Un articolo di Loredana Lipperini su Repubblica di oggi mi sollecita alcune riflessioni. L’autrice ci parla di una trasformazione in atto già da tempo che investe il lettore e il suo rapporto con il testo scritto, il libro. Il lettore-consumatore sta diventando sempre di più un lettore-critico, che non risparmia stroncature cocenti anche ai mostri sacri della letteratura. E questo avviene non più solo attraverso i blog e i forum, le prime forme di autentica espressione libertaria del web, ma soprattutto sui social network. Facebook, Twitter e Linkedin sono ottimi per sparlare a più non posso di chiunque e di qualunque cosa, quindi anche dei libri. Non dimentichiamo che esiste anche Anobii, un social network dedicato esclusivamente al mondo della lettura, in cui gli utenti possono commentare e recensire praticamente tutti i testi esistenti al mondo, che li abbiano letti o meno. Inoltre anche le piattaforme di e-commerce come Ibs o Amazon permettono di commentare i prodotti in vendita, dando così libero sfogo all’acredine o all’entusiasmo degli utenti-consumatori-critici.
Il tema dell’articolo della Lipperini è: ma non stiamo esagerando? Criticare Manzoni o Proust perché “io l’avrei scritto meglio” non è una follia? In effetti, un po’ sì. Se leggiamo i commenti su Anobii, per esempio, ne troviamo veramente tante di queste stroncature assurde. Dico assurde perché spesso sono appiattite unicamente su aspetti stilistici e perché partono da un punto di vista totalmente inadeguato.
Questi lettori si sono fatti le ossa con i manuali di scrittura creativa, seguendo i consigli dei guru come Baricco, David Foster Wallace o Chuck Palahniuk, e passando un’infinità di tempo – secondo me- a scrivere più che a leggere. Io non credo che questi siano la maggioranza dei lettori. Credo che siano una minoranza molto rumorosa. Ritengo che il loro punto di vista sia inadeguato perché manca di una corretta prospettiva storica, perché la letteratura non si misura solo con gli strumenti della scrittura creativa, perché il know-how non è tutto, perché se non sai riconoscere l’unicità di uno stile, anche con i suoi anacronismi, i suoi salti, i suoi punti morti, allora non sai davvero leggere.
Mi è tornato in mente un saggio di George Steiner, Una lettura ben fatta, in cui il critico lamentava la scomparsa di quel rapporto speciale e privilegiato che si instaurava tra il lettore e il testo. Un lettore coscienzioso, che aveva fatto i compiti e arrivava preparato all’appuntamento. E un testo che non si leggeva con noncuranza o distrazione, ma nemmeno con timore reverenziale. Per Steiner il lettore deve completare il testo. Deve ingaggiare un dialogo. Deve anche correggerlo, se necessario, tramite le note a margine (i marginalia) e le annotazioni in fondo. Steiner qui dice una cosa interessante. Le annotazioni sono più formali, citano fonti, aggiungono date o spiegano dei termini. I marginalia sono più che altro commenti, interventi, risposte, spesso molto corposi. “L’autore dei marginalia è potenzialmente il rivale del testo. L’annotatore ne è il servitore”. (George Steiner, Nessuna passione spenta, Garzanti, p. 13).
Eccoli qui allora i lettori rivali, i lettori commentatori, di cui Steiner aveva lamentato la scomparsa non più di quindici anni fa. Anobii e Facebook sono i marginalia più vasti che sia possibile immaginare e sono anche condivisibili. Eppure, di questa massa ingente di letture, commenti, pareri e recensioni, ben poco si salva. Perché, e su questo Steiner aveva ragione, prima bisogna studiare. Bisogna conoscere la grammatica e la metrica, il latino e il provenzale, l’endecasillabo e il romance.
La scrittura creativa, i blog e i social network hanno dato un grande impulso all’idea che in fondo sono capace anch’io. Le auctoritates, gli autori e i classici, sembrano aver perso definitivamente la loro aura e questo non è necessariamente un male. I canoni vengono sempre stilati per motivi politici, ma non è detto che liberarcene sia la cosa giusta. Non abbiamo più bisogno che ci venga detto dall’alto cosa è bello e cosa non lo è, ma abbiamo ancora bisogno di saper distinguere ciò che è bello da ciò che non lo è.
Prima di scrivere e di confrontarsi con il testo, io credo che sia necessario conoscerlo. Averlo capito. Bisogna confrontarsi con esso, innamorarsene e odiarlo, smontarlo e vedere com’è fatto, capire da dove viene, da quale mondo lontano eppure anche vicino arriva quella voce. Ma non si fa dall’oggi al domani. Non ci si improvvisa. Mi viene in mente la scena di Albanese che fa il sommelier. La trovate in cima.