McCurry, il colore degli occhi, il colore della guerra

maggio 17th, 2010 § 0 comments § permalink


Entrare nel mondo di Steve McCurry significa entrare in un mondo fatto prima di tutto di colore. Colori saturi, primari, contrastati, sgranati, sfumati, densi. Quasi stancanti, oppressivi, ossessivi, ripetitivi. Come se in ogni angolo del mondo avesse cercato di fare sempre la stessa foto, ancora e ancora. L’esotismo, la vita, la fuga, la bellezza, ancora e ancora.

Inviato di National Geographic – e non occorre ricordare che la Royal Geographic Society sia un’istituzione imperiale e colonialista britannica, tuttora esistente – l’americano ha viaggiato e fotografato gran parte del Terzo Mondo. India, Pakistan, Tibet, Kuwait, Afghanistan. Ma anche Giappone, Italia persino. E poi gli stessi Stati Uniti, le macerie del World Trade Center. La guerra finalmente – ferocemente – dentro casa.

La guerra è il primo e il più stimolante dei percorsi proposti dalla mostra. Macerie, case sventrate, petrolio in fiamme. Carcasse di carri armati, armi sollevate al cielo. Il grigio della cenere, il nero del petrolio nel Kuwait, il rosso delle fiamme. Un panorama apocalittico, il mondo alla fine del mondo. L’oscenità della distruzione. Non ha bisogno di mostrare corpi fatti a brandelli. Si limita ai resti di animali. Non ha bisogno della retorica del corpo e del volto umano. La guerra è soggetto e scenario sufficiente. La guerra basta a se stessa. Riempie la foto. La satura. Basta solo scattare. Fornisce colori, oggetti, prospettive, linee, che non esistono in nessun altro contesto, umano o disumano. Il reporter nord-americano si pone davanti al primo dilemma del suo lavoro. Fotografare una guerra portata avanti dal suo stesso paese. Non mi sembra che McCurry in questo abbia seguito il lavoro di Robert Capa. Non c’è esaltazione, costruzione, finzione. Ci sono elementi primari. Sabbia, fuoco, petrolio. Macerie, non soldati. Della guerra si mostra il suo lato primordiale, infernale.

Altrove invece l’occhio occidentale si fa più spesso, opaco, ottuso. L’incontro con l’Altro. Altra ossessione occidentale. E ci sarebbe da ritirare fuori Orientalismo, di Edward Said. L’altro viene mostrato proprio in quanto non-occidentale. E quindi colorato, festoso, primitivo, gioioso o ascetico, vivo, accogliente o provocatorio. In ogni caso, sempre lontano, chiuso nella propria alterità, incomprensibile, inafferrabile. È celebre la foto della bambina afghana. Ce ne sono molti di ritratti così. Il soggetto che fissa la camera da presa. Sguardi carichi di forza, di volontà. Di capacità di sostenere lo sguardo. La bambina afghana poté guardare negli occhi McCurry solo nel momento dello scatto, attraverso la macchina fotografica. E mi sembra che ci sia una grandissima fierezza in lei come in molti degli altri ritratti. Mi sembra che per quanto McCurry cerchi il “tipico”, il “colore locale”, “l’esotico”, tutto questo finisca per rivoltarglisi contro. C’è una frizione tra l’occhio che guarda e che scatta e l’occhio che risponde, sfida, guarda, accetta di mostrarsi come soggetto, come essere, come punto di vista a sé stante. Un duello, una sfida, spesso inserita in paesaggi strazianti, selvaggi. Il mare dei pescatori, la tempesta nel deserto, le alluvioni in India, le città deserte e gelide dell’Afghanistan. Sempre più violento esplode il colore, vero leit motive di questa fotografia. Così vivido e saturo da sembrare artefatto, ricostruito.

Mi ha colpito il ritratto di Aung San Suu Kyi, Birmania, 1995. La leader non violenta che guarda altrove. L’espressione distaccata, malinconica, anche preoccupata. La penna tenuta distrattamente nella mano. La bandiera rossa alle sue spalle. La decisione, la determinazione. Decisamente un grande ritrattista.

Ci sono anche percorsi sul Silenzio e sulla Gioia. L’incontro, fortuito. Una donna e un bambino che chiedono l’elemosina fuori dal vetro dell’automobile, mentre la pioggia è scrosciante. Un ragazzino che fugge per le viuzze di una città indiana. Una festosa e colorata cerimonia. Il tuffo in un fiume. La folla, multicolore, mobile, fluida. C’è una ricerca di altre forme di vita, del mistero della gioia e della bellezza in modi così diversi e così lontani da quelli che potremmo anche solo immaginare. Anche in questo McCurry eccelle. Nel cogliere l’immagine di qualcosa che continua però a sfuggirci. A noi e a lui. Cosa abbiamo capito, cosa abbiamo imparato, alla fine di questo percorso?

Ci ha fatto vedere il mondo, ma cosa ne sappiamo più di prima? Mi sembra che questa fotografia resti estranea al suo soggetto. Non riesca a entrarci in comunione. Non lo incontri. Mi sembra molto diverso, per esempio, da Kapuscinski. Che ha fatto pratica e teoria al tempo stesso, cioè poetica, dell’incontro con l’altro nel lavoro del reporter. McCurry, paradossalmente, non va oltre la propria vista. Scintillante, spettacolare, commovente, tragica, ma sempre superficiale.

Dal 10 aprile al 5 settembre. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria.