Meccanico in un’officina e stuntman nei film polizieschi, di giorno; autista nelle rapine, di notte. Il protagonista del film (Ryan Gosling) non ha un nome, non ha legami sentimentali, ha solo le sue regole, con le quali conduce un’esistenza solitaria e meticolosa ma sempre al limite. Finché non si imbatte nella vicina di casa, interpretata da Carey Mulligan (Wall street: il denaro non dorme mai, An education), e comincia a provare qualcosa di nuovo. Quando il marito della giovane uscirà di prigione e si troverà nei guai con dei malavitosi, il nostro deciderà di aiutarlo guidando in un’ultima rapina, dagli esiti imprevisti.
La trama non è certo originale. Il tema del guerriero solitario, dell’uomo che conduce una vita al confine tra bene e male, si è visto già in numerosi film, noir e non. Heat – La sfida di Michael Mann, l’immancabile Taxi driver, Ghost dog di Jim Jarmusch, nonché il cinema di Jodorowski – esplicitamente citato dal regista – sono i riferimenti più evidenti di un film ambientato in una metropoli notturna e acida, un deserto morale ed esistenziale, in cui i personaggi vivono chiusi in se stessi, disperatamente soli, pronti ad aggrapparsi alla minima speranza ma paurosi di perdere, sempre alla ricerca della grande occasione che inevitabilmente falliranno.
È l’imprevista irruzione del sentimento che spariglia le carte. Come accadeva anche ne Le conseguenze dell’amore di Sorrentino, il pilota senza nome e senza identità si scopre a sorridere, a compiere gesti e scelte azzardate, che lo condurranno verso un destino che intuisce ma di cui non sembra avere paura, che accetta con coraggio e generosità. Gosling, che quest’anno è apparso anche ne Le Idi di marzo di Clooney, è fenomenale nella parte del cavaliere solitario, taciturno, impassibile e gelido, eppure anche eroico e romantico. La sua recitazione è tutta giocata sottopelle, negli sguardi, nei minimi movimenti del volto. Finché nella corazza apparentemente impermeabile del pilota non si aprono delle crepe e per un attimo scorgiamo il magma fatto di bisogno di amore e disperazione, ma anche violenza, che gli scorre nelle vene.
Il regista, il danese Nicolas Winding Refn, acclamato al festival di Cannes e dalla critica, ha lavorato per sottrazione sui dialoghi, nei quali i silenzi pesano più delle parole, ma ha premuto forte sull’acceleratore nelle sequenze d’azione. Ricordiamo un paio di inseguimenti adrenalinici, tutti girati in soggettiva dal punto di vista del protagonista, e diverse crude scene di violenza.
Refn tuttavia ha costruito il film intorno al fascino del suo personaggio: sfaccettato, complesso, sottotraccia, chiuso nella calma sotterranea dei gesti e nell’imperturbabilità del volto. È un angelo caduto, bello e perduto, carico di venature tragiche; non possiamo non subirne il fascino mentre se ne va in giro a passo lento con il suo giacchino bianco sempre più sporco di sangue e uno scorpione disegnato sulla schiena, con i capelli biondi e il viso pulito, metafora della sua natura doppia e ambivalente.