“Sottovoce, sottovoce, lui mi sussurra: tutte queste cose tu le devi scrivere. Non hai bisogno di inventare nient’altro. È esattamente tutto qui. You have to.”
Caffè Trieste non è un libro di interviste, come potrebbe sembrare a prima vista. O almeno non solamente. Non è neanche un libro sulla Beat Generation e sulla nostalgia per una perduta età di poesia e passione. È invece un romanzo di formazione.
Il rischio più grande, quello dell’ingenua retorica beatnik, Olga Campofreda l’ha evitato con intelligenza e onestà. Tutto il suo libro è un confronto con i propri miti letterari (anzi, con la sopravvivenza dei miti) e sulla necessità che vengano ritualmente uccisi, per poter andare avanti e poter così accogliere la loro lezione, ma soprattutto la loro eredità.
Caffè Trieste è per metà un reportage narrativo, per metà un libro di viaggio. Che parte da un mancato incontro, a Roma, proprio con Lawrence Ferlinghetti. Il poeta ed editore dei Beat, fondatore della City Lights di San Francisco, la libreria dove si riunivano gli artisti, i poeti e i creativi non solo di tutta la California, ma dell’America intera. Epicentro di quella rivoluzione letteraria, culturale, politica e sociale, che è iniziata nel secondo dopoguerra ed è sfociata nella Summer of love e nelle rivolte studentesche di Berkeley.
Campofreda vola a San Francisco ma ancora una volta manca Ferlinghetti. Lo incontrerà dieci giorni dopo, al Caffè Trieste. In quei dieci giorni esplora il quartiere di North Beach e conosce i suoi poeti, attraversa la città, si perde sul Golden Gate e incontra tassisti e vecchi amici, personaggi sconosciuti o mitici come Jack Hirschmann, il poeta rosso dai grandi baffi bianchi, o come Neeli Cherkovski, amico e biografo di un altro grande irregolare: Charles Bukowski.
È in queste pagine dense di emozioni, di colori e sensazioni forti, che si dipana il romanzo di formazione: il viaggio come incontro con l’altro e confronto con se stessi, mezzo di apprendimento e trasformazione. Gli incontri sono il sale dell’arte e della vita, non le pubblicazioni o le recensioni. La poesia non è uno status o una medaglia al valore, ma è sangue, vita, amicizia. È amore e lotta politica, informale e violenta, capace di generare cambiamento nella vita privata ma anche in quella pubblica. La poesia è aperta, bassa, infinitamente sfuggente, e non può essere rinchiusa nelle mura dei ghetti letterari. Caffè Trieste è anche questo. Stare insieme, conoscersi, bere, parlare, sono modi di fare poesia.
Ferlinghetti alla fine entrerà da quella porta. Ma cosa sarà rimasto del suo mito, della sua ombra, al termine del viaggio? Tutto e niente. La poesia è viva, anche la sua. Quella dell’oggi, del nostro tempo. Non quella dei musei e dei negozi per turisti.
“Che di eterno, dal Cammino di Santiago, ci restano le storie lungo la strada. Più dei rituali all’interno del tempio.”
Olga Campofreda, Caffè Trieste. Colazione con Lawrence Ferlinghetti, Giulio Perrone Editore


