Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. Alcune riflessioni sul fantasy.

ottobre 31st, 2011 § 0 comments § permalink

Sta per uscire su Sky la serie prodotta da HBO dedicata alle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, una delle saghe fantasy di maggior successo degli ultimi anni. Colgo l’occasione per fare alcune osservazioni sul primo romanzo di Martin (A game of trones) e sul fantasy in generale. Nel fare questo mi ricollego ad alcune preziose fonti come questo post del blog di Loredana Lipperini e questo di Wu Ming.

Va subito detto – e dato merito a Dr Manhattan – che l’edizione Mondadori è quantomento disinvolta, spregiudicata e sciatta. Disinvolta e spregiudicata per l’aver diviso a metà i primi quattro romanzi della saga, senza una reale necessità a mio giudizio, se non quella di monetizzare; sciatta per la notevole presenza di refusi e per una traduzione non certo brillante (l’abuso di termini come “istoriato” e “ruscellare” dice tutto) che certo non aiuta a farsi un’idea sul reale valore del testo.

Il primo romanzo del ciclo, A game of trones, (che in italiano trovate quindi diviso in due: Il trono di spade e Il grande inverno) è uscito nel 1996, seguito poi dagli altri, A clash of kings, A storm of swords, A feast of crows, A dance with dragons, che sta per uscire anche da noi. Mi sembra molto interessante che anche quest’opera sia riuscita a saltare il muro del genere per arrivare al grande pubblico. Dico anche perché negli ultimi anni sono state diverse le opere del genere fantasy ad avere un enorme successo anche oltre il gruppo più ristretto degli appassionati, basti pensare a Harry Potter, Le cronache di Narnia e il sempreverde Tolkien. Di sicuro è un momento in cui il fantasy è di moda, ma non per questo tutti i romanzi fantasy sbancano le vendite e vengono tradotti in film, serie tv, videogiochi, fumetti, ecc.

Questo romanzo non si discosta molto da altre opere del genere. Neanche stilisticamente porta grosse innovazioni; l’ho trovato una lettura piacevole, molto incalzante, però un po’ troppo incartata in certe formule ripetitive, in tic come le continue descrizioni di abiti e cibi, che dopo un po’ non danno più un senso di realismo ma sembrano piuttosto delle etichette intercambiabili. Però su questo piano non mi sbilancio troppo per quanto detto prima sulla traduzione.

I temi sono diversi, ma trattati in modo abbastanza superficiale. Martin non ha la profondità di Tolkien, la sua ricchezza di piani di lettura, le componenti filosofiche ed etiche. Mi sembra molto simile a tanti altri romanzi d’azione o di avventura moderni: tutto incentrato sulla narrazione, sull’incalzante susseguirsi di eventi e colpi di scena. Ai personaggi è stato riservato un notevole spazio dedicato all’approfondimento psicologico, ma risultano lo stesso abbastanza manierati, prevedibili. Generici e bidimensionali, soprattutto. Anche questo rimanda a una narrativa di facile fruizione. E in ogni caso, il focus è talmente rivolto alla costruzione della suspense e del colpo di scena – praticamente uno per ogni capitolo, ma come ormai fanno tutti – che i processi interiori dei personaggi vengono seguiti fino a un certo punto e poi saltati a piè pari, anche per non rivelare troppo al lettore.

Detto questo, l’aspetto più convincente del romanzo è proprio la trama. L’immersione non è immediata: ci vuole un po’ per presentare un mondo che è vasto, piuttosto articolato e coerente. Ma una volta partito, non si riesce a smettere di leggere. Devi sapere che cosa succede dopo, e poi dopo, e poi dopo. Qui sta la forza di Martin, secondo me, nella narrazione.

Le cronache del ghiaccio e del fuoco sono ambientate in un mondo medievaleggiante, diviso in diversi regni, con diverse famiglie nobili tutte in lotta per il potere. Inoltre ci sono diversi nemici esterni che si preparano a fare la propria comparsa. La prima chiave di lettura del romanzo è proprio il game of trones. “Quando si gioca al gioco del trono, o si vince o si muore. Non esistono terre di nessuno” dice uno dei personaggi del libro. Tutti partecipano alla sanguinosa lotta per il potere, nessuno può tirarsi fuori e vivere in una pacifica neutralità. La guerra e il conflitto sono l’unica possibile condizione per chi sceglie di schierarsi, non necessariamente per il potere, anche per la giustizia. La pace è solo un’illusoria e momentanea pausa prima dell’incursione di nemici ancora peggiori. Risulta affascinante anche la costruzione di un mondo geo-politicamente coerente, con le sue fazioni, i suoi schieramenti, i suoi giochi di alleanze e tradimenti, strategie e compromessi, che rispecchiano una certa visione contemporanea della politica.

Inoltre, in questo mondo le stagioni hanno durata variabile. È un altro aspetto centrale: l’estate che dura da dieci anni sta finendo e l’inverno sta per arrivare. Winter is coming è l’altro leit motiv del romanzo. L’inverno significa asperità, durezza del vivere, sofferenza, morte. Il romanzo di Martin è costantemente percorso da questo senso di minaccia, di pericolo incombente. Ma non è solo un fatto climatico o politico. L’inverno metaforizza tutte le angosce, le paure, i desideri frustrati e inesprimibili. Tutti i personaggi sembrano sperimentare una condizione di irrisolutezza, di mancanza, di empasse, che si troveranno poi a fronteggiare concretamente nel corpo del nemico, ogni volta diverso ma ogni volta ugualmente crudele e inespressivo. Unico baluardo contro la morsa invernale sono i rapporti umani e famigliari, l’amore per i propri fratelli – veri o elettivi. Ma questi rapporti verranno continuamente messi a dura prova.

Ogni conquista umana è costantemente esposta alla minaccia, al crollo, alla distruzione totale. Eppure in Martin non troviamo né l’asciutto e rigoroso senso morale delle ruins di Eliot, né la constatazione per niente consolatoria di Yourcenar secondo la quale “alla lunga qualunque costruttore non edifica che un crollo”. In Martin c’è il gusto della minaccia. E questo discorso ci porta al centro della questione. Perché si leggono questi romanzi?

Si legge Martin, o altro fantasy, quando abbiamo bisogno di provare sensazioni forti. Lotte per il potere, guerra, uccisioni, sangue, scene di violenza (anche su bambini) e di sesso, incesto. È un mondo a tinte forti, che offre stimoli intensi e palpitanti, il brivido del pericolo, della minaccia, della perversione. Sensazioni da gustare, senza sensi di colpa, perché in fondo resta tutto nell’universo diegetico della finzione, nell’altrove magico e lontanissimo. Come è giusto che sia, e lo dico sul serio.
Ma dove sta allora la specificità del fantasy? Questo discorso si potrebbe fare anche per il noir, per il thriller, per il pulp, praticamente per tutto.

Per rispondere a questa domanda, mi appoggio ad Aldo Carotenuto e al suo magistrale Il fascino discreto dell’orrore. Psicologia dell’arte e della letteratura fantastica. Secondo Carotenuto, il contenuto magico, misterioso, soprannaturale, è l’immagine di un’istanza rovente del soggetto, esternalizza cioè le ambivalenze rimosse ma attive presenti nella psiche del soggetto (del personaggio, ma ad un livello superiore anche dell’autore e del lettore). Il phantasma, il prodotto della fantasia, è l’immagine che racchiude una zona repressa del desiderio, una scissione dell’io, un’area oscura e profonda che non è possibile esprimere pienamente a parole ma che è possibile fantasticare. È però necessario fare una distinzione tra i generi: fiabesco e fantastico (e poi anche fantascientifico) non sono la stessa cosa: “Se il fiabesco è un universo “meraviglioso” che si affianca al mondo reale senza sconvolgerlo e senza intaccarne la coerenza, il fantastico invece rivela uno “scandalo”, una lacerazione, un’irruzione nel reale di elementi ad esso estranei” (Carotenuto, p. 23). Il fantasy ha più in comune con il genere fiabesco che con il fantastico di Poe, Lovecraft, Hoffmann, James, perché costituisce un mondo rigidamente separato dal nostro regime di realtà. Anche se poi molte opere offrono questa contaminazione dei generi e dei piani di realtà, come lo stesso Harry Potter del resto, ma anche Terry Brooks nel suo Ciclo di Landover e altri ancora.

Martin presenta un mondo ermeticamente chiuso e separato dal nostro. Che sia proprio questo il segreto? Un mondo in cui possiamo fuggire, evadere. Un’alterità che ci offre ciò che desideriamo nel profondo. Letteratura d’evasione nel senso più vero del termine: escapismo, fuga, temporanea ma vera, dalla realtà. Perché la maggior parte della gente nella propria vita non riesce a provare quelle sensazioni e quelle emozioni. Perché ci sono pulsioni nascoste e da nascondere, desideri proibiti eppure autentici, che trovano così un facile e sicuro sfogo. L’immedesimazione è resa facile anche dalla costruzione del romanzo. I personaggi si muovono in un mondo di spade e castelli, ma sono moderni come noi, hanno la nostra stessa mentalità, i nostri desideri, le nostre paure.

Anche Tolkien spinge i suoi lettori a divorare le pagine e ad entrare nel gioco della fascinazione, ma, a differenza di Martin, pone anche chi legge in quella particolare e rarissima condizione di nostalgia di un mondo perduto, che è anche al tempo stesso nostalgia per l’esperienza perduta della lettura. In questo faccio mio il pensiero di Armando Gnisci: quando si legge Il signore degli anelli, si desidera che non finisca mai. E contemporaneamente si è consapevoli anche di un altro aspetto. Non sarà più possibile ripetere l’esperienza di leggere Il signore degli anelli per la prima volta. Si potrà ovviamente rileggerlo decine di volte, ma non sarà mai come la prima volta. La grande letteratura fantasy è veramente imparentata con il mondo delle fiabe, perché ne ha ereditato l’incantamento e la magia della narrazione.

La trama e la critica. Qualche appunto sulla crisi delle narrative occidentali.

ottobre 29th, 2011 § 1 comment § permalink

È sotto gli occhi di tutti il fatto che il cinema e la letteratura occidentali stiano attraversando un periodo di grossa crisi, non diversamente dalle altre sfere che compongono la società. In modo particolare, la crisi investe le modalità della narrazione e le storie che vengono rese oggetto di rappresentazione, le quali appaiono svuotate di senso, ripetitive, sempre più svincolate da un sano rapporto, conflittuale magari, ma almeno dialettico, con la realtà. Se prendete un pugno di romanzi contemporanei o film recenti, potrete notare che, nella maggior parte dei casi, avrete una sensazione di dejà-vu o dejà-lu: già visto, già letto. Quali e quanti sono i film o i libri che invece vi hanno veramente sorpreso? Che vi hanno stupito, colpito alla pancia, lasciato dentro delle domande irrisolte e perturbanti?

Prima di tutto, bisogna fare le dovute eccezioni. Perché ci sono ancora degli artisti veri, e ci mancherebbe pure. Ci sono autori affermati, che proseguono nella loro ricerca e riescono a creare delle opere che utilizzano con consapevolezza tutte le armi a loro disposizione. In questo momento mi vengono in mente i fratelli Coen, per esempio, ma ne parlerò in un altro post. La letteratura mainstream è piena di autori affermati, che formano ormai un canone a sé. Sono tutti quegli scrittori di cui magari non avete mai letto neinte, ma che certamente conoscete. Quelli che escono già tradotti in ventimila lingue. Fateci caso.

In questo senso, la letteratura mi sembra che stia messa meglio, perché la rarefazione di grandi scrittori euro-occidentali è stata accompagnata dall’esplosione culturale degli altri continenti e dalla presenza nelle lingue occidentali di autori stranieri e migranti. C’è un maggiore interscambio, una maggiore circolazione, una maggiore freschezza e originalità. Nel cinema molto meno. Vedremo poi perché.

Non tanti anni fa le cose stavano diversamente. Kubrick era contemporaneo di Fellini, di Bunuel e di Bergman. Nei loro film la trama e i personaggi, insieme a tutte le altre componenti del film, erano plasmati su istanze filosofiche, esistenziali, morali. Niente era lasciato al caso. Ma non solo, ogni elemento era caricato di un senso che trascendeva i limiti della narrazione. È l’eccedenza di senso di cui parla Roland Barthes, il senso ottuso. L’inafferabile e persistente senso che eccede il livello informativo e quello simbolico, che trascende l’ovvio. Qualcosa di impalpabile e ostinato.

Oggi questo tipo di cinema – inteso come politica condivisa – non si fa più. È demandato ai singoli che hanno l’autorevolezza e la fama per provarci e a pochi giovani esordienti che cercano di ritagliarsi una sfera di autonomia. Il grosso segue altre logiche. Che in fondo sono quelle solite del mercato, del grande pubblico. E magari non dovremmo neanche stupircene, ma neppure rallegrarcene però. Il brutto però è che anche la critica si è uniformata a questi standard.

Ci sono grosso modo due modi di raccontare le storie, quelli più largamente diffusi. Uno è prendere un personaggio, metterlo in una situazione particolare e vedere come se la cava. È il metodo caro a Stephen King, la situazione. L’altro modo invece consiste nel costruire prima una trama, prevedendo quindi tutta una serie di dispositivi come colpi di scena, flash-back, costruzione dell’immedesimazione, ecc., e poi metterci dentro i personaggi. Una volta questo si chiamava “la sceneggiatura di ferro” ed era cara, per esempio, a Hitchcock. Ora, a me sembra che i critici abbiano una grande simpatia per questa seconda modalità. Altrimenti non mi spiego come mai ogni anno escano decine di film tutti uguali, tutti perfettamente già visti, ripetuti e ripetibili, eppure sempre premiati da recensioni dignitosissime. Tutti i film di genere sono così. Fateci caso.

Poi magari arriva un Sorrentino che prova a fare a modo suo, dichiarando esplicitamente di aver fatto un film in cui la trama era puro pretesto per mettere in moto il suo personaggio – lui sì, il vero fulcro di attenzione del film – e tutti che fanno? Lo attaccano perché non c’è nessuna trama. Guardate i commenti su internet. La metà delle recensioni apprezzano This must be the place, ma soprattutto perché c’è Sean Penn; l’altra metà lo distrugge perché “non succede niente”.

Allora qui c’è un corto circuito. Il cinema certo è in crisi già da tempo, perché si sono fatti film praticamente su tutto. Il rinnovamento tarda ad arrivare. E tarda per un motivo semplice. La letteratura occidentale, come abbiamo detto, è stata rifecondata dal contatto tra le culture e le lingue, dagli autori migranti provenienti da ogni parte del mondo. Ed è estremamente sano che sia così. Il cinema è più conservatore. Si ha paura di fare film su argomenti “insoliti”. Si ha paura di mettere i soldi in qualcosa di innovativo e quindi rischioso. In più ci si è messa anche la televisione, perché i serial ormai sono più convincenti di molti film per il cinema e inoltre hanno queste trame decostruite, serializzate, in-finite, aperte, che sono molto più avanzate delle trame viste al cinema in cui dopo un’ora e venti per forza deve esserci il lieto fine. Ma è davvero così appagante vedere sei stagioni di Lost, in cui non si capisce niente ma hai costantemente l’impressione che la rivelazione stia per arrivare, continuamente pungolato (e fidelizzato) da questo gioco di scatole cinesi? Cosa ti resta alla fine? Non è altrettanto sconvolgente e forse di più – perché non solo ci sono domande che non hanno risposta, ma ci sono anche domande che nessuno ha fatto e sono le peggiori – un solo film di David Lynch?

Ma possibile che la critica questo non lo capisca? Possibile che non capisca che anche al pubblico magari piacerebbe vedere qualcosa di diverso ogni tanto? Perché si continua a elogiare il prodotto conforme a norma e si abbatte quello sperimentale? Perché questa parola è sparita dal nostro lessico? Abbiamo paura di sperimentare?

La recensione di This must be the place su Mymovies.it

ottobre 28th, 2011 § 0 comments § permalink

La recensione di This must be the place su Mymovies.it.

Potete leggerla qui.

Che fine ha fatto la commedia italiana? Otto titoli da non perdere (o quasi)

ottobre 25th, 2011 § 0 comments § permalink

Attenzione, non la commedia all’italiana! Quello fu un prodotto irripetibile ed irripetuto, il frutto di una stagione unica della società italiana appena uscita dalla guerra per gettarsi negli anni del boom economico. Il neorealismo, padre nobile del cinema italiano, aprì la strada a quella sequenza inaudita di successi di pubblico, popolarità, fama, risate crasse ma a volte anche amare, che fu la commedia all’italiana.

E oggi? I giornali ogni tanto rispolverano quella fortunata denominazione, forse più per nostalgia dei bei tempi andati che per reale attinenza, ma dobbiamo dirlo chiaramente: la commedia all’italiana non è più possibile, perché troppo legata a quella particolare congiuntura economica, sociale, culturale e artistica. Tuttavia il nostro cinema sforna decine di commedie ogni anno. Troppe, si dice. Troppe e troppo scarse. Tolgono spazio e risorse a tutti gli altri prodotti, e per di più sono senza spirito, senza mordente, facilmente dimenticabili. Ma non tutte sono così.

Vi proponiamo otto titoli recenti che meritano di essere visti, al cinema o in dvd. Film italianissimi che fanno ridere ma soprattutto sorridere; che raccontano storie ma soprattutto raccontano pezzi del nostro paese; che non rinunciano a stimolare emozioni ma anche pensieri; che toccano tutta la gamma delle corde e dei toni, comico, drammatico, leggero, elevato, sentimentale ma senza sentimentalismi. Film che testimoniano il buono stato di salute del nostro cinema e che non si lasceranno dimenticare un minuto dopo averli visti!

1) Paolo Virzì, La prima cosa bella. La storia di una famiglia dalla Toscana degli anni ’60 ad oggi, il rapporto complesso e conflittuale tra una madre giovane, bella e avventata (Micaela Ramazzotti) e un figlio ormai grande, interpretato da un bravissimo Valerio Mastandrea, si ritroverà a dover fare i conti con tutta la propria storia. Film capace di emozionare ma anche di raccontare uno spaccato dell’Italia, dalle illusioni dell’infanzia alle disillusioni di oggi.

2) Antonio Albanese, Qualunquemente. Uno strepitoso Albanese porta sul grande schermo il suo ultimo personaggio, il famigerato Cetto La Qualunque, politico calabrese cinico, volgare, rozzo e corrotto. Una sequenza di gag memorabili, capitanate dall’ormai famoso: “Cchiù pilu pe’ tutti!” Quando la realtà supera la fantasia.

3) Checco Zalone, Che bella giornata. Le surreali avventure di Checco, buttafuori di una discoteca non troppo sveglio e non troppo colto, alle prese con un’affascinante terrorista. Diretto da Gennaro Nunziante e basato sul consueto umorismo demenziale di Zalone, il film ha infranto il record di incassi de La vita è bella. Commedia che funziona e diverte o moda passeggera?

4) Ferzan Ozpetek, Mine vaganti. Un giovane (Scamarcio) vuole confessare alla famiglia borghese e all’antica di essere gay, ma suo fratello (Preziosi) lo precede. I risultati saranno imprevisti. Film che gioca sugli stereotipi, sia da una parte che dall’altra, ma senza prendersi troppo sul serio. Ozpetek non cambia temi né ambientazioni sociali, ogni suo film però è più leggero e frivolo del precedente.

5) Carlo Mazzacurati, La passione. Un regista in crisi creativa ed esistenziale (Silvio Orlando) viene costretto dal sindaco di un paesino della Toscana a dirigere la rappresentazione della Passione di Cristo, pena una salatissima multa. All’inizio svogliato e scontento, troverà l’entusiasmo strada facendo. La trama non è originale, ma viene svolta con tocchi e divagazioni di convincente originalità. Personaggi credibili e non macchiette, alcune belle interpretazioni, quella di Giuseppe Battiston su tutte, e una grande sensibilità nella scrittura salvano il film dallo scontato clichè “campagna vs. città”.

6) Silvio Soldini, Che cosa voglio di più. Anna (Alba Rohrwacher) e Francesco (Perfrancesco Favino) conducono due esistenze parallele. Entrambi hanno una tranquilla vita famigliare e sentimentale, un lavoro, una routine. Ma quando si incontrano, non riescono più a contenere l’irrazionale desiderio che provano l’uno per l’altra. Melò che indaga con sensibilità lo scatenarsi della passione, senza rinunciare a raccontare la vita come solo Soldini riesce a fare. Può nascere l’amore tra lo stress e la noia del lavoro e le bollette da pagare, in un mondo che ha perso le certezze di sempre?

7) Daniele Luchetti, La nostra vita. Claudio (Elio Germano) lavora nell’edilizia, è sposato con Elena (Isabella Ragonese) e ha due figli più uno in arrivo, profonda periferia romana. Alla morte di Elena, Claudio rifiuta di vivere il lutto e ricaccia in fondo il dolore, scegliendo di mettersi in proprio per guadagnare di più e offrire un futuro sicuro ai propri figli. La realtà allora lo metterà di fronte a scelte e compromessi difficili, ma che non esiterà ad accettare. Un Elio Germano in gran forma, in una performance aspra e sopra le righe. Nel cast anche Raoul Bova, nella parte del fratello solitario e impacciato di Claudio.

8) Nanni Moretti, Habemus papam. Nell’ultimo film di Moretti si ipotizza un fatto inaudito: cosa accadrebbe se un Pontefice appena eletto si ritraesse davanti alla chiamata? Moretti rappresenta con ironia un Vaticano popolato di un’umanità vera, con le sue debolezze e le sue viltà. Su tutti svetta un magistrale Michel Piccoli, nel difficile ruolo di un Papa solo e umile, alle prese con l’ansia e il senso di inadeguatezza di fronte al proprio compito. Molti si aspettavano un film maggiormente corrosivo da parte di Moretti, ma il regista cela il suo veleno tra i sorrisi, dentro un profondo senso di partecipazione umana.

Corollario su Rama, gli Ufo e l’astrologia

ottobre 25th, 2011 § 0 comments § permalink

Dalla lettura di Viaggio nella magia, dell’antropologa Cecilia Gatto Trocchi, riprendo alcune riflessioni interessanti.

Il discorso magico comprende numerose aree, tutte intrecciate tra di loro in modi più o meno mirabolanti: esoterismo, astrologia, religioni sincretiche, culti, satanismo, e chi più ne ha più ne metta. Oltre agli Ufo, ovviamente, che sono un tema assolutamente non marginale.

In modo particolare la New Age si è molto interessata ai visitatori dello spazio, producendo un’incredibile massa di parole su di essi. Ciò che ci interessa qui è il modo in cui viene trattato l’incontro. Voglio riprendere dal libro della Gatto Trocchi uno spunto di Mircea Eliade sull’astrologia:

“Una volta scoperta la relazione con gli astri non si è più l’individuo anonimo descritto da Heidegger e Sartre, uno straniero gettato in un mondo assurdo e privo di senso, non si è più “condannati a essere liberi”, come diceva Sartre; non si è più individui con una libertà limitata, condizionata dal momento storico. L’oroscopo rivela una nuova dignità e mostra la intima connessione con l’universo intero. E se è pur vero che la vita è determinata dal movimento degli astri, è però anche vero che si tratta di una determinazione eccezionalmente grandiosa. Per quanto tu sia in definitiva un burattino mosso da fili e da corde invisibili, fai pur sempre parte del mondo celeste.”

Se ci si riflette, questa posizione sull’astrologia e sugli oroscopi può benissimo essere ampliata alla venuta degli extra-terrestri e anche a tutte le altre manifestazioni del pensiero magico. I visitatori dagli altri pianeti sono figure angeliche o diaboliche, portatrici di un messaggio di salvezza o di minaccia, così come l’oroscopo può essere benigno o maligno, e come la magia può essere bianca o nera. Gli alieni sono figure in ogni caso messianiche, segnano l’avvento di una palingenesi, di una rinascita o di una rovina. Ci portano la conoscenza di una civiltà tecnologicamente avanzatissima e sempre superiore alla nostra. Vengono a svelarci i misteri dell’universo o a colonizzarci e renderci schiavi. In ogni caso, essi vengono sempre per noi. Sono qui esattamente per noi.

Quest’idea è potentemente rassicurante e confortante. Non solo non siamo soli nell’universo, non siamo stati abbandonati da dio su una landa desolata e inospitale, soli coi nostri dubbi e la nostra finitezza e il nostro libero arbitrio di cui non abbiamo poi molta voglia di fare uso, ma siamo invece seguiti e protetti o forse minacciati, ma non importa, perché anche la minaccia significa che siamo parte di qualcosa di più grandeIl gioco del cosmo, potremmo dire, parafrasando Cortàzar.

Quest’idea è violentemente salvifica, mistica, millenarista. Il millenarismo, il mito della fine del mondo, non è forse basato sullo stesso concetto? Il mondo terminerà nell’anno mille o nel 2012 o chissà quando, ma in ogni caso questo implica per forza che alla base di tutto c’è un disegno, che c’è un senso insito nelle cose e nel nostro destino.

L’umanità non è dunque sola nell’universo. Dio, gli angeli, gli alieni… tutti sono manifestazioni dello stesso bisogno. Colmare il vuoto, gelido, siderale, della nostra solitudine.

Desideriode-sideribus, dalle stelle.

Ecco perché la sci-fi è radicalmente diversa. Il discorso fantascientifico non è salvifico, non è consolatorio, non offre scappatoie. Almeno per quanto riguarda la grande sci-fi.

Che cos’è Rama? È una bara alla deriva nel cosmo? È un’arca mandata da Dio per redimerci? È un’astronave antica come il cosmo in viaggio per una meta che non possiamo neanche immaginare? Lo sgomento che permea il romanzo è dato dalla refrattarietà di Rama a incontrare e soddisfare la nostra capacità di comprendere e capire. Un esempio: le città (o presunte tali) di Rama vengono battezzate con nomi occidentali: New York, Londra, Parigi, Roma. Il gesto è tipico dell’esplorazione-colonizzazione. Lo spazio altro viene ricondotto a ciò che risulta familiare, conosciuto, gestibile. Tuttavia ogni cosa rimane incomprensibile. Le case non hanno porte o finestre. Non si capisce se siano magazzini o fabbriche o laboratori. Distruggendo un muro, si accede a una sorta di museo di ologrammi, pieno di oggetti ora assurdi ora quasi riconoscibili, apparentemente gettati alla rinfusa. Ma Norton si rende conto che c’è un ordine in quel caos. Ma è un ordinetotalmente estraneo alla loro capacità logica e linguistica.

In un altro momento, in una sorta di giardino fatto di forme geometriche, uno degli uomini scopre un fiore, avvolto da una sorta di foresta di tubi di ferro:

“Jimmy era un uomo d’azione, non di pensiero. Mentre strisciava con dif-ficoltà nell’intrico dei paletti, non perse tempo a chiedersi perché stesse compiendo un’impresa così balorda. I fiori non l’avevano mai interessato, eppure adesso non badava a sprecare energie per coglierne uno. Va bene che era unico e di valore scientifico enorme, ma in realtà lo voleva perché

era l’unico legame rimastogli col mondo della vita, con il pianeta dove era nato.

Eppure quando l’ebbe a portata di mano, esitò: forse era l’unico fiore di Rama. Che diritto aveva di coglierlo?

Se cercava una scusa, poteva consolarsi pensando che era nato per caso, che non rientrava nei progetti dei ramani. Era ovviamente un anomalo, nato troppo presto o troppo tardi. Ma in realtà non aveva bisogno di giustifi-cazioni e la sua esitazione durò solo un attimo. Protese la mano, strinse lo stelo e diede un forte strattone.

Lo stelo si spezzò senza difficoltà. Dopo aver raccolto anche qualche foglia, Jimmy cominciò a strisciare lentamente a ritroso. Avendo una sola mano libera faceva molta fatica, e dovette fermarsi spesso per riprendere fiato. Fu durante una delle soste che notò come le foglie superstiti si chiu-devano e lo stelo spezzato, girando lentamente su se stesso, rientrava nel terreno, come un serpente ferito che si nasconde nella tana.

Ho ucciso una creatura così bella, pensò rammaricato. Ma Rama non aveva ucciso lui? Cogliere un fiore era nel suo pieno diritto.”

Questo è Rama. L’estraneo. Che non si piega e non si spiega. Si sottrae alla logica. È anzi fatto di una logica di ordine e grado diverso. Jimmy teme il castigo per il suo gesto. Ma non succede niente. Si convince di essere in diritto, nel giusto. Ma il diritto semplicemente non c’è, e se c’è, allora non è raggiungibile dalle potenzialità della mente umana.

Su Rama non ci sono i ramani. Non sono né benevoli né minacciosi. Semplicemente non ci sono. O non si degnano di mostrarsi. Non si sa. Non si saprà mai. Come non si saprà mai quali erano i loro scopi e i loro disegni. Si sa solo che qualunque fossero, non riguardavano noi. L’umanità non è più sola nel cosmo, eppure lo è più di prima.

All’appuntamento con Rama, nessuno si è presentato.