settembre 16th, 2010 § § permalink

Il campo profughi di Aida, gestito dall’Onu, si trovava vicino Betlemme. Non era affatto come me lo ero immaginato. Uno si immagina le tende, le baracche, gli sfollati, le scene apocalittiche da telegiornale della sera. Invece no. Questo era un quartiere, periferico, fatto di case, apparentemente non troppo diverso da tutto il resto. In effetti molti edifici erano sventrati. Poche macchine, nessun negozio. C’erano un paio di botteghe aperte, senza alcun cartello o insegna. Si vedeva la merce dalle porte e finestre aperte. Esposte su semplici scaffali. Qualche bambino faceva capolino dalle finestre. Ci guardavano. Erano curiosi. Eravamo una curiosità. Poca gente in giro. Probabilmente erano tutti a riposare a quell’ora. Era anche Ramadan.
Vicino al Muro c’erano cumuli di immondizia. Una vera e propria discarica. Il Muro era ricoperto di graffiti. Tutti inneggiavano alla fuga. Scale, porte, finestre. Mi ricordarono i murales che avevo visto in una prigione, molti anni prima. Sull’entrata principale c’era una gigantesca chiave. Messa lì quando Papa Giovanni Paolo II venne qui in visita. C’erano ancora delle scritte che lo ricordavano. Scritte molto amichevoli, di benvenuto. Non capivo se c’era una qualche amara ironia. Forse no.
Visitammo un centro culturale. “Beautiful Resistance“. Bella Resistenza. Il concetto mi conquistò subito. Mi affascinava il binomio, che per me era quasi un ossimoro. La Resistenza – vero leit motiv di tutta la cultura palestinese contemporanea – poteva essere virata in una dimensione estetica. Poteva essere combattuta con le armi del teatro e della fotografia. Poteva essere rivolta prima di tutto verso se stessi, per cambiare la propria mente e le proprie idee.
Il ragazzo con cui parlammo ne era convinto. Era sicuro, anche lui, che la strada per uscire da lì passasse prima di tutto dalle menti delle persone. Disse che era responsabile dei corsi di teatro. Era un trainer. Faceva teatro da 12 anni. Ora ne aveva 21.
Anche io alla sua età facevo teatro. Anche io ero così dannatamente sicuro. Ma io non vivevo in un campo profughi. Mi sentii vicino, nell’incomparabilità delle nostre esistenze. Ero l’unico, forse, a sentirsi così. Parlammo, sul tetto dell’edificio. Aveva ventuno anni. Io venticinque, in quel momento. Forse me ne sentivo qualcuno di più. Lui doveva sentirsene molti di più. Si vedeva. Devi crescere in fretta. Devi anche stare attento alla direzione in cui cresci. Credo che ne fosse consapevole. C’era una sensazione che mi scivolava intorno, lì per lì non l’afferrai. Poi compresi. Quel ragazzo mi era superiore. Era un mio senpai. Pur essendo più grande di età, sentivo che io avevo da imparare da lui, e non viceversa. Mi sarebbe piaciuto vedere i loro spettacoli. Assistere alle prove, partecipare magari. Non perché da qualche parte sta scritto che è politicamente corretto, che è così che si fa, ma perché lo desideravo davvero. Volevo vedere come intendevano il teatro in quel posto del mondo. Cosa ci riversavano, quanto sangue.
Forse è un luogo comune, ma pensai sinceramente che avrei potuto imparare molto in quel posto. I campi profughi sono i laboratori in cui si creano le idee del futuro, dicono molti pensatori postcoloniali. Ed è sicuramente vero, data l’eccezionalità delle condizioni di vita, culturali, politiche, sociali, storiche. I ragazzi nati in quei luoghi portano addosso i geni della rivoluzione creola, della società ibrida che forse verrà o non verrà mai.
Ma in quel momento non pensai a niente di tutto questo. Mentre sedevamo nella loro sala prove, sentii che quelle mura trasudavano sudore, pathos. Era un luogo che parlava. C’erano degli specchi. Una televisione con videoregistratore e dvd. Alcuni disegni appesi alle pareti. Fotografie. Poco illuminato. Forse pure un po’ squallido. Ma nonostante l’ordinarietà dell’aspetto, era rovente. Lo sentivo. E poi la decisione nello sguardo del ragazzo. Il suo stare lì di fronte a noi. Con le spalle dritte. Le braccia composte, i gesti precisi. Si vedeva che era abituato alla scena. I suoi movimenti erano calcolati. Era un attore nato, anche se nessuno l’avrebbe pensato vedendolo.
Quando stavamo per lasciare la stanza, dei ragazzini e delle ragazzine fecero capolino dalla porta. Erano più giovani ancora. Adolescenti. Di sicuro facevano parte della compagnia. Erano curiosi di vedere chi fosse venuto a vedere la loro sala prove. Provai immediatamente un moto di simpatia per loro.

Fu tutto questo che mi fece nascere il desiderio di saperne di più, di stare lì con loro, di partecipare. Quel campo profughi mi rimane impresso non come un luogo di miseria e degrado, ma come un luogo di fervore, di creazione, di creatività. Molto più di tutte le università che io abbia visto.
Avevo scritto Aiwa inizialmente, non Aida. Aiwa significa sì, in arabo.
Aida, il luogo del sì.
Il campo profughi è popolato da migliaia di persone, sfollati dai villaggi palestinesi di tutta l’area circostante Betlemme. Villaggi demoliti dagli israeliani perché edificati in area C, per fare posto alle colonie o per ragioni di sicurezza. Ci sono migliaia di rifugiati palestinesi nei campi profughi come quello di Aida, non solo in Palestina, ma anche in Libano, Siria, Giordania. La diaspora palestinese.
Aiwa. Dire sì.
Quella del rifugiato è forse la più infima delle condizioni esistenziali. Sono in un limbo. Hanno case che non sono le loro. Non sanno per quanto potranno rimanerci. Non hanno lavoro. I bambini vanno a scuola grazie a progetti dell’Onu o cose simili. Fino a poco tempo fa non potevano neanche uscire dal campo, ad Aida. Il cancello di ferro con i tornelli c’è ancora. Abbandonato. È una micidiale condizione di de-soggettivizzazione, di alienazione, di abbandono morale.
Ad Aida però non ho visto vittime.
Aiwa, sì.
settembre 7th, 2010 § § permalink

La colonia è fantascienza fatta realtà. È teoria sociale applicata in una pratica dall’agghiacciante precisione chirurgica, architettonica. È storia e destino, passato e futuro dell’umanità proiettate in un’impronta sul terreno. È un esperimento di ingegneria sociale. La colonia israeliana legge in trasparenza tutta la vicenda dell’occidente. Tutto il peggio espresso dall’umanità europoide, geneticamente modificato, migliorato, reso più aggressivo, più velenoso, più inquinante. Più feroce.
La colonia è un’avanguardia sociale e militare. È il punto ideologicamente più avanzato. Siamo molto oltre l’esperienza del Kibbutz, socialisteggiante eppure allo stesso tempo di estrema destra. Qui siamo ben oltre la destra e la sinistra. Siamo in pieno Antico Testamento. Il Dio della Colonia è quello sanguinario e vendicativo di Abramo. Cristo non ha mai calpestato queste terre. La pietà non lo so, dovrei verificare meglio.
La colonia è un agglomerato urbano, di solito posto su di un’altura. Nasce da pochi caravan saliti su una strada bianca, di notte. Camion, camper, roulotte, quello che c’è. Col favore delle tenebre, come si conviene agli atti di pirateria, raggiungono uno spiazzo di terreno libero – terreno palestinese, ovviamente – e lì restano. Non se ne andranno più. Non intendono farlo. La Mayflower, i carri dei pionieri. Il ratto delle Sabine. Il cavallo di Troia.
Piano piano la colonia, che a questo punto ancora si chiama avamposto – outpost -, cresce. I giovani fanno figli. Ingrandiscono, lavorano la terra. Costruiscono in muratura. Soprattutto, lavorano la terra. È la grande ossessione sionista, ma non solo. Lavorare la terra. Plasmare, trasformare. Erigere palizzate, terrazzamenti, recinti, silos. Robinson Crusoe ha già detto tutto su questo argomento. La virtù si misura con il proprio lavoro. Il proprio lavoro ha lo scopo di trasformare il mondo a nostra immagine e somiglianza. La terra appartiene all’uomo perché l’uomo è Dio. Si fa presto a verificare questo principio. In Israele non si possono fare più di tre-quattrocento metri senza incontrare un cantiere aperto. Costruire un palazzo, un’industria, una nazione.
Quando la colonia è ormai diventata significativa, la Knesset la riconosce. Diventa legale. Ma nel frattempo era già stata dotata di ingenti misure di sicurezza. Esercito o sicurezza privata. Filo spinato o muro. Il Muro anche, quello vero. Telecamere, sensori a infrarossi. Mitragliatrici. Sabbia fine per raccogliere impronte. Sensori di movimento. Bypass roads. Strade solo per israeliani. Strade ad esclusivo uso militare. Cancelli automatici. Postazioni fisse, torrette. Jeep che fanno la ronda. Checkpoint, ovviamente.
Ad Hebron la colonia è dentro la città. Negli appartamenti ai piani alti di alcuni condomini del centro. La prima colona occupò un appartamento nel ’68, e poi rifiutò di andarsene. Oggi sono quattrocento circa. E ci sono millecinquecento soldati di guarnigione. Siccome i coloni gettano immondizia, pietre, mattoni e qualunque cosa capiti loro tra le mani dalle finestre, i palestinesi hanno steso delle reti di fil di ferro sopra il mercato, per proteggesi. C’era anche un pannolino. Usato.
Ho pensato a quella madre che ha cambiato il proprio bambino. Lo ha pulito. Lo ha baciato. Poi ha gettato di sotto il pannolino.
Nel raggio di ottocento metri dalla colonia, ogni altro edificio viene immediatamente abbattuto. Se poi la colonia si allarga, si misurano altri ottocento metri. Per ragioni di sicurezza. E il meccanismo a questo punto è chiaro. La crescita è inarrestabile.
A volte gli avamposti illegali vengono abbattuti. Molti coloni non riconoscono lo stato di Israele. È troppo democratico per loro. Non accettano nemmeno la costruzione del muro. La Palestina appartiene già ad Israele. Che senso ha costruirsi un muro dentro casa?
Molti coloni vengono dagli Usa. Sono americani, giovani, biondi. Che un bel giorno decidono di abbandonare McDonald’s, Obama, Brad Pitt e tutte le altre cose e vengono in uno dei posti più sperduti e disagevoli dell’universo a iniziare una sanguinosa e quotidiana guerra con della gente che non ha fatto loro nulla di male. Se non esistere.
Ma quella è la terra santa. Dio l’ha data al popolo ebraico. Mi restano lo stesso dei dubbi. La modernità ha indubbiamente prodotto un perverso ritorno al fanatismo religioso – in tutte le grandi religioni monoteiste, nonché nelle nuove religioni e nelle sette – ma questo fatto spesso nasconde altro. La Palestina è laica, è moderna. Qui la religione c’entra veramente poco. Lo dicono tutti. Si fa la guerra per la terra. È una questione politica. Ma se uno vive in Kansas o in California e si prende la briga di fare questa guerra per questa terra qui… Non capisco.
Una colonia è una collina con sopra un paese. Ma un paese formato da case tutte uguali. Quadrate, grigie. L’andamento è regolare. È come se fosse cresciuto tutto insieme, come se fosse stato costruito tutto in una volta. Perché è stato costruito tutto in una volta. Nel giro di cinque anni, massimo dieci. Ma oltre a quello, è stato pensato tutto insieme. È stato concepito come una new town. Come quelle che hanno costruito a L’Aquila. Coppito 2 o Har Gilo. Non sono così diverse. Di notte risplende di luci tutte uguali. Come oblò di una nave. Un’astronave aliena. Un sinistro incrociatore appena atterrato. Acquattato là in alto, minaccioso, misterioso. Tutto intorno il muro. Poi il vuoto del deserto. La terra di nessuno, gli ottocento metri sacri. Quindi iniziano le case sparse dei palestinesi. O i villaggi, quando ci sono. Case che vivono nell’ombra. Che non sanno se dureranno un altro giorno. Che forse – io penso, ma non ho prove di questo – sono costrette a compromessi, a patti.
La colonia. Potrebbero anche spararti da lì. Non hai idea di cosa faccia la gente lì dentro. Di come viva. Di cosa pensi o cosa desideri. Pare che siano fanatici, americani. I coloni sono i più fanatici di tutti. Alcuni hanno la piscina, altri a stento l’acqua potabile. Alcuni lo fanno solo per gli sgravi fiscali, altri per il sacro dovere di cacciare le razze impure da Israele. Fino al giorno in cui il Messiah verrà e regnerà sul mondo per sempre.
La colonia è fantascienza nera, reale. È un’unità vivente, sociale, militare, creata con lo scopo di sopraffare, conquistare, sterminare. Una testa di ponte. La terra è la prima ossessione del colono. Di ogni colono. La seconda ossessione è l’altro. L’altro. Il non-ebreo, non-occidentale, non-colono. Cacciarlo via, assoggettarlo, dominarlo, sterminarlo, respingerlo. Picchiare i bambini significa esercitare una violenza anche epistemica. Violentare l’ordine dei significati e dei significanti, l’andamento dei pensieri, della conoscenza, l’ordinamento stesso del reale dei colonizzati. Significa andare oltre le leggi di natura. Il colono non segue le leggi di natura, posto che esistano. Egli è al di sopra della natura. Egli fa la legge. O meglio, la riceve da Dio e la esercita in suo nome. Gli indiani d’America e d’India, gli Indios dell’Amazzonia, gli africani, gli aborigeni in Australia. Il colono esercita una violenza che sconvolge l’ordine del mondo del colonizzato. È uno tsunami, un terremoto, un’onda sismica, una frattura che spezza il filo della storia, spezza le esistenze. Stravolge i punti cardinali, il nord e il sud, il giusto e lo sbagliato, il prima e il dopo. La mente del colonizzato diventa materia molle, melmosa, malleabile.
Vedere la colonia brillante, rifulgente di luce nella notte, e al tempo stesso cupa e minacciosa. Pronta allo scontro, determinata a vincere. Mi faceva stringere lo stomaco ogni volta. Era prima di tutto un simbolo. Una dichiarazione.
Un’ansia o angoscia senza pari.
Vederla lì. A meno di un chilometro da me. Cominciai a nutrire un cupo desiderio. Entrarci dentro.
Cupio dissolvi?
Non sapevo come. Mi avrebbero cacciato, forse arrestato o picchiato. Però avrei così tanto desiderato di vedere com’era fatta dentro. Cosa c’era. Com’era fatta la gente. Come si vestivano, cosa facevano. Cosa mangiavano. Parlarci. Capire cosa pensavano. Soprattutto cosa pensavano. I coloni. The settlers.
Vedere la colonia era vedere la parte più segreta e cattiva di me stesso. Di ognuno di noi. Occidentali. Le colonie sono anche “nostre”. Sono il frutto del gene malato della mente europea. Il colono che c’è in ognuno di noi, come diceva Sartre. Per quanto io mi trovassi per scelta dalla parte opposta, pur in una posizione di ascolto e di osservazione, non potevo fare a meno di interrogarmi sull’essenza di questo incredibile processo storico ininterrotto e non interrompibile. Questa assurda ossessione, questa violenza barbarica, cinica. Questa cecità così oscena, così virulenta.
Non c’è risposta, non qui. La risposta alla colonia non è nella colonia. Andare avanti, sempre avanti. Verso l’Ovest. Dal Nilo al Giordano o Eufrate. Dall’Atlantico al Pacifico. Dalla Mongolia alla Russia, o dalla Russia alla Mongolia. Fino a El Dorado o alle sorgenti del Nilo, di nuovo.
La risposta alla colonia sta nelle metropoli. Nelle capitali dai palazzi bianchi come tombe. Londra, Anversa, Parigi, Roma, Tel Aviv.
L’impero dove non tramonta mai il sole.
settembre 2nd, 2010 § § permalink

Gerusalemme. La Gerusalemme celeste e la Gerusalemme terrestre. La città dove tutto è iniziato. Dove noi siamo iniziati. La città del sangue sparso, degli strazi, dell’orrore. Della guerra. La costruzione e la distruzione del Tempio. La colonizzazione dei romani. La strage degli innocenti. La crocifissione di Gesù il Nazareno. La diaspora degli ebrei nel mondo. La predicazione degli Apostoli. La conquista araba. Salah Al-Din. Il mandato britannico. La guerra dei sei giorni. La prima crociata. La prima intifada. La seconda.
L’assurdità che diventa normalità. La storia che ripete sempre se stessa. Sempre e per sempre. Questo è Gerusalemme.
I soldati ai posti di blocco, sulla Via Dolorosa. Soldataglia. Sbracati, pigri, indolenti. Sbirri israeliani ai checkpoint per accedere al Muro del pianto. Altri israeliani per salire alla spianata delle moschee. Non tanto diversi dai soldati romani. O dai crociati. Quanti eserciti hanno sostato a Gerusalemme nei secoli? Appoggiati al muro – quegli stessi muri – pronti ad attaccare briga, a fare commenti, a provocare. E quanti ragazzini hanno corso scalzi per questi vicoli? Da quanti secoli?
La Via Dolorosa percorsa dal Nazareno con la Croce. Le stazioni della Via Crucis accuratamente segnalate per i pellegrini che la ripercorrono in ginocchio o in piedi, con la loro croce presa a noleggio o senza, in gruppo o da soli, cantando o in silenzio, con la corona di spine o con le stole da prete comprate al mercato qui dietro. Via Dolorosa che è stata cambiata svariate volte nei secoli, ma questi sono dettagli. Come anche il Santo Sepolcro, diviso in settori e orari ben precisi – ortodosso, copto, cattolico, ecc . Come anche tutto il resto. Non si può parlare di restauro, a Gerusalemme. Qui demoliscono e ricostruiscono. Anzi, è la storia che ha demolito. E poi rifondato.
Di originale qui non c’è niente, o non c’è mai stato niente.
La cosa non sembra turbare le polacche che si chinano a baciare una pietra di marmo su cui Cristo fece non so cosa. Pietra che sarà stata messa lì negli anni ’70, a occhio e croce. Ma il valore dei simboli è ben altro…
Nei vicoli ci sono bande di bambini arabi che urlano, giocano a pallone, fanno casino. Mentre i loro fratelli maggiori e i loro zii montano le lucine colorate per il Ramadan. Volti l’angolo ti trovi di fronte al Western Wall. È qui che vengono tutti i Charidim che abbiamo visto oggi. Tutti di fretta, come se fossero in un tremendo ritardo. Tutti che andavano nella stessa direzione. Qui. Al Muro. C’è un grande andirivieni, un grande movimento. Anche qui i bambini. Pallidi, slavati. Con l’aria un po’ svampita. Alcuni quasi autistici. Vestiti da becchini. Giocano, si rincorrono, i più grandi fanno i bulli con i più piccoli. I loro genitori pregano in preda al fervore mistico, oppure fanno semplicemente due chiacchiere, oppure organizzano qualcosa di importante, affari.
Le madri sono nel settore a loro dedicato. Ma mi sembra che ci sia molto meno misticismo di là della grata che separa i maschi dalle femmine. Più mondanità. La cosa vagamente mi rassicura.
Da un palazzo qui sopra arriva della musica. Dalle finestre aperte si vede una festa. Tutti ragazzini ultraortodossi, che cantano e ballano, come forsennati. Tutti maschi. Tutti con le treccine sopra le orecchie, la camicia bianca, il cappello nero. Ballano e cantano come matti le loro canzoni sconosciute.
E sopra ogni altra cosa il Muro domina questa accuratamente preparata scenografia. Tutte le vie di accesso alla piazza puntano sul Muro. Illuminato, bianco, brillante. Come di luce propria. La folla di cappelli neri e di giacche ai suoi piedi, come corvi sulla neve. Alcuni grossi cespugli sono nati dalle fessure nelle pietre. Ma troppo in alto per poter essere tolti. O forse li lasciano fare.
È una grande festa. Una festa che dura tutti i giorni. Uomini, donne e bambini. Tutti qui. È come una grande riunione, come un grande meeting. Mi verrebbe da dire di una setta. La setta mondiale dell’ebraismo si concentra qui, si propaga da qui. È il fulcro di tutto. Il cuore di una religione che è anche una nazione che è anche una religione.
Siamo estranei. Intrusi. Non abbiamo alcun diritto di stare qui. Mi sento come se stessi spiando da una finestra. Una festa a cui non sono stato invitato. Ci ignorano.
Ci avviciniamo fino a una trentina di metri. Poi ci sono le barriere. E un controllo all’ingresso. Solo gli ebrei possono entrare, ovviamente. C’è una passione sfrenata per le barriere, qui. Per i controlli. Per il diritto di accedere o meno.
È la tua identità che determina il diritto. Sei ebreo, entri. Come lo si dimostra? Immagino che la lingua sia un bel passo avanti. L’yiddish o il Nuovo Ebraico. O il russo, o anche solo l’inglese, credo. Per gli statunitensi. Non immagino che cosa ti chiedano. Shalom. E poi?
Là sopra si stende la Spianata delle moschee. Avvolta nel buio. The Dome of Rock. Da dove ha avuto origine il mondo. Ci torneremo domani.
Un bambinetto mi si avvicina. Ha la camicia bianca e la giacchetta nera. I calzoni corti e le scarpe di cuoio. Porta gli occhiali. È biondiccio. Pallido. Ha in mano una treccia di fili rossi. Mi guarda e me li offre. Annuisco. Allora separa un filo dagli altri e me lo porge. Lo ringrazio. Mi guarda e sembra non capire. Nemmeno io capisco. Poi con una vocetta squillante mi fa: “Money!”. Sorrido. Gli do un po’ di spiccioli. Li ripone accuratamente nel taschino della giacca. Poi mi ringrazia e se ne va. Almeno non siamo invisibili, penso. Ci vedono. Subito dopo mi viene un rimpianto. Avrei voluto farci due chiacchiere, col ragazzino. Chiedergli come si chiamasse, dove fossero i suoi genitori, quale fosse la sua materia preferita a scuola, quanti anni avesse. Cose così. Peccato.
Da questa parete è cominciato tutto. Da quella prima ferita. La distruzione del tempio, da parte di Tito. Poi c’è stata la seconda ferita, la Shoah. Una civiltà fondata su due stragi. L’idea della catastrofe è innata in questa gente. È connaturata in loro.
Intanto nei vicoli bui qui intorno si prepara il Ramadan, la grande festa. Tutto è intrecciato, tutti stanno intruppati con tutti.
Il turismo di massa in una città sacra a tre religioni che è anche divisa tra due stati in guerra tra loro.
Gerusalemme è il coperchio dell’Inferno. Non mi stupisco che Dante l’avesse capito, anche allora.
I ragazzini per strada giocano a fare i soldati, con fucili ad acqua. Altri ragazzini poco più grandi pattugliano con fucili veri, automatici. Molti vicoli sono chiusi con grosse porte metalliche. I confini sono netti, pervasivi. Il confine è parte della vita quotidiana della gente. È normale vivere a cavallo di vari mondi, tutti in costante conflitto tra loro. Mondi in conflitto ma che devono pure tirare a campare, fare affari, sbrigare le incombenze quotidiane. È questa la grande contraddizione. Il Muro si può oltrepassare. Anche se è difficile, noioso, a volte pericoloso. Anche se ogni volta subisci una violenza. Un’ingiustizia. Ogni mattina ci si mette in cammino, sperando di trovare aperto.
Sia il vecchio Muro rugoso, dalle fessure fitte di bigliettini, sia quello nuovo, liscio.
È addosso a questi muri che è fiorita la nostra civiltà. Accanto ai cumuli di macerie e di immondizia.