È scomparso Sergio Bonelli, 80 anni, uno dei padri illustri del fumetto italiano. Non era stato lui ad inventare Tex – ci aveva pensato suo padre Gian Luigi – ma lui, Sergio, ne aveva sceneggiati molti con lo pseudonimo di Guido Nolitta. Una volta al timone della casa editrice che porta il suo nome, aveva fatto debuttare tantissimi nuovi personaggi, tra cui il più importante resta senza dubbio Dylan Dog, il fumetto italiano forse più importante, popolare, discusso e amato di sempre. Oltre al genere horror, aveva pubblicato anche fantascienza, noir, avventura (Nathan Never, Julia, Mister No, Zagor) e neanche possiamo dimenticare una delle ultime produzioni, estremamente significativa, Volto nascosto: la prima miniserie a fumetti dedicata allo scottante tema del colonialismo italiano in Etiopia ed Eritrea.
Sergio Bonelli era rimasto praticamente l’ultimo editore di fumetti veramente popolare in Italia. L’ultimo a vendere in edicola, per esempio, e non nelle fumetterie specializzate. Ciò significa che anche il taglio delle sue opere era rimasto sempre popolare, diretto, aperto a un pubblico quanto mai vasto ed eterogeneo, ma sempre anche raffinato, letterario.
Ci tengo a dire che di storie così non se ne vedono più. Senza nulla togliere al panorama del fumetto, e non solo, è proprio quel tipo di personaggio che sembra ormai definitivamente scomparso. L’eroe ormai non c’è più. Non c’è nel fumetto, non c’è al cinema, non c’è nella letteratura o a teatro. Esistono personaggi più o meno compromessi, sofferti, portatori di istanze o di principi, ma non sono eroi. Non più. I personaggi della Bonelli erano sempre eroi. Tex e Dylan Dog sono più simili di quanto uno si immagini. Hanno in comune l’incrollabile volontà di cercare sempre di fare la cosa giusta. Si battono per quello in cui credono, si sacrificano, soffrono. Ma fanno la cosa giusta. Per questo sono eroi. Perché sono modelli da imitare. Qualcosa che sembra ormai definitivamente scomparso dal nostro orizzonte. Sono coloro che portano il fuoco, come direbbe Cormac McCarthy, sono i giusti.
Un’altra cosa che mi è sempre piaciuta della Bonelli è che pur partendo dal genere più di evasione che si possa immaginare, il western (cosa c’è di più lontano e distante dall’Italia degli anni ’50 degli aridi paesaggi della frontiera americana?), ogni personaggio è stato sempre costruito intorno a uno schema che tendeva sempre a stimolare dubbi e riflessioni nel lettore riguardo la propria realtà. I mostri più spaventosi di Dylan Dog non erano mai gli zombie o i serial killer, erano la solitudine, il disagio, l’angoscia, l’alienazione. Quelle storie terminavano sempre con un sapore agrodolce e malinconico. Il vero mostro era poi stato davvero sconfitto? Forse no. Però era certo che, anche se non c’era e non ci poteva essere alcun lieto fine, Dylan o Tex o chiunque altro avrebbero continuato a lottare, come avevano sempre fatto. E questo era molto rassicurante. E niente affatto banale.
Oggi non vedo storie così. Ci sono altri schemi narrativi. Mi sembra che la categoria dell’eroe sia stata sostituita da quella di protagonista. Ma ovviamente c’è una grande perdita in questo passaggio. Chiunque può essere – e di fatto è – il protagonista, anche solo per cinque minuti e senza avere alcuna qualità particolare. Ma per essere un eroe…
Forse ne avremmo bisogno, purtroppo.
