What’s the purpose of your trip?

settembre 20th, 2010 § 0 comments § permalink


What’s the purpose of your trip?

Mi chiede la ragazza al banco della dogana. Soppesando il passaporto.

Che domanda.

Come risponde la gente di solito?

Come si fa a rispondere?

Viaggio per andare via. E per tornare.
Per attraversare le onde del destino.
Viaggio per arrivare fino al termine della notte.
Viaggio perché voglio vedere la guerra, da vicino.
Viaggio perché sono un mercenario.
Viaggio perché devo.
Viaggio per me stesso, perché sono un egoista.
Viaggio per annegare l’avventura e la sua nausea nella nera ansietà della notte.
Viaggio per ritornare al paese natale.
Viaggio per confermare tutto quello che già so.
Per aprire la mia mente all’ignoto e all’imprevedibile.
Perché è la missione attorno cui ruota tutta la mia esistenza.
Perché mi fa sentire figo.
Perché è pericoloso ma non troppo.
Perché questo viaggio serve a farmi dormire la notte, a farmi venire a patti coi miei sensi di colpa, ad appagare il mio sbiadito senso della giustizia.
Viaggio perché sono un perdente. Un cane alla catena.
Viaggio perché voglio provare emozioni forti.
Perché voglio vedere l’esotico oriente, respirare i fumi dei narghilè, assaggiare l’hummus e i falafel, rubare l’aroma delle spezie e degli incensi, incontrare lo sguardo di misteriose donne velate, contrattare con i mercanti di seta.
Viaggio per le vittime, i muri, i ghetti, i lager.
Perché vedere chi sta peggio di me mi aiuterà a tirare a campare.
Viaggio per chi non sa, non può o non vuole.
Viaggio perché Dio lo vuole.
Per incontrare l’altro, mio simile.
Perché voglio andare oltre gli stereotipi, immagini di pietra, e arrivare all’immagine di me stesso che è riflessa negli occhi dell’altro.
Viaggio perché sono un cane sciolto.
Perché voglio capire. Capire l’incomprensibile, l’oscuro formicolante coacervo di cui è fatta la realtà.
Perché voglio schierarmi.
Perché la battaglia del popolo palestinese è anche la mia.
Perché lo scandalo del genocidio è anche il mio. Lo scandalo di ogni genocidio.
Perché è la grande battaglia della mia generazione.
Perché al termine del viaggio c’è un segreto che devo carpire.
Perché è questo che faccio per vivere, è il mio lavoro.
Perché sento che devo, sento che è giusto, sento che se non lo facessi non sarebbe lo stesso.
Perché sento che c’è una massa paludosa e oscura di discorsi che ripetono se stessi, di verità sprofondate, di violenza oscena, scandalosa.
Perché è a me stesso che devo rispondere. Ed essere responsabile significa affacciarsi alla presenza di tutti gli altri.
Perché mi sento fortemente a disagio, tirato per la giacca, incongruente, fuori posto, incapace di intervenire e insicuro sul futuro, scettico su progetti di pace che nessuno realisticamente fa, desideroso di andare oltre e inabile a farlo, carico di rabbia contro gli attori di questa messinscena, carico di amore per le persone che pagano un prezzo, che sempre pagano un prezzo.

Come si fa a rispondere a questa domanda?

Tourism. Of course.

McCurry, il colore degli occhi, il colore della guerra

maggio 17th, 2010 § 0 comments § permalink


Entrare nel mondo di Steve McCurry significa entrare in un mondo fatto prima di tutto di colore. Colori saturi, primari, contrastati, sgranati, sfumati, densi. Quasi stancanti, oppressivi, ossessivi, ripetitivi. Come se in ogni angolo del mondo avesse cercato di fare sempre la stessa foto, ancora e ancora. L’esotismo, la vita, la fuga, la bellezza, ancora e ancora.

Inviato di National Geographic – e non occorre ricordare che la Royal Geographic Society sia un’istituzione imperiale e colonialista britannica, tuttora esistente – l’americano ha viaggiato e fotografato gran parte del Terzo Mondo. India, Pakistan, Tibet, Kuwait, Afghanistan. Ma anche Giappone, Italia persino. E poi gli stessi Stati Uniti, le macerie del World Trade Center. La guerra finalmente – ferocemente – dentro casa.

La guerra è il primo e il più stimolante dei percorsi proposti dalla mostra. Macerie, case sventrate, petrolio in fiamme. Carcasse di carri armati, armi sollevate al cielo. Il grigio della cenere, il nero del petrolio nel Kuwait, il rosso delle fiamme. Un panorama apocalittico, il mondo alla fine del mondo. L’oscenità della distruzione. Non ha bisogno di mostrare corpi fatti a brandelli. Si limita ai resti di animali. Non ha bisogno della retorica del corpo e del volto umano. La guerra è soggetto e scenario sufficiente. La guerra basta a se stessa. Riempie la foto. La satura. Basta solo scattare. Fornisce colori, oggetti, prospettive, linee, che non esistono in nessun altro contesto, umano o disumano. Il reporter nord-americano si pone davanti al primo dilemma del suo lavoro. Fotografare una guerra portata avanti dal suo stesso paese. Non mi sembra che McCurry in questo abbia seguito il lavoro di Robert Capa. Non c’è esaltazione, costruzione, finzione. Ci sono elementi primari. Sabbia, fuoco, petrolio. Macerie, non soldati. Della guerra si mostra il suo lato primordiale, infernale.

Altrove invece l’occhio occidentale si fa più spesso, opaco, ottuso. L’incontro con l’Altro. Altra ossessione occidentale. E ci sarebbe da ritirare fuori Orientalismo, di Edward Said. L’altro viene mostrato proprio in quanto non-occidentale. E quindi colorato, festoso, primitivo, gioioso o ascetico, vivo, accogliente o provocatorio. In ogni caso, sempre lontano, chiuso nella propria alterità, incomprensibile, inafferrabile. È celebre la foto della bambina afghana. Ce ne sono molti di ritratti così. Il soggetto che fissa la camera da presa. Sguardi carichi di forza, di volontà. Di capacità di sostenere lo sguardo. La bambina afghana poté guardare negli occhi McCurry solo nel momento dello scatto, attraverso la macchina fotografica. E mi sembra che ci sia una grandissima fierezza in lei come in molti degli altri ritratti. Mi sembra che per quanto McCurry cerchi il “tipico”, il “colore locale”, “l’esotico”, tutto questo finisca per rivoltarglisi contro. C’è una frizione tra l’occhio che guarda e che scatta e l’occhio che risponde, sfida, guarda, accetta di mostrarsi come soggetto, come essere, come punto di vista a sé stante. Un duello, una sfida, spesso inserita in paesaggi strazianti, selvaggi. Il mare dei pescatori, la tempesta nel deserto, le alluvioni in India, le città deserte e gelide dell’Afghanistan. Sempre più violento esplode il colore, vero leit motive di questa fotografia. Così vivido e saturo da sembrare artefatto, ricostruito.

Mi ha colpito il ritratto di Aung San Suu Kyi, Birmania, 1995. La leader non violenta che guarda altrove. L’espressione distaccata, malinconica, anche preoccupata. La penna tenuta distrattamente nella mano. La bandiera rossa alle sue spalle. La decisione, la determinazione. Decisamente un grande ritrattista.

Ci sono anche percorsi sul Silenzio e sulla Gioia. L’incontro, fortuito. Una donna e un bambino che chiedono l’elemosina fuori dal vetro dell’automobile, mentre la pioggia è scrosciante. Un ragazzino che fugge per le viuzze di una città indiana. Una festosa e colorata cerimonia. Il tuffo in un fiume. La folla, multicolore, mobile, fluida. C’è una ricerca di altre forme di vita, del mistero della gioia e della bellezza in modi così diversi e così lontani da quelli che potremmo anche solo immaginare. Anche in questo McCurry eccelle. Nel cogliere l’immagine di qualcosa che continua però a sfuggirci. A noi e a lui. Cosa abbiamo capito, cosa abbiamo imparato, alla fine di questo percorso?

Ci ha fatto vedere il mondo, ma cosa ne sappiamo più di prima? Mi sembra che questa fotografia resti estranea al suo soggetto. Non riesca a entrarci in comunione. Non lo incontri. Mi sembra molto diverso, per esempio, da Kapuscinski. Che ha fatto pratica e teoria al tempo stesso, cioè poetica, dell’incontro con l’altro nel lavoro del reporter. McCurry, paradossalmente, non va oltre la propria vista. Scintillante, spettacolare, commovente, tragica, ma sempre superficiale.

Dal 10 aprile al 5 settembre. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria.