Falling skies… ma anche no

settembre 19th, 2011 § 0 comments § permalink

Era la serie più attesa della stagione, ma sul serio. Chi ama il genere – e non solo – non poteva rimanere indifferente davanti a una trama ambientata in un futuro postapocalittico, in cui per lo più l’umanità superstite combatte un’invasione aliena dagli scopi misteriosi e imperscrutabili. Anche solo il nome di Steven Spielberg tra i produttori conferiva un’aura di autorialità e – diciamolo – era un po’ una garanzia, un marchio di fabbrica.

Non è andata proprio così…

Innanzitutto di originale in questo prodotto c’è ben poco. Si rimanda a tutta la tradizione di invasioni di alieni cattivi e misteriosi, ma con un occhio alla comunità, al patriottismo, al gruppo che si stringe e si unisce per combattere il nemico. I bambini e gli adolescenti sono il centro della narrazione, elemento caro a Spielberg, si è detto. Ma siamo molto lontani da Eliot che faceva amicizia con E.T. Siamo più dalle parti del più trito Indipendence day. In Falling skies i bambini vengono rapiti dagli Skitters – gli insettoni spaziali si chiamano così – che li rendono propri schiavi, fino a trasformarli in alieni a loro volta. L’infanzia è un bene da proteggere dalla corruzione e dalle influenze nefaste. Anche qui, la banalità regna sovrana.

Il protagonista è un professore di storia con tre figli, che ogni tanto se ne esce con delle perle di saggezza sulle tattiche di guerra aliene che sono le stesse degli antichi romani o cose simili. Come a dire che la guerra è sempre la stessa, a prescindere da chi la combatte. Concetto che pecca di un notevole antropocentrismo. Come si fa a dire che una forma di vita aliena – appunto – abbia i nostri stessi meccanismi cognitivi? Boh.

Ma se andiamo a vedere più da vicino il difetto più grosso è la patina di retorica moraleggiante di cui ogni cosa è impregnata. La scelta degli attori, i dialoghi, la recitazione, le ambientazioni. È tutto artificiale, tutto per bene, tutto finto e prevedibile. Tutto noioso. Non c’è una battuta che non sappia di stantio. E anche i colpi di scena – ce n’è uno alla fine di ogni episodio, come la sorpresa nell’happy meal – sono sempre telefonati. I personaggi sono tutti buoni che più buoni non si può. Anche quelli cattivi, in fondo in fondo sono buoni.

Se i dialoghi sono soporiferi, almeno le scene d’azione saranno buone. In effetti sono talmente poche e talmente inutili ai fini dello svolgimento della trama, che si lasciano dimenticare abbastanza facilmente.

Un’opera di fantascienza non può peccare di realismo. Sembra un paradosso ma è così. È l’assoluta verosimiglianza di ogni aspetto che garantisce la massima efficacia dell’invenzione centrale, la massima forza d’impatto sull’immaginazione dello spettatore. Se tutto suona finto fin dall’inizio, allora meglio vedere Glee.