
Il campo profughi di Aida, gestito dall’Onu, si trovava vicino Betlemme. Non era affatto come me lo ero immaginato. Uno si immagina le tende, le baracche, gli sfollati, le scene apocalittiche da telegiornale della sera. Invece no. Questo era un quartiere, periferico, fatto di case, apparentemente non troppo diverso da tutto il resto. In effetti molti edifici erano sventrati. Poche macchine, nessun negozio. C’erano un paio di botteghe aperte, senza alcun cartello o insegna. Si vedeva la merce dalle porte e finestre aperte. Esposte su semplici scaffali. Qualche bambino faceva capolino dalle finestre. Ci guardavano. Erano curiosi. Eravamo una curiosità. Poca gente in giro. Probabilmente erano tutti a riposare a quell’ora. Era anche Ramadan.
Vicino al Muro c’erano cumuli di immondizia. Una vera e propria discarica. Il Muro era ricoperto di graffiti. Tutti inneggiavano alla fuga. Scale, porte, finestre. Mi ricordarono i murales che avevo visto in una prigione, molti anni prima. Sull’entrata principale c’era una gigantesca chiave. Messa lì quando Papa Giovanni Paolo II venne qui in visita. C’erano ancora delle scritte che lo ricordavano. Scritte molto amichevoli, di benvenuto. Non capivo se c’era una qualche amara ironia. Forse no.
Visitammo un centro culturale. “Beautiful Resistance“. Bella Resistenza. Il concetto mi conquistò subito. Mi affascinava il binomio, che per me era quasi un ossimoro. La Resistenza – vero leit motiv di tutta la cultura palestinese contemporanea – poteva essere virata in una dimensione estetica. Poteva essere combattuta con le armi del teatro e della fotografia. Poteva essere rivolta prima di tutto verso se stessi, per cambiare la propria mente e le proprie idee.
Il ragazzo con cui parlammo ne era convinto. Era sicuro, anche lui, che la strada per uscire da lì passasse prima di tutto dalle menti delle persone. Disse che era responsabile dei corsi di teatro. Era un trainer. Faceva teatro da 12 anni. Ora ne aveva 21.
Anche io alla sua età facevo teatro. Anche io ero così dannatamente sicuro. Ma io non vivevo in un campo profughi. Mi sentii vicino, nell’incomparabilità delle nostre esistenze. Ero l’unico, forse, a sentirsi così. Parlammo, sul tetto dell’edificio. Aveva ventuno anni. Io venticinque, in quel momento. Forse me ne sentivo qualcuno di più. Lui doveva sentirsene molti di più. Si vedeva. Devi crescere in fretta. Devi anche stare attento alla direzione in cui cresci. Credo che ne fosse consapevole. C’era una sensazione che mi scivolava intorno, lì per lì non l’afferrai. Poi compresi. Quel ragazzo mi era superiore. Era un mio senpai. Pur essendo più grande di età, sentivo che io avevo da imparare da lui, e non viceversa. Mi sarebbe piaciuto vedere i loro spettacoli. Assistere alle prove, partecipare magari. Non perché da qualche parte sta scritto che è politicamente corretto, che è così che si fa, ma perché lo desideravo davvero. Volevo vedere come intendevano il teatro in quel posto del mondo. Cosa ci riversavano, quanto sangue.
Forse è un luogo comune, ma pensai sinceramente che avrei potuto imparare molto in quel posto. I campi profughi sono i laboratori in cui si creano le idee del futuro, dicono molti pensatori postcoloniali. Ed è sicuramente vero, data l’eccezionalità delle condizioni di vita, culturali, politiche, sociali, storiche. I ragazzi nati in quei luoghi portano addosso i geni della rivoluzione creola, della società ibrida che forse verrà o non verrà mai.
Ma in quel momento non pensai a niente di tutto questo. Mentre sedevamo nella loro sala prove, sentii che quelle mura trasudavano sudore, pathos. Era un luogo che parlava. C’erano degli specchi. Una televisione con videoregistratore e dvd. Alcuni disegni appesi alle pareti. Fotografie. Poco illuminato. Forse pure un po’ squallido. Ma nonostante l’ordinarietà dell’aspetto, era rovente. Lo sentivo. E poi la decisione nello sguardo del ragazzo. Il suo stare lì di fronte a noi. Con le spalle dritte. Le braccia composte, i gesti precisi. Si vedeva che era abituato alla scena. I suoi movimenti erano calcolati. Era un attore nato, anche se nessuno l’avrebbe pensato vedendolo.
Quando stavamo per lasciare la stanza, dei ragazzini e delle ragazzine fecero capolino dalla porta. Erano più giovani ancora. Adolescenti. Di sicuro facevano parte della compagnia. Erano curiosi di vedere chi fosse venuto a vedere la loro sala prove. Provai immediatamente un moto di simpatia per loro.
Fu tutto questo che mi fece nascere il desiderio di saperne di più, di stare lì con loro, di partecipare. Quel campo profughi mi rimane impresso non come un luogo di miseria e degrado, ma come un luogo di fervore, di creazione, di creatività. Molto più di tutte le università che io abbia visto.
Avevo scritto Aiwa inizialmente, non Aida. Aiwa significa sì, in arabo.
Aida, il luogo del sì.
Il campo profughi è popolato da migliaia di persone, sfollati dai villaggi palestinesi di tutta l’area circostante Betlemme. Villaggi demoliti dagli israeliani perché edificati in area C, per fare posto alle colonie o per ragioni di sicurezza. Ci sono migliaia di rifugiati palestinesi nei campi profughi come quello di Aida, non solo in Palestina, ma anche in Libano, Siria, Giordania. La diaspora palestinese.
Aiwa. Dire sì.
Quella del rifugiato è forse la più infima delle condizioni esistenziali. Sono in un limbo. Hanno case che non sono le loro. Non sanno per quanto potranno rimanerci. Non hanno lavoro. I bambini vanno a scuola grazie a progetti dell’Onu o cose simili. Fino a poco tempo fa non potevano neanche uscire dal campo, ad Aida. Il cancello di ferro con i tornelli c’è ancora. Abbandonato. È una micidiale condizione di de-soggettivizzazione, di alienazione, di abbandono morale.
Ad Aida però non ho visto vittime.
Aiwa, sì.
