulla Beat Generation e sulla nostalgia per una perduta età di poesia e passione. È invece un romanzo di formazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio più grande, quello dell’ingenua retorica beatnik, Olga Campofreda l’ha evitato con intelligenza e onestà. Tutto il suo libro è un confronto con i propri miti letterari (anzi, con la sopravvivenza dei miti) e sulla necessità che vengano ritualmente uccisi, per poter andare avanti e poter così accogliere la loro lezione, ma soprattutto la loro eredità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Caffè Trieste</em> è per metà un reportage narrativo, per metà un libro di viaggio. Che parte da un mancato incontro, a Roma, proprio con Lawrence Ferlinghetti. Il poeta ed editore dei Beat, fondatore della City Lights di San Francisco, la libreria dove si riunivano gli artisti, i poeti e i creativi non solo di tutta la California, ma dell’America intera. Epicentro di quella rivoluzione letteraria, culturale, politica e sociale, che è iniziata nel secondo dopoguerra ed è sfociata nella <em>Summer of love</em> e nelle rivolte studentesche di Berkeley.</p>
<p style="text-align: justify;">Campofreda vola a San Francisco ma ancora una volta manca Ferlinghetti. Lo incontrerà dieci giorni dopo, al Caffè Trieste. In quei dieci giorni esplora il quartiere di North Beach e conosce i suoi poeti, attraversa la città, si perde sul Golden Gate e incontra tassisti e vecchi amici, personaggi sconosciuti o mitici come Jack Hirschmann, il poeta rosso dai grandi baffi bianchi, o come Neeli Cherkovski, amico e biografo di un altro grande irregolare: Charles Bukowski.</p>
<p style="text-align: justify;">È in queste pagine dense di emozioni, di colori e sensazioni forti, che si dipana il romanzo di formazione: il viaggio come incontro con l’altro e confronto con se stessi, mezzo di apprendimento e trasformazione. Gli incontri sono il sale dell’arte e della vita, non le pubblicazioni o le recensioni. La poesia non è uno status o una medaglia al valore, ma è sangue, vita, amicizia. È amore e lotta politica, informale e violenta, capace di generare cambiamento nella vita privata ma anche in quella pubblica. La poesia è aperta, bassa, infinitamente sfuggente, e non può essere rinchiusa nelle mura dei ghetti letterari.<em> Caffè Trieste</em> è anche questo. Stare insieme, conoscersi, bere, parlare, sono modi di fare poesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ferlinghetti alla fine entrerà da quella porta. Ma cosa sarà rimasto del suo mito, della sua ombra, al termine del viaggio? Tutto e niente. La poesia è viva, anche la sua. Quella dell’oggi, del nostro tempo. Non quella dei musei e dei negozi per turisti.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Che di eterno, dal Cammino di Santiago, ci restano le storie lungo la strada. Più dei rituali all’interno del tempio.”</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong>Olga Campofreda, <em>Caffè Trieste. Colazione con Lawrence Ferlinghetti, </em>Giulio Perrone Editore</strong></p>
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		<title>8 Marzo, la violenza sulle donne è un mio problema</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 09:46:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
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		<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
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		<description><![CDATA[La violenza sulle donne non viene compiuta dai fantomatici immigrati clandestini, zingari e romeni. Avviene dentro le mura di casa. Sono i mariti, i padri, i fidanzati, i figli. Lo sappiamo che è così. Tutti possiamo raccontare almeno un caso di nostra conoscenza. Come uomo, questo è un mio problema. Anche il femminicidio è un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La violenza sulle donne non viene compiuta dai fantomatici immigrati clandestini, zingari e romeni. Avviene dentro le mura di casa. Sono i mariti, i padri, i fidanzati, i figli. Lo sappiamo che è così. Tutti possiamo raccontare almeno un caso di nostra conoscenza. Come uomo, questo è un mio problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il femminicidio è un mio problema. Anzi, è una vera emergenza, come mostra <a href="http://jumpinshark.blogspot.com/2012/01/femminicidio-in-italia-fine-dic-2011.html">Jumpinshark</a>. E il femminicidio esiste, è una cosa vera e non una trovata delle solite femministe. I <em>maschi</em> uccidono le <em>donne</em> (non è un refuso lessicale) proprio perché in quanto donne le considerano di loro esclusiva proprietà. I maschi possiedono. La terra, prima grande ossessione. I soldi, le macchine, le case, i cellulari. Le donne, i loro corpi. Sono cose che si possiedono. Si acquistano, si scambiano. Si puniscono, eventualmente. Si distruggono.</p>
<p style="text-align: justify;">È così.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo intorbidare le acque con squallidi discorsi su una presunta diversità biologica o evolutiva, sul fatto che le donne però se la cercano (e poi però una farfallina catalizza l’attenzione di un’intera nazione:  se fosse successo a lei, se la sarebbe cercata?), sull’animosità e l’ideologia di chi cerca di ristabilire una corretta dimensione dei rapporti di forza tra i due sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle aziende del terzo settore, nel volontariato, nelle onlus, lavorano quasi solo donne. Perché sono più portate ad assistere, a prendersi cura? Balle. Perché si pensa che possano sopravvivere anche parecchi mesi senza stipendio. Ci sarà sicuramente un maschio che le mantiene.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è solo un esempio, ma il mercato del lavoro è totalmente sbilanciato e squilibrato e va riformato. Solo se si raggiunge un’effettiva parità nei livelli retributivi e nella qualità dei posti di lavoro, si potrà parlare di una vera parità di diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si comincia dal lavoro, dall’educazione, dalla scuola. Si stigmatizzano le battute da caserma – anche quelle pronunciate dai residenti del Consiglio, era solo pochi mesi fa. Non si tollerano atteggiamenti ambigui. Si censurano giornalisti e opinionisti che, ancora, gettano fumo negli occhi screditando il lavoro serio di chi documenta questo fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sesso non è una merce di scambio, non può esserlo. Se una donna lo rende tale, sta sbagliando. Punto e basta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se lo fa, è perché un maschio le ha fatto credere che otterrà dei benefici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non può essere un discorso portato avanti solo dalle blogger, dalle giornaliste e dalle intellettuali donne. È un problema di tutta la società e quindi anche e soprattutto di noi maschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo fare finta di niente. Il silenzio dei maschi è assordante.</p>
<p style="text-align: justify;">La relazione è un valore, la condizione di espressione del meglio di noi stessi. Tanto nel privato, che nel pubblico. Ma la relazione <em>giusta</em> viene a mancare se mancano rispetto e reciprocità.</p>
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		<title>World Poetry Movement &#8211; Roma, 29 Febbraio</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 11:41:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
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		<category><![CDATA[hirschman]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[world poetry movement]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Se siete interessati alla poesia, ma anche se non lo siete, vi segnalo un evento estremamente interessante. Il World Poetry Movement è un movimento internazionale che vuole portare la poesia fuori dai palazzi delle accademie e dalla polvere dei libri, fino alla gente, alle strade e ai marciapiedi. E&#8217; stato fondato da Jack Hirschman, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/1QPaB0ZTqzg" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<p>Se siete interessati alla poesia, ma anche se non lo siete, vi segnalo un evento estremamente interessante.</p>
<p>Il World Poetry Movement è un movimento internazionale che vuole portare la poesia fuori dai palazzi delle accademie e dalla polvere dei libri, fino alla gente, alle strade e ai marciapiedi. E&#8217; stato fondato da Jack Hirschman, poeta americano legato alla Beat Generation (ma da cui ha anche preso le distanze) e Fernando Rendòn, uno dei più importanti poeti colombiani (Fondatore del festival di poesia di Medellin).</p>
<p>Il World Poetry Movement organizza ogni anno un evento in contemporanea in tutto il mondo. Letture di poesie, reading, happening, flash-mob, seminari, in centinaia di città. Quest&#8217;anno la data è il 29 febbraio.</p>
<p>A Roma il World Poetry Movement si terrà presso &#8220;Le Mura&#8221;, Via di Porta Labicana 24, San Lorenzo. Alle ore 20:30.</p>
<p>Ci sarà la proiezione di un film sulla vita di Jack Hirschman e a seguire un reading poetico.</p>
<p>Per informazioni potete controllare il sito ufficiale del movimento di Roma: <a href="http://worldpoetrymovementroma.wordpress.com/">http://worldpoetrymovementroma.wordpress.com/</a></p>
<p>L&#8217;evento è stato anticipato da un flash-mob, tenutosi a Campo de&#8217; Fiori sabato 25. Vi riporto un video realizzato da <a href="http://www.shoot4change.net">Shoot 4 Change </a>e una <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2012/02/26/foto/roma_la_poesia_scende_in_piazza-30520442/1/">gallery </a>di Repubblica.it.</p>
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		<title>Con stupore e tremori &#8211; Amélie Nothomb</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 10:22:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stupore e tremori, Amèlie Nothomb È il modo di rivolgersi all’Imperatore, secondo l’etichetta. Con stupore e tremori, innanzi al mistero divino dell’autorità. Il corpo del proprio superiore, il potere, cela in realtà il simulacro della morte. È questo il senso profondo del libro di Amélie Nothomb.  Che si stupisce che in Giappone non ci siano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://diego-vitali.it/critica/con-stupore-e-tremori-amelie-nothomb.html/attachment/9788882468972g/" rel="attachment wp-att-409"><img class="aligncenter size-full wp-image-409" title="9788882468972g" src="http://diego-vitali.it/wp-content/uploads/2012/02/9788882468972g.jpg" alt="" width="154" height="240" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.anobii.com/books/Stupore_e_tremori/9788882468972/01c239d3bd75afcd10/"><em>Stupore e tremori</em>, Amèlie Nothomb</a></p>
<p style="text-align: justify;">È il modo di rivolgersi all’Imperatore, secondo l’etichetta. Con stupore e tremori, innanzi al mistero divino dell’autorità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo del proprio superiore, il potere, cela in realtà il simulacro della morte. È questo il senso profondo del libro di Amélie Nothomb.  Che si stupisce che in Giappone non ci siano più suicidi. L’unica scelta onorevole, in una società deprivata del piacere e dell’individualità, in cui l’unica regola è l’assoggettamento, non subìto ma desiderato, volontario e inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’umiliazione peggiore ricevuta dalla giovane belga Amélie, assunta in una multinazionale giapponese, è quella inflitta dal vice-presidente. Mangiare della cioccolata. Devi mangiare. Il tuo corpo e le sue funzioni non ti appartengono. Sei una cosa, appartieni all’azienda. Mangia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è anche una prospettiva interculturale, molto sofferta e totalmente rovesciata. Amélie ama il Giappone, o quello che lei crede sia il Giappone. Il suo desiderio è lavorare in una multinazionale, essere accettata, accolta, valorizzata. Fare parte di una grande azienda, essere parte di. Ma è straniera. È questo il problema. Non può accettare ciò che tutti loro accettano. Non può essere ciò che non è. Inizia un corpo a corpo doloroso e mortale, lo spettro del suicidio riflesso in ogni vetrata, in ogni finestra, in ogni fantasia di precipitare. Licenziarsi è vergogna, sudare è vergogna, spargere il proprio sangue sul selciato è onorevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Amélie cerca la propria via al mondo dell’altro, che pure non fa che sottrarsi, rendersi opaco e impenetrabile. L’altro la rigetta, la sputa via come il corpo estraneo che è. Il suo percorso nella degradazione, nell’umiliazione e nell’annullamento sistematico e sadico della personalità non conosce ostacoli. Amélie non resiste per preservare il proprio io, resiste nonostante il proprio io. L’unica possibilità di rigenerazione e rinascita sarà oltre, dopo il fallimento, dopo la fine, nella scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono stereotipi, ci sono immagini reciproche che si contraddicono. C’è l’amarezza. Amélie scopre il proprio amore deluso e frustrato, scopre che non ha alcuna possibilità di coronare il proprio sogno di integrazione, fusione, incontro. L’altro, mascherato nella grottesca gerarchia dei superiori, la riconoscerà soltanto una volta per quello che è davvero. Il biglietto di congratulazioni per il suo romanzo, scritto dalla sua superiore-aguzzina Fubuki Mori, <em>scritto in giapponese</em>.</p>
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		<title>Il ritorno del Western</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 22:58:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>diegovitali</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a style="text-align: justify;" href="http://diego-vitali.it/critica/il-ritorno-del-western.html/attachment/104805b_dead-man-visore/" rel="attachment wp-att-403"><img class="aligncenter size-full wp-image-403" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="104805b_dead-man-visore" src="http://diego-vitali.it/wp-content/uploads/2012/01/104805b_dead-man-visore.jpg" alt="" width="558" height="320" /></a></p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Personalmente, ero convinto che il western fosse definitavamente terminato con <em>Dead man</em> (1994). Cos’altro si poteva aggiungere al genere, dopo il suo acido e visionario, cupo e bellissimo, capitolo terminale?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Un Johnny Depp che ripercorre le orme di tutti i pistoleri del passato, ma al contrario. Dall’est industriale e civilizzato verso la frontiera, l’ovest, incontro a un destino tragico e inesorabilmente predestinato. Ma non solo. Johnny Depp-William Blake (omonimia non casuale ma cercata e ambiguamente sfruttata) stralunato contabile, fuori luogo in un mondo fatto di violenza crepuscolare e straniata, si lascerà dietro di sé una scia di sangue e di cadaveri, incontrerà un nativo pellerossa e, sotto la sua guida, sceglierà di diventare anche lui un nativo a tutti gli effetti. Jarmush traccia così la curva finale della parabola del genere (cosa che aveva tentato anche Costner con <em>Balla coi lupi</em> – pure ingiustamente sottovalutato dalla critica – ma che era riuscita solo parzialmente), far passare l’eroe bianco della frontiera <em>dall’altra parte</em>, dalla parte delle vittime, dalla parte dei morti. L’eroe non è più colui che uccide, ma colui che è responsabile della propria morte. Un film fenomenale, bellissimo, in ogni cosa. Dal bianco e nero alla colonna sonora di Neil Young, dalle inserzioni poetiche a quelle iper-realistiche.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Cosa si poteva aggiungere dopo un film così? Eppure, ci hanno provato. Di alcuni tentativi ibridi come <em>Cowboys and aliens, </em>non si può dire granchè. A me è sembrato un videogioco trasportato su pellicola. Tutta la sceneggiatura è da videogame, a partire dalla sequenza iniziale: personaggio misterioso si risveglia in mezzo al deserto con un misterioso bracciale al polso, sopraggiungono dei tipacci che vengono rapidamente spazzati via; inizia così un viaggio ricco di colpi di scena per scoprire la verità. Dejà-vu? Beh, sì. Non sarebbe del tutto un male in fondo, se poi lo spettacolo fosse all’altezza, ma gli attori sembrano capitati lì per caso (anche se Olivia Wilde come prostituta da saloon fa la sua figura e pure Harrison Ford come ex-colonnello sudista non è male come idea). Peccato.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Molto belli invece <em>Quel treno per Yuma </em>(2007) e <em>Il grinta </em>(2011). Belli entrambi per il loro essere delle consapevoli riletture contemporanee del genere, e quindi problematiche e controverse. Pare che proprio per questo motivo a Sir V.S. Naipaul non siano molto piaciuti, preferendo loro pellicole più robustamente classiche, meno depotenziate. E detto da un “nativo”, naturalizzato britannico, fa impressione.</p>
<div>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Comunque, in entrambi è centrale la tematica della giustizia. Una violenta tensione morale attraversa tutto <em>Quel treno per Yuma</em>, rendendolo intrigante però per la sua ambivalenza. Il contadino che si offre di scortare il bandito per ottenere il rispetto della moglie e del figlio, la coppia Bale-Crowe che offre momenti di grande cinema, il romanticismo dell’amicizia impossibile, il cinismo della realtà sempre presente. Il sacrificio, anche qui, appare necessario, ma non banale, non inevitabile.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il film dei Coen – e come tale, andrebbe studiato fotogramma per fotogramma alla ricerca di indizi, come si faceva con Kubrick – è incentrato sulla bambina-donna che cerca giustizia per l’uccisione del padre. E se rileggiamo questa frase scomodando Lacan, forse capiamo dove volevano andare a parare i fratelli, anche alla luce di un altro filmetto semi-western come <em>Non è un paese per vecchi</em>. Dove sta la giustizia dopo la morte-del-Padre? Se lo chiedono anche il vecchio Rooster Cogburn detto appunto il Grinta, alcolizzato cacciatore di taglie (Jeff Bridges in questa fase della sua carriera non sbaglia un film) e il ranger texano Matt Damon, impacciato e maldestro, eppure anche lui venato di un certo romanticismo paradossale ma autentico.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Entrambi questi film sono remake di grandi western classici, senza però essere delle riproposizioni  baldanzose e in definitiva inconcludenti dei bei tempi andati, ma neanche sono scialbe parodie alla Tarantino. L’epoca del tramonto dell’eroe impone un pedaggio. Neanche il politically correct si può del tutto ignorare, ma può diventare un’occasione per aprire ulteriori fertili crepe nel discorso, come anche è successo con <em>Brokeback mountain</em>.  Un Western ormai aperto, un post-genere, influenzato e influenzabile, ma anche ricco di spunti di interesse e di una forte vis polemica. Non mi lamenterei troppo se non ci sono più la mascella granitica di John Wayne e una fida Colt per uccidere indiani e malfattori.</p>
</div>
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