Un film anche per Silvio?

marzo 27th, 2012 § 0 comments § permalink

La notizia data dal Corriere della Sera è abbastanza forte da cadere dalla sedia. Peccato che il Tg3 ne faccia un servizio di varia tutto giocato su un’ironia abbastanza crassa. Berlusconi sta facendo il film sulla sua storia politica. Dalla discesa in campo del ’94 alla caduta per mano dei tecno-professori. La sua verità, la sua versione della storia d’Italia, la sua visione del mondo.

Sembra che abbia cambiato già quattro registi, perché nessuno soddisferebbe i suoi severi requisiti. E pare anche che siano nomi grossi. Talmente grossi da fare ombra alla sua impronta storica e politica, e quindi via.

Il Tg3 non risparmia ironie sul traffico di attrici e attricette per i provini, sulla megalomania tardo-napoleonica del vecchio, sulla dubbia coerenza estetico-artistica del progetto. Se fossimo in un altro posto del mondo, tipo la Florida o l’Islanda, un sorrisino si potrebbe anche fare. Ma, qui e ora, tutto questo rischia di essere del tutto fuori luogo.

Bisogna chiarire subito una cosa. Se la notizia è attendibile e se è vero che tale film dovrebbe uscire addirittura in autunno (cioè fra pochi mesi), significa che Silvio prevede elezioni per la primavera del 2013. È così, punto e basta. Immagino che lui sappia cose che noi non sappiamo e immagino anche che non si facciano film solo per soddisfare l’ego senile e crepuscolare degli ex-premier. Immagino anche che le motivazioni squisitamente culturali semplicemente non stiano in piedi. Silvio che vuole rispondere al Caimano di Moretti e a Silvio story di Faenza? Ma de che.

No, questo è un grosso calibro che va a rinforzare la già potente artiglieria mediatica di Mediaset in vista delle future elezioni politiche.

Ma la domanda veramente interessante allora è: perché proprio un film? Perché proprio ora?

Silvio non si è mai troppo curato della settima arte. Non ne aveva bisogno. Da padroncino del tubo catodico, era libero di fare il bello e cattivo tempo. Aveva un dialogo quotidiano, unidirezionale e totalizzante con lo spettatore – che era diventato il suo spettatore. I suoi format hanno rivoluzionato il mezzo e anche il paese stesso, trasmutando il novecentesco e umorale popolo nel più facilmente monetizzabile e prevedibile pubblico. È vero che gran parte della mutazione socio-antropologica avvenuta in questi due decenni si sia giocata davanti alla tv.

Lì regnava praticamente incontrastato, al punto in cui persino le poche aree pseudo-sinistrorse rimaste in realtà facevano il suo gioco. Il framing l’aveva inventato lui, prima ancora di Lakoff. La capacità di imporre sempre e comunque il suo terreno, il suo orizzonte ideologico e culturale, le sue immagini e le sue metafore, il suo linguaggio. Che ben conosciamo.

Se Silvio abbandona la sua roccaforte, il segnale è di estrema importanza. Significa che la roccaforte da sola non basta più. Che la situazione comunicativa (ma anche culturale, ideologica, morale? Non è una domanda retorica) in cui ci troviamo è veramente cambiata. Già da un po’ avevamo visto una grande affluenza di personaggi Mediaset o Pdl su Twitter, Facebook e altri social-media. Ed era un segnale. Gli ultimi mesi sono stati un terremoto. I tweet anticipano sistematicamente le agenzie di stampa. E questo è coerente con lo sviluppo della comunicazione. Siamo sempre più interconnessi, always-on, è naturale che anche la politica piano piano si adegui. Ed è altrettanto ovvio immaginare una coerente strategia massmediatica da parte del team di Berlusconi.

Ma il cinema, che forse è il più novecentesco dei media, cosa c’entra? Perché proprio il cinema? Un kolossal encomiastico e revisionista non rischia di apparire tremendamente datato? E un docu-fiction che tenti di rifondare e riscrivere la narrazione degli ultimi vent’anni della nostra storia non rischia di venire immediatamente lasciato in fuorigioco dai video parodici e virali di Youtube? E sul grande schermo le olgettine e le bellezze procaci e volgarotte funzionano ancora? Ma proprio quest’anno che i cinepattoni hanno rumorosamente vacillato e che certi esperimenti, come il kolossal leghista su Federico Barbarossa, hanno evidentemente mancato l’interesse di qualunque pubblico?

Forse proprio per questo. Perché si avvertono degli scricchiolii, che però sono difficili da interpretare. È il ghiaccio che si rompe per l’arrivo della primavera o è la fiancata del Titanic che sta definitivamente cedendo?

Non lo so. Non ho risposte. Però la notizia porta con sé un alone inquietante. Cinema e propaganda, l’associazione pura e semplice. Che in un’epoca di frammentazione delle narrazioni, di micro-blogging, di ironia e sobrietà tecniche, non dovrebbe preoccupare più di tanto. Finirà tutto in caciara, come nella migliore commedia all’italiana. Senza neanche il lusso del sorriso amaro, ma pazienza. Dovrebbe essere così. Però…

Proprio perché gli ultimi mesi sono stati così rapidi, effervescenti, tumultuosi, al punto che molti forse si sono sentiti alienati rispetto al proprio tempo, scavalcati da innovazioni che non sanno neanche comprendere – figuriamoci controllare –, proprio per questo, forse un film saprebbe essere incredibilmente rassicurante, palingenetico quasi. Saprebbe ricomporre tutte le fratture, le frustrazioni, le difficoltà della vita ai tempi della crisi. Saprebbe fornire di nuovo un sogno in cui credere.

Spero di no.

Festival di Venezia: i quattro film da non perdere

settembre 17th, 2011 § 0 comments § permalink

Anche quest’anno il Festival del Cinema di Venezia ha fornito molta materia di cui discutere. Lasciando per un attimo da parte il red carpet e il gossip, i film in concorso si sono rilevati estremamente interessanti, confermando così un trend ormai consolidato. Venezia è un palcoscenico che funziona, in grado di attirare autori di spessore e non seconde scelte, almeno se rimaniamo al contesto internazionale. Per quanto riguarda il cinema italiano il discorso è più complesso. Come ha detto Marco Bellocchio, premiato da Bernardo Bertolucci, due nomi che non hanno bisogno di presentazioni, il cinema italiano è troppo appiattito sulla commedia e i giovani si limitano a “ricalcare pigramente le orme altrui”. Un giudizio molto duro ma che indubbiamente mette il dito nella piaga.

Ma quali sono i film assolutamente da non perdere presentati al Festival?

Ve ne proponiamo quattro.

1)      Partiamo con George Clooney e il suo Le idi di marzo, con cui si porta avanti il discorso di impegno civile iniziato con Good night and good luck e Syriana. Il film esplora i meccanismi della politica, raccontando lo scontro tra due candidati democratici alle elezioni presidenziali. Il titolo fa riferimento all’assassinio di Giulio Cesare, momento cruciale di deriva e slittamento della storia, che riecheggia prepotentemente nell’attualità. L’etica e i valori vengono commissariati, i programmi e le azioni sono ponderati sulla base dei sondaggi. Il gioco verrà deciso, anche questa volta, da una giovanissima stagista.

2)      Anche se rimasto in secondo piano, Carnage di Roman Polanski è un film di grande interesse. Dopo una rissa tra adolescenti, i rispettivi genitori si incontrano nella casa di una delle famiglie per appianare l’increscioso incidente. Ma qui la Sig.ra Cowan (Kate Winslet) accidentalmente dà di stomaco sui preziosi libri della Sig.ra Longstreet (Jodie Foster) e questo darà inizio al “carnaio”, una spirale in cui ognuno dei personaggi darà sfogo a tutta la rabbia e la violenza represse e nascoste dietro la facciata di una famiglia perbene. Interamente ambientato in un appartamento di New York (ma in realtà girato a Parigi), Carnage è un dramma da camera che inquieta e disturba.

3)      Emanuele Crialese torna al tema della migrazione, dopo lo splendido Nuovomondo, in cui erano gli italiani a viaggiare verso la speranza a bordo di un transatlantico avvolto dalle nebbie. Terraferma è il giusto complemento e il rovescio della medaglia: ambientato a Linosa, tra spiagge di turisti e vacanzieri e barconi di migranti alla deriva, in un mondo fatto di sabbia e di sole accecante e avvolto dal mare, forza onnipresente, capricciosa e ambivalente, il giovane Filippo dovrà affrontare scelte difficili e controverse.

4)      Il vincitore del Leone d’oro, Aleksandr Sokurov,  ha sorpreso con un’opera lontana dalle mode, intensa e complessa. Il suo Faust completa la tetralogia sul potere, dopo aver analizzato personaggi come Stalin, Lenin e Hiroito. Sokurov si era fatto conoscere grazie allo splendido Arca russa del 2002, un intero film girato in un’unica inquadratura, senza stacchi, in un ininterrotto flusso di immagini, personaggi, costumi e apparizioni tra i saloni del museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, attraverso tutta la storia della Russia. Il Faust riprende la materia di Goethe, una riflessione tragica e disperata sulla condizione umana, sulla scommessa e sull’errore, sul destino del singolo nei confronti del mondo. Sokurov ha meritatamente vinto il Leone d’oro, grazie alla sua capacità di fare un cinema in cui tutte le soluzioni formali sono declinate ad esprimere una complessità tematica e una densità emozionale estremamente rilevanti.

Questi erano i nostri preferiti, anche se è stato difficile lasciare fuori nomi del calibro di Soderbergh, Cronenberg e Comencini. E i vostri quali sono?

Che dici? Le Alici?

marzo 9th, 2010 § 0 comments § permalink

Ammettiamolo: ci aspettavamo qualcosa di più da Tim e da questo Alice in Wonderland. La storia era perfetta; c’erano tutti gli elementi che gli sono congeniali; sembrava il matrimonio del secolo. Ma qualcosa non ha girato per il verso giusto. Si esce dalla sala non troppo soddisfatti, come se si fosse mangiato poco e sciapo. Forse non avevamo fatto i conti col sensale di matrimoni, Walt Disney. A tal proposito mi associo al pensiero di Trey Parker, qui. Certamente le esigenze commerciali della multinazionale hanno pesantemente contribuito a limare gli artigli e lo spirito del film, che appare chiaramente edulcorato e addolcito, anche rispetto alla recente produzione burtoniana.
Premetto che alcune scene visivamente sono fighe, la trama è scorrevole e tutto sommato ci si diverte. Anche se del 3d si poteva fare a meno e potevamo tutti risparmiare 3 euro, che oggigiorno non sono pochi. Però…
I temi che piacciono al nostro Tim sono evidenti: il sogno, i freaks, l’assurdo, l’esperienza allucinata e catartica, il viaggio in un altrove dark e gothic a più non posso. E da un punto di vista visivo, tutto questo in Alice in wonderland c’è, più o meno. Scenari della brughiera inglese, desolati, tardo-romantici. Personaggi clowneschi, marginali, che ispirano più tenerezza che inquietudine. Proviamo a misurare la distanza tra il Deep di Edward mani di forbice e questo. I due personaggi hanno molto in comune, ma quanta distanza tra di loro… Tanto quello era condannato alla sua irrecuperabile fragilità, quanto questo appare semplicemente un po’ picchiatello, ma nemmeno troppo. Pensiamo poi al Cappellaio matto del film d’animazione Disney (sempre loro) con cui tutti siamo cresciuti. Un altro abisso. Quello era realmente inquietante. Ma tutti i personaggi lo erano, perché Alice era l’estranea al mondo e alle sue regole. Qui Alice entra pian piano a farne parte e in un certo senso diventa una di loro. La frizione sparisce. L’assurdo si stempera. L’anarchia e la meraviglia vengono diluite.

Ciò che manca al film di Burton è proprio la forza dirompente dei libri di Carroll. Che erano basati su una premessa. Le cose sono parole. Un pianoforte, un corvo, un coniglio, una teiera. Con le parole si può giocare. Se cambi le parole, e le regole che ne sottintendono il funzionamento, cambi la realtà stessa, cambi la sostanza del mondo. Il gioco di parole, il calembour, la sciarada, l’indovinello, la filastrocca, il limerick, il pun, trasformano il mondo. Creano meraviglie. Alice stessa nel film Disney del ’51 finiva per entrare in quella logica del non-sense eretto a sistema non-sistematico (o forse c’era dentro da sempre). Non per niente Carroll sarà il maestro indiscusso di Joyce.

C’è un altro filone che palesemente interessa molto Burton, tanto da farne l’asse narrativo del suo film. Quello del sogno come esperienza allucinatoria di un’altra realtà. Alice disturbata dalla realtà in cui vive, cerca una fuga e finisce per trovarla. Il bianconiglio è una sorta di messo, di mediatore. Il buco nel terreno (o lo specchio) sono la porta. Il paese delle meraviglie è la copia in negativo del mondo che si è appena lasciato. Talmente diverso, talmente altro, che Alice finisce ben presto per esprimere il desiderio di tornare alla sua vecchia casa. Ma tornerà cambiata lei stessa, cresciuta, donna, e pronta a cambiare le regole della “sua” realtà. Un viaggio di formazione, un rito di passaggio. Questo tema sembra molto fruttuoso soprattutto se lo decliniamo nel contesto della realtà virtuale, dei non-luoghi, delle identità immaginate, degli avatar. È una metafora cruciale anche in Matrix, qui, tanto per fare un esempio, al punto da scomodare persino Baudrillard.

Per quanto il nocciolo della storia segua canoni molto classici e hollywoodiani – la sfida tra bene e male, la crescita dell’eroe, la fiducia in sé stessi e in ciò che si è (be yourself!!!!!!!!) ecc. ecc. – il cappello e i piedi di questa storia sfuggono a ogni prevedibilità. Alice fugge da una realtà che le prospettava un matrimonio combinato e un ruolo di moglie asservita e subordinata. Poi torna, e cambia le regole. Rifiuta il matrimonio e riprende il lavoro di suo padre, lanciando traffici commerciali verso la lontanissima e quasi irraggiungibile Cina. E questo mi lascia basito, essendo un’invenzione tutta di Burton. Il femminismo significa questo? Rifiutare i ruoli femminili tradizionali (giusto) per aderire al peggio del peggio del modello maschile, il colonialismo? Che ci azzecca col paese delle meraviglie? Il sogno vira dai bruchi blu e dalle regine rosse e diventa sogno di conquista, di potere economico, di successo commerciale, di sfruttamento. Diventa l’ideologia stessa dell’imperialismo britannico, che oggi si chiama Grande Sogno Americano.

Questa cosa mi ha turbato non poco. Credo che Carroll si sia rivoltato non poco nella tomba.