Corollario su Rama, gli Ufo e l’astrologia

ottobre 25th, 2011 § 0 comments § permalink

Dalla lettura di Viaggio nella magia, dell’antropologa Cecilia Gatto Trocchi, riprendo alcune riflessioni interessanti.

Il discorso magico comprende numerose aree, tutte intrecciate tra di loro in modi più o meno mirabolanti: esoterismo, astrologia, religioni sincretiche, culti, satanismo, e chi più ne ha più ne metta. Oltre agli Ufo, ovviamente, che sono un tema assolutamente non marginale.

In modo particolare la New Age si è molto interessata ai visitatori dello spazio, producendo un’incredibile massa di parole su di essi. Ciò che ci interessa qui è il modo in cui viene trattato l’incontro. Voglio riprendere dal libro della Gatto Trocchi uno spunto di Mircea Eliade sull’astrologia:

“Una volta scoperta la relazione con gli astri non si è più l’individuo anonimo descritto da Heidegger e Sartre, uno straniero gettato in un mondo assurdo e privo di senso, non si è più “condannati a essere liberi”, come diceva Sartre; non si è più individui con una libertà limitata, condizionata dal momento storico. L’oroscopo rivela una nuova dignità e mostra la intima connessione con l’universo intero. E se è pur vero che la vita è determinata dal movimento degli astri, è però anche vero che si tratta di una determinazione eccezionalmente grandiosa. Per quanto tu sia in definitiva un burattino mosso da fili e da corde invisibili, fai pur sempre parte del mondo celeste.”

Se ci si riflette, questa posizione sull’astrologia e sugli oroscopi può benissimo essere ampliata alla venuta degli extra-terrestri e anche a tutte le altre manifestazioni del pensiero magico. I visitatori dagli altri pianeti sono figure angeliche o diaboliche, portatrici di un messaggio di salvezza o di minaccia, così come l’oroscopo può essere benigno o maligno, e come la magia può essere bianca o nera. Gli alieni sono figure in ogni caso messianiche, segnano l’avvento di una palingenesi, di una rinascita o di una rovina. Ci portano la conoscenza di una civiltà tecnologicamente avanzatissima e sempre superiore alla nostra. Vengono a svelarci i misteri dell’universo o a colonizzarci e renderci schiavi. In ogni caso, essi vengono sempre per noi. Sono qui esattamente per noi.

Quest’idea è potentemente rassicurante e confortante. Non solo non siamo soli nell’universo, non siamo stati abbandonati da dio su una landa desolata e inospitale, soli coi nostri dubbi e la nostra finitezza e il nostro libero arbitrio di cui non abbiamo poi molta voglia di fare uso, ma siamo invece seguiti e protetti o forse minacciati, ma non importa, perché anche la minaccia significa che siamo parte di qualcosa di più grandeIl gioco del cosmo, potremmo dire, parafrasando Cortàzar.

Quest’idea è violentemente salvifica, mistica, millenarista. Il millenarismo, il mito della fine del mondo, non è forse basato sullo stesso concetto? Il mondo terminerà nell’anno mille o nel 2012 o chissà quando, ma in ogni caso questo implica per forza che alla base di tutto c’è un disegno, che c’è un senso insito nelle cose e nel nostro destino.

L’umanità non è dunque sola nell’universo. Dio, gli angeli, gli alieni… tutti sono manifestazioni dello stesso bisogno. Colmare il vuoto, gelido, siderale, della nostra solitudine.

Desideriode-sideribus, dalle stelle.

Ecco perché la sci-fi è radicalmente diversa. Il discorso fantascientifico non è salvifico, non è consolatorio, non offre scappatoie. Almeno per quanto riguarda la grande sci-fi.

Che cos’è Rama? È una bara alla deriva nel cosmo? È un’arca mandata da Dio per redimerci? È un’astronave antica come il cosmo in viaggio per una meta che non possiamo neanche immaginare? Lo sgomento che permea il romanzo è dato dalla refrattarietà di Rama a incontrare e soddisfare la nostra capacità di comprendere e capire. Un esempio: le città (o presunte tali) di Rama vengono battezzate con nomi occidentali: New York, Londra, Parigi, Roma. Il gesto è tipico dell’esplorazione-colonizzazione. Lo spazio altro viene ricondotto a ciò che risulta familiare, conosciuto, gestibile. Tuttavia ogni cosa rimane incomprensibile. Le case non hanno porte o finestre. Non si capisce se siano magazzini o fabbriche o laboratori. Distruggendo un muro, si accede a una sorta di museo di ologrammi, pieno di oggetti ora assurdi ora quasi riconoscibili, apparentemente gettati alla rinfusa. Ma Norton si rende conto che c’è un ordine in quel caos. Ma è un ordinetotalmente estraneo alla loro capacità logica e linguistica.

In un altro momento, in una sorta di giardino fatto di forme geometriche, uno degli uomini scopre un fiore, avvolto da una sorta di foresta di tubi di ferro:

“Jimmy era un uomo d’azione, non di pensiero. Mentre strisciava con dif-ficoltà nell’intrico dei paletti, non perse tempo a chiedersi perché stesse compiendo un’impresa così balorda. I fiori non l’avevano mai interessato, eppure adesso non badava a sprecare energie per coglierne uno. Va bene che era unico e di valore scientifico enorme, ma in realtà lo voleva perché

era l’unico legame rimastogli col mondo della vita, con il pianeta dove era nato.

Eppure quando l’ebbe a portata di mano, esitò: forse era l’unico fiore di Rama. Che diritto aveva di coglierlo?

Se cercava una scusa, poteva consolarsi pensando che era nato per caso, che non rientrava nei progetti dei ramani. Era ovviamente un anomalo, nato troppo presto o troppo tardi. Ma in realtà non aveva bisogno di giustifi-cazioni e la sua esitazione durò solo un attimo. Protese la mano, strinse lo stelo e diede un forte strattone.

Lo stelo si spezzò senza difficoltà. Dopo aver raccolto anche qualche foglia, Jimmy cominciò a strisciare lentamente a ritroso. Avendo una sola mano libera faceva molta fatica, e dovette fermarsi spesso per riprendere fiato. Fu durante una delle soste che notò come le foglie superstiti si chiu-devano e lo stelo spezzato, girando lentamente su se stesso, rientrava nel terreno, come un serpente ferito che si nasconde nella tana.

Ho ucciso una creatura così bella, pensò rammaricato. Ma Rama non aveva ucciso lui? Cogliere un fiore era nel suo pieno diritto.”

Questo è Rama. L’estraneo. Che non si piega e non si spiega. Si sottrae alla logica. È anzi fatto di una logica di ordine e grado diverso. Jimmy teme il castigo per il suo gesto. Ma non succede niente. Si convince di essere in diritto, nel giusto. Ma il diritto semplicemente non c’è, e se c’è, allora non è raggiungibile dalle potenzialità della mente umana.

Su Rama non ci sono i ramani. Non sono né benevoli né minacciosi. Semplicemente non ci sono. O non si degnano di mostrarsi. Non si sa. Non si saprà mai. Come non si saprà mai quali erano i loro scopi e i loro disegni. Si sa solo che qualunque fossero, non riguardavano noi. L’umanità non è più sola nel cosmo, eppure lo è più di prima.

All’appuntamento con Rama, nessuno si è presentato.

Arthur C. Clarke, Rendez-vous with Rama

ottobre 25th, 2011 § 0 comments § permalink

Amo la fantascienza che non parla solo di astronavi. Amo la fantascienza perché non parla solo di astronavi. Tutta la grande sci-fi è così. Parla sempre di altro. Di noi. Del nostro destino. Della nostra natura.

I grandi non sono poi molti. Asimov è il pater familias. Perché ha, letteralmente, una concezione famigliare dell’uomo e delle sue creature/alter-ego, i robot. Dick è la curvatura paranoide, patologica, mistica, pastorale, puritana, geniale, del genere. E poi c’è Clarke, di cui parliamo qui. Arthur C. Clarke è la versione asettica, scientifica, epistemologica quasi, della fantascienza. È la così detta hard sci-fi, non perché contenga scene a luci rosse, ma perché la narrazione è basata in modo maniacale sul rispetto delle leggi della fisica, delle conoscenze astronomiche, tecnologiche e anche psicologiche legate ai viaggi nello spazio.

Clarke è famoso per il romanzo e la sceneggiatura di 2001: a space Odissey, ma anche e soprattutto per Rendez-vous with Rama, del 1972. La trama, in breve: dopo che un asteroide ha distrutto la pianura Padana (“le su-perstiti glorie di Venezia sprofondarono definitivamente sott’acqua, mentre le onde dell’Adriatico si avventavano rombando nell’entroterra a suggellare l’opera di distruzione del proiettile venuto dallo spazio.” Brano che evoca sinistre analogie con la stretta attualità…) si decide di istituire un programma di sorveglianza spaziale, chiamato Safeguard. Così, oltre un secolo più tardi, verrà avvistato un corpo in avvicinamento al Sistema Solare, che verrà chiamato Rama, in onore della mitologia Indù. La forma è estremamente regolare, un cilindro di circa 40 km di diametro, in velocissima rotazione sul suo asse, tanto che il suo giorno dura solo 4 minuti. La sua traiettoria punta dritta sul sole. Si decide di intercettarlo. L’astronave Endeavour – dal nome della nave di James Cook, grande esploratore inglese del XVIII sec. e richiamo diretto al nucleo concettuale del romanzo: l’esplorazione del diverso – atterra su Rama. Il titolo del romanzo fa riferimento a questo: il rendez-vous è la manovra con cui un’astronave attracca ad una stazione orbitante; ma al tempo stesso il rendez-vous è anche un incontro. Un incontro con l’altro. Con l’ignoto, con lo sconosciuto. Con una forma di vita aliena. L’appuntamento più decisivo della storia dell’umanità. Perché Rama è artificiale. Quello che era solo sospetto, diventa certezza. Una volta entrati in uno dei tre portelli, il Comandante Norton e i suoi uomini scoprono un mondo intero, adagiato alle pareti interne del cilindro. Un mondo complesso, con città, un mare ghiacciato circolare come un anello, strane costruzioni e anche macchine, giardini e persino animali – i biot, forme di vita organico-meccaniche.

Rama è un’astronave-mondo, in viaggio forse da migliaia di secoli. Ancestrale, antichissima, deserta. Gelida. Remota. Eppure come nuova, come se non fosse mai stata usata. Come se fino a quel momento avesse aspettato l’arrivo dell’uomo. La narrazione procede con l’esplorazione di Rama, la scoperta delle bizzarrie che contiene, e dei continui fenomeni misteriosi e inquietanti che si manifestano. All’inizio sembra un sepolcro. L’aria è stantia. Il silenzio e l’oscurità sono assoluti, minacciosi. Gli astronauti scoprono un mondo asettico, geometrico. Pulito, come nuovo. Come se non fosse mai stato usato. Morto. Ma all’avvicinarsi del sole Rama sembra risvegliarsi. Si accendono le fonti di luce, il mare ghiacciato si scioglie, le macchine si attivano. Sembra che il ciclo della vita venga riprodotto, come guidato da una misteriosa e sfuggente intelligenza. Tuttavia Rama e l’invisibile forza che la controlla continua a ignorare la presenza degli uomini a bordo, che provano un continuo senso di minaccia, di inquietudine e di mistero.

Più volte si fa riferimento al termine “tomba”. Gli uomini si sentono come gli archeologi che entrarono nelle tombe dei Faraoni. Sembra loro di profanare un luogo sacro. Sacro ma misterioso, inviolabile, incomprensibile. Sfuggente.

“Stava acquistando quota, risalendo verso la punta dell’aculeo centrale, quando cominciò a provare una sensazione strana, un senso di premonizione misto a un vero e proprio disagio fisico e psicologico. Gli venne improvvisamente in mente una frase che aveva letto, e che ora non servì certo a sollevargli il morale: Qualcuno sta camminando sulla tua tomba.”

Improvvisamente la prospettiva si rovescia. Che Rama sia la loro tomba? Che sia una trappola astutamente architettata per portare la morte agli sventurati che si sono inoltrati nelle sue viscere?

Eppure, niente sembra costituire una diretta minaccia agli uomini. Le macchine e i robot a bordo non nutrono interesse nei loro confronti…

Uno degli uomini, un “cosmo-cristiano”, ritiene che Rama sia invece un’arca, giunta nel sistema solare per salvare i giusti. La seconda venuta, il secondo giudizio.

Rama come messaggio divino agli uomini. Come prodotto divino. L’altro, l’alieno, viene assimilato a dio. Al divino. Chi altri potrebbe aver concepito una simile meraviglia e potrebbe averla condotta fino lì?

Ma anche questo tentativo di spiegazione, si rivela insoddisfacente.

Perché Rama non dirige sulla Terra, bensì fa rotta direttamente sul sole. Probabilmente – ma non è chiaro -, per ricaricare le energie e ripartire, “verso i solitari abissi, al di là della Via Lattea”.

Rama ignora la presenza degli uomini. Non si interessa di loro. I suoi misteriosi creatori hanno progetti e mete molto più importanti. Gli altri che rifiutano di svelarsi e che si celano dietro il velo della loro opera, nutrono solo indifferenza per l’umanità e per il ristretto raggio di luce della sua intelligenza. L’antropocentrismo viene completamente smontato. Superato. Messo fuori causa. L’uomo non è più il custode del creato e a sua volta una creatura divina, a sua immagine e somiglianza. L’uomo non ha più alcun posto privilegiato nella natura. Ci sono altri esseri molto più importanti, molto più grandi, che si rifiutano di mostrarsi, come gli uomini non si degnerebbero di mostrarsi a una formica…

Rama è una scatola-mondo al tempo stesso piena e vuota. È piena dell’assenza. C’è un silenzio assordante. Accecante. Un vuoto incolmabile. Le meraviglie, le città, i misteri, il mare circolare come un anello, niente aiuta a trovare un senso.

Sarà questa mancanza di senso che torturerà il comandante Norton, consapevole di essere stato sul punto decisivo della storia dell’umanità, e di aver fallito. Di non aver trovato risposte.

Eppure, l’anatomia di Rama, in cui ogni elemento viene sempre ripetuto tre volte (tre porte d’accesso, tre rampe, tre fonti di luce… ecc) porterà a quest’ultimo loop, finale nel finale: “E sulla lontanissima Terra, il dottor Carlisle Perera non aveva ancora detto a nessuno di essersi svegliato da un sonno agitato con questo messaggio del subconscio che gli echeggiava nel cervello:

I ramani fanno tutte le cose a tre per volta.

Non è solo un finale aperto, come quello dell’Isola del tesoro, che pure è stato ricordato. Il finale lascia intendere che l’ordine delle cose è più complesso di come appare, è multiplo, è triplo. Uno e trino? Probabilmente non c’è una sola Rama. Rama ha la forma di un cilindro, di un contenitore. Una scatola che contiene un mondo. Un’arca. E se Rama fosse una scatola cinese? Se ci fosse un’altra scatola-Rama che contenesse il mondo intero? E poi un’altra ancora più grande?

La sproporzione tra le dimensioni in gioco rende la realtà incomprensibile e inaccessibile ai nostri occhi. Siamo formiche che cercano di esplorare e comprendere un mondo di giganti che non riusciamo neanche a vedere.

Questa è la natura umana, la natura della realtà. Questo è il senso epistemologico dell’opera di Clarke. La verità dell’Altro – che dà senso anche al Sé – è inaccessibile.

Neutrini e metafore

settembre 23rd, 2011 § 0 comments § permalink

I telegiornali hanno parlato della recente scoperta effettuata da un team di scienziati in parte italiani al Cern di Ginevra, ma con un po’ di titubanza, relegandola tra le notizie culturali, probabilmente senza afferrarne le implicazioni. Il fatto che la velocità della luce sia stata infranta da dei neutrini, particelle sparate dal Cern e captate nei laboratori del Gran Sasso, è semplicemente troppo enorme, troppo rivoluzionario, troppo inconcepibile, per poterne afferrare anche solo una parte delle implicazioni.

Lascio ad altri le considerazioni sulla fisica e la natura della nostra realtà. Vorrei invece fare un paio di considerazioni su come questa scoperta possa investire il mondo dell’immaginario.

Come immaginiamo il nostro mondo? Quali sono le metafore che utilizziamo per descriverlo? Le scoperte scientifiche hanno sempre avuto una vasta eco sull’arte e sulla cultura. Pensiamo alla stessa Teoria della Relatività di Einstein, che ha influenzato profondamente il modo di artisti e scrittori di rappresentare la realtà. Pensiamo al Cubismo, all’arte informale, agli esperimenti delle avanguardie degli anni ’60 e ’70. Concetti come la relatività del punto di vista dell’osservatore e l’impossibilità di descrivere esattamente la posizione di un oggetto mentre viene osservato (principio di indeterminazione di Heisenberg) sono entrati pienamente nel lessico e nella consapevolezza della cultura occidentale contemporanea.

Ma in generale, nella storia ci sono state diverse scoperte talmente imponenti da obbligare l’umanità intera a ripensare radicalmente la sua visione del mondo. La rivoluzione copernicana, per esempio, o la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Amerigo Vespucci – e non di Cristoforo Colombo, che restò sempre ancorato a una visione medievale – hanno costretto a reinventare non solo l’immagine del mondo in cui viviamo, la realtà in cui siamo inseriti, ma anche di noi stessi. L’uomo medievale vive in un mondo piatto, diviso in tre parti – Europa, Asia e Africa – e completamente circondato dal mare. Dopo la scoperta delle Americhe, l’uomo non è più lo stesso. La mente rinascimentale è diversa, aperta alla diversità e dalla scoperta del nuovo, pronta a nuove mirabolanti e sanguinose imprese. La diffusione delle teorie di Einstein, che hanno infranto la fisica classica, hanno modificato anche la mente dell’uomo moderno. Insieme alle scoperte di Freud, Einstein ha involontariamente plasmato un immaginario diverso da quello ottocentesco. L’arte del novecento è franta, scomposta, piena di frammenti, di limiti posti alla visione e alla comprensione, continuamente posta in discussione, mai risolta e compiuta.

E ora? Come sarà la mente del nuovo secolo? Come immagineremo il nostro mondo, ora che uno dei limiti fondamentali della nostra realtà è stato infranto? Come si racconta, osserva o descrive un mondo in cui si può superare la velocità della luce? La sci-fi si incaricherà come sempre per prima di provare a immaginare il mai-immaginato. Di portare questa nuova idea alle estreme conseguenze, coniando così le metafore che useremo domani. È la fantascienza la grande scopritrice di nuovi modi – oltre che di nuovi mondi. Chissà cosa scriverebbe Philip K. Dick, se fosse qui.

Falling skies… ma anche no

settembre 19th, 2011 § 0 comments § permalink

Era la serie più attesa della stagione, ma sul serio. Chi ama il genere – e non solo – non poteva rimanere indifferente davanti a una trama ambientata in un futuro postapocalittico, in cui per lo più l’umanità superstite combatte un’invasione aliena dagli scopi misteriosi e imperscrutabili. Anche solo il nome di Steven Spielberg tra i produttori conferiva un’aura di autorialità e – diciamolo – era un po’ una garanzia, un marchio di fabbrica.

Non è andata proprio così…

Innanzitutto di originale in questo prodotto c’è ben poco. Si rimanda a tutta la tradizione di invasioni di alieni cattivi e misteriosi, ma con un occhio alla comunità, al patriottismo, al gruppo che si stringe e si unisce per combattere il nemico. I bambini e gli adolescenti sono il centro della narrazione, elemento caro a Spielberg, si è detto. Ma siamo molto lontani da Eliot che faceva amicizia con E.T. Siamo più dalle parti del più trito Indipendence day. In Falling skies i bambini vengono rapiti dagli Skitters – gli insettoni spaziali si chiamano così – che li rendono propri schiavi, fino a trasformarli in alieni a loro volta. L’infanzia è un bene da proteggere dalla corruzione e dalle influenze nefaste. Anche qui, la banalità regna sovrana.

Il protagonista è un professore di storia con tre figli, che ogni tanto se ne esce con delle perle di saggezza sulle tattiche di guerra aliene che sono le stesse degli antichi romani o cose simili. Come a dire che la guerra è sempre la stessa, a prescindere da chi la combatte. Concetto che pecca di un notevole antropocentrismo. Come si fa a dire che una forma di vita aliena – appunto – abbia i nostri stessi meccanismi cognitivi? Boh.

Ma se andiamo a vedere più da vicino il difetto più grosso è la patina di retorica moraleggiante di cui ogni cosa è impregnata. La scelta degli attori, i dialoghi, la recitazione, le ambientazioni. È tutto artificiale, tutto per bene, tutto finto e prevedibile. Tutto noioso. Non c’è una battuta che non sappia di stantio. E anche i colpi di scena – ce n’è uno alla fine di ogni episodio, come la sorpresa nell’happy meal – sono sempre telefonati. I personaggi sono tutti buoni che più buoni non si può. Anche quelli cattivi, in fondo in fondo sono buoni.

Se i dialoghi sono soporiferi, almeno le scene d’azione saranno buone. In effetti sono talmente poche e talmente inutili ai fini dello svolgimento della trama, che si lasciano dimenticare abbastanza facilmente.

Un’opera di fantascienza non può peccare di realismo. Sembra un paradosso ma è così. È l’assoluta verosimiglianza di ogni aspetto che garantisce la massima efficacia dell’invenzione centrale, la massima forza d’impatto sull’immaginazione dello spettatore. Se tutto suona finto fin dall’inizio, allora meglio vedere Glee.