La notte sarà buona, per quanto priva di sonno – Olga Campofreda, Caffè Trieste. Colazione con Lawrence Ferlinghetti

marzo 26th, 2012 § 0 comments § permalink

“Sottovoce, sottovoce, lui mi sussurra: tutte queste cose tu le devi scrivere. Non hai bisogno di inventare nient’altro. È esattamente tutto qui. You have to.”

Caffè Trieste non è un libro di interviste, come potrebbe sembrare a prima vista. O almeno non solamente. Non è neanche un libro sulla Beat Generation e sulla nostalgia per una perduta età di poesia e passione. È invece un romanzo di formazione.

Il rischio più grande, quello dell’ingenua retorica beatnik, Olga Campofreda l’ha evitato con intelligenza e onestà. Tutto il suo libro è un confronto con i propri miti letterari (anzi, con la sopravvivenza dei miti) e sulla necessità che vengano ritualmente uccisi, per poter andare avanti e poter così accogliere la loro lezione, ma soprattutto la loro eredità.

Caffè Trieste è per metà un reportage narrativo, per metà un libro di viaggio. Che parte da un mancato incontro, a Roma, proprio con Lawrence Ferlinghetti. Il poeta ed editore dei Beat, fondatore della City Lights di San Francisco, la libreria dove si riunivano gli artisti, i poeti e i creativi non solo di tutta la California, ma dell’America intera. Epicentro di quella rivoluzione letteraria, culturale, politica e sociale, che è iniziata nel secondo dopoguerra ed è sfociata nella Summer of love e nelle rivolte studentesche di Berkeley.

Campofreda vola a San Francisco ma ancora una volta manca Ferlinghetti. Lo incontrerà dieci giorni dopo, al Caffè Trieste. In quei dieci giorni esplora il quartiere di North Beach e conosce i suoi poeti, attraversa la città, si perde sul Golden Gate e incontra tassisti e vecchi amici, personaggi sconosciuti o mitici come Jack Hirschmann, il poeta rosso dai grandi baffi bianchi, o come Neeli Cherkovski, amico e biografo di un altro grande irregolare: Charles Bukowski.

È in queste pagine dense di emozioni, di colori e sensazioni forti, che si dipana il romanzo di formazione: il viaggio come incontro con l’altro e confronto con se stessi, mezzo di apprendimento e trasformazione. Gli incontri sono il sale dell’arte e della vita, non le pubblicazioni o le recensioni. La poesia non è uno status o una medaglia al valore, ma è sangue, vita, amicizia. È amore e lotta politica, informale e violenta, capace di generare cambiamento nella vita privata ma anche in quella pubblica. La poesia è aperta, bassa, infinitamente sfuggente, e non può essere rinchiusa nelle mura dei ghetti letterari. Caffè Trieste è anche questo. Stare insieme, conoscersi, bere, parlare, sono modi di fare poesia.

Ferlinghetti alla fine entrerà da quella porta. Ma cosa sarà rimasto del suo mito, della sua ombra, al termine del viaggio? Tutto e niente. La poesia è viva, anche la sua. Quella dell’oggi, del nostro tempo. Non quella dei musei e dei negozi per turisti.

 “Che di eterno, dal Cammino di Santiago, ci restano le storie lungo la strada. Più dei rituali all’interno del tempio.”

Olga Campofreda, Caffè Trieste. Colazione con Lawrence Ferlinghetti, Giulio Perrone Editore

8 Marzo, la violenza sulle donne è un mio problema

marzo 8th, 2012 § 0 comments § permalink

La violenza sulle donne non viene compiuta dai fantomatici immigrati clandestini, zingari e romeni. Avviene dentro le mura di casa. Sono i mariti, i padri, i fidanzati, i figli. Lo sappiamo che è così. Tutti possiamo raccontare almeno un caso di nostra conoscenza. Come uomo, questo è un mio problema.

Anche il femminicidio è un mio problema. Anzi, è una vera emergenza, come mostra Jumpinshark. E il femminicidio esiste, è una cosa vera e non una trovata delle solite femministe. I maschi uccidono le donne (non è un refuso lessicale) proprio perché in quanto donne le considerano di loro esclusiva proprietà. I maschi possiedono. La terra, prima grande ossessione. I soldi, le macchine, le case, i cellulari. Le donne, i loro corpi. Sono cose che si possiedono. Si acquistano, si scambiano. Si puniscono, eventualmente. Si distruggono.

È così.

Non possiamo intorbidare le acque con squallidi discorsi su una presunta diversità biologica o evolutiva, sul fatto che le donne però se la cercano (e poi però una farfallina catalizza l’attenzione di un’intera nazione:  se fosse successo a lei, se la sarebbe cercata?), sull’animosità e l’ideologia di chi cerca di ristabilire una corretta dimensione dei rapporti di forza tra i due sessi.

Nelle aziende del terzo settore, nel volontariato, nelle onlus, lavorano quasi solo donne. Perché sono più portate ad assistere, a prendersi cura? Balle. Perché si pensa che possano sopravvivere anche parecchi mesi senza stipendio. Ci sarà sicuramente un maschio che le mantiene.

Questo è solo un esempio, ma il mercato del lavoro è totalmente sbilanciato e squilibrato e va riformato. Solo se si raggiunge un’effettiva parità nei livelli retributivi e nella qualità dei posti di lavoro, si potrà parlare di una vera parità di diritti.

Si comincia dal lavoro, dall’educazione, dalla scuola. Si stigmatizzano le battute da caserma – anche quelle pronunciate dai residenti del Consiglio, era solo pochi mesi fa. Non si tollerano atteggiamenti ambigui. Si censurano giornalisti e opinionisti che, ancora, gettano fumo negli occhi screditando il lavoro serio di chi documenta questo fenomeno.

Il sesso non è una merce di scambio, non può esserlo. Se una donna lo rende tale, sta sbagliando. Punto e basta.

Ma se lo fa, è perché un maschio le ha fatto credere che otterrà dei benefici.

Non può essere un discorso portato avanti solo dalle blogger, dalle giornaliste e dalle intellettuali donne. È un problema di tutta la società e quindi anche e soprattutto di noi maschi.

Non possiamo fare finta di niente. Il silenzio dei maschi è assordante.

La relazione è un valore, la condizione di espressione del meglio di noi stessi. Tanto nel privato, che nel pubblico. Ma la relazione giusta viene a mancare se mancano rispetto e reciprocità.

World Poetry Movement – Roma, 29 Febbraio

febbraio 26th, 2012 § 0 comments § permalink

 

Se siete interessati alla poesia, ma anche se non lo siete, vi segnalo un evento estremamente interessante.

Il World Poetry Movement è un movimento internazionale che vuole portare la poesia fuori dai palazzi delle accademie e dalla polvere dei libri, fino alla gente, alle strade e ai marciapiedi. E’ stato fondato da Jack Hirschman, poeta americano legato alla Beat Generation (ma da cui ha anche preso le distanze) e Fernando Rendòn, uno dei più importanti poeti colombiani (Fondatore del festival di poesia di Medellin).

Il World Poetry Movement organizza ogni anno un evento in contemporanea in tutto il mondo. Letture di poesie, reading, happening, flash-mob, seminari, in centinaia di città. Quest’anno la data è il 29 febbraio.

A Roma il World Poetry Movement si terrà presso “Le Mura”, Via di Porta Labicana 24, San Lorenzo. Alle ore 20:30.

Ci sarà la proiezione di un film sulla vita di Jack Hirschman e a seguire un reading poetico.

Per informazioni potete controllare il sito ufficiale del movimento di Roma: http://worldpoetrymovementroma.wordpress.com/

L’evento è stato anticipato da un flash-mob, tenutosi a Campo de’ Fiori sabato 25. Vi riporto un video realizzato da Shoot 4 Change e una gallery di Repubblica.it.

Con stupore e tremori – Amélie Nothomb

febbraio 21st, 2012 § 0 comments § permalink

Stupore e tremori, Amèlie Nothomb

È il modo di rivolgersi all’Imperatore, secondo l’etichetta. Con stupore e tremori, innanzi al mistero divino dell’autorità.

Il corpo del proprio superiore, il potere, cela in realtà il simulacro della morte. È questo il senso profondo del libro di Amélie Nothomb.  Che si stupisce che in Giappone non ci siano più suicidi. L’unica scelta onorevole, in una società deprivata del piacere e dell’individualità, in cui l’unica regola è l’assoggettamento, non subìto ma desiderato, volontario e inevitabile.

L’umiliazione peggiore ricevuta dalla giovane belga Amélie, assunta in una multinazionale giapponese, è quella inflitta dal vice-presidente. Mangiare della cioccolata. Devi mangiare. Il tuo corpo e le sue funzioni non ti appartengono. Sei una cosa, appartieni all’azienda. Mangia.

Ma c’è anche una prospettiva interculturale, molto sofferta e totalmente rovesciata. Amélie ama il Giappone, o quello che lei crede sia il Giappone. Il suo desiderio è lavorare in una multinazionale, essere accettata, accolta, valorizzata. Fare parte di una grande azienda, essere parte di. Ma è straniera. È questo il problema. Non può accettare ciò che tutti loro accettano. Non può essere ciò che non è. Inizia un corpo a corpo doloroso e mortale, lo spettro del suicidio riflesso in ogni vetrata, in ogni finestra, in ogni fantasia di precipitare. Licenziarsi è vergogna, sudare è vergogna, spargere il proprio sangue sul selciato è onorevole.

Amélie cerca la propria via al mondo dell’altro, che pure non fa che sottrarsi, rendersi opaco e impenetrabile. L’altro la rigetta, la sputa via come il corpo estraneo che è. Il suo percorso nella degradazione, nell’umiliazione e nell’annullamento sistematico e sadico della personalità non conosce ostacoli. Amélie non resiste per preservare il proprio io, resiste nonostante il proprio io. L’unica possibilità di rigenerazione e rinascita sarà oltre, dopo il fallimento, dopo la fine, nella scrittura.

Non ci sono stereotipi, ci sono immagini reciproche che si contraddicono. C’è l’amarezza. Amélie scopre il proprio amore deluso e frustrato, scopre che non ha alcuna possibilità di coronare il proprio sogno di integrazione, fusione, incontro. L’altro, mascherato nella grottesca gerarchia dei superiori, la riconoscerà soltanto una volta per quello che è davvero. Il biglietto di congratulazioni per il suo romanzo, scritto dalla sua superiore-aguzzina Fubuki Mori, scritto in giapponese.

Il ritorno del Western

gennaio 13th, 2012 § 0 comments § permalink

Personalmente, ero convinto che il western fosse definitavamente terminato con Dead man (1994). Cos’altro si poteva aggiungere al genere, dopo il suo acido e visionario, cupo e bellissimo, capitolo terminale?

Un Johnny Depp che ripercorre le orme di tutti i pistoleri del passato, ma al contrario. Dall’est industriale e civilizzato verso la frontiera, l’ovest, incontro a un destino tragico e inesorabilmente predestinato. Ma non solo. Johnny Depp-William Blake (omonimia non casuale ma cercata e ambiguamente sfruttata) stralunato contabile, fuori luogo in un mondo fatto di violenza crepuscolare e straniata, si lascerà dietro di sé una scia di sangue e di cadaveri, incontrerà un nativo pellerossa e, sotto la sua guida, sceglierà di diventare anche lui un nativo a tutti gli effetti. Jarmush traccia così la curva finale della parabola del genere (cosa che aveva tentato anche Costner con Balla coi lupi – pure ingiustamente sottovalutato dalla critica – ma che era riuscita solo parzialmente), far passare l’eroe bianco della frontiera dall’altra parte, dalla parte delle vittime, dalla parte dei morti. L’eroe non è più colui che uccide, ma colui che è responsabile della propria morte. Un film fenomenale, bellissimo, in ogni cosa. Dal bianco e nero alla colonna sonora di Neil Young, dalle inserzioni poetiche a quelle iper-realistiche.

Cosa si poteva aggiungere dopo un film così? Eppure, ci hanno provato. Di alcuni tentativi ibridi come Cowboys and aliens, non si può dire granchè. A me è sembrato un videogioco trasportato su pellicola. Tutta la sceneggiatura è da videogame, a partire dalla sequenza iniziale: personaggio misterioso si risveglia in mezzo al deserto con un misterioso bracciale al polso, sopraggiungono dei tipacci che vengono rapidamente spazzati via; inizia così un viaggio ricco di colpi di scena per scoprire la verità. Dejà-vu? Beh, sì. Non sarebbe del tutto un male in fondo, se poi lo spettacolo fosse all’altezza, ma gli attori sembrano capitati lì per caso (anche se Olivia Wilde come prostituta da saloon fa la sua figura e pure Harrison Ford come ex-colonnello sudista non è male come idea). Peccato.

Molto belli invece Quel treno per Yuma (2007) e Il grinta (2011). Belli entrambi per il loro essere delle consapevoli riletture contemporanee del genere, e quindi problematiche e controverse. Pare che proprio per questo motivo a Sir V.S. Naipaul non siano molto piaciuti, preferendo loro pellicole più robustamente classiche, meno depotenziate. E detto da un “nativo”, naturalizzato britannico, fa impressione.

Comunque, in entrambi è centrale la tematica della giustizia. Una violenta tensione morale attraversa tutto Quel treno per Yuma, rendendolo intrigante però per la sua ambivalenza. Il contadino che si offre di scortare il bandito per ottenere il rispetto della moglie e del figlio, la coppia Bale-Crowe che offre momenti di grande cinema, il romanticismo dell’amicizia impossibile, il cinismo della realtà sempre presente. Il sacrificio, anche qui, appare necessario, ma non banale, non inevitabile.

Il film dei Coen – e come tale, andrebbe studiato fotogramma per fotogramma alla ricerca di indizi, come si faceva con Kubrick – è incentrato sulla bambina-donna che cerca giustizia per l’uccisione del padre. E se rileggiamo questa frase scomodando Lacan, forse capiamo dove volevano andare a parare i fratelli, anche alla luce di un altro filmetto semi-western come Non è un paese per vecchi. Dove sta la giustizia dopo la morte-del-Padre? Se lo chiedono anche il vecchio Rooster Cogburn detto appunto il Grinta, alcolizzato cacciatore di taglie (Jeff Bridges in questa fase della sua carriera non sbaglia un film) e il ranger texano Matt Damon, impacciato e maldestro, eppure anche lui venato di un certo romanticismo paradossale ma autentico.

Entrambi questi film sono remake di grandi western classici, senza però essere delle riproposizioni  baldanzose e in definitiva inconcludenti dei bei tempi andati, ma neanche sono scialbe parodie alla Tarantino. L’epoca del tramonto dell’eroe impone un pedaggio. Neanche il politically correct si può del tutto ignorare, ma può diventare un’occasione per aprire ulteriori fertili crepe nel discorso, come anche è successo con Brokeback mountain.  Un Western ormai aperto, un post-genere, influenzato e influenzabile, ma anche ricco di spunti di interesse e di una forte vis polemica. Non mi lamenterei troppo se non ci sono più la mascella granitica di John Wayne e una fida Colt per uccidere indiani e malfattori.