Aida, aiwa

settembre 16th, 2010 § 0 comments § permalink




Il campo profughi di Aida, gestito dall’Onu, si trovava vicino Betlemme. Non era affatto come me lo ero immaginato. Uno si immagina le tende, le baracche, gli sfollati, le scene apocalittiche da telegiornale della sera. Invece no. Questo era un quartiere, periferico, fatto di case, apparentemente non troppo diverso da tutto il resto. In effetti molti edifici erano sventrati. Poche macchine, nessun negozio. C’erano un paio di botteghe aperte, senza alcun cartello o insegna. Si vedeva la merce dalle porte e finestre aperte. Esposte su semplici scaffali. Qualche bambino faceva capolino dalle finestre. Ci guardavano. Erano curiosi. Eravamo una curiosità. Poca gente in giro. Probabilmente erano tutti a riposare a quell’ora. Era anche Ramadan.

Vicino al Muro c’erano cumuli di immondizia. Una vera e propria discarica. Il Muro era ricoperto di graffiti. Tutti inneggiavano alla fuga. Scale, porte, finestre. Mi ricordarono i murales che avevo visto in una prigione, molti anni prima. Sull’entrata principale c’era una gigantesca chiave. Messa lì quando Papa Giovanni Paolo II venne qui in visita. C’erano ancora delle scritte che lo ricordavano. Scritte molto amichevoli, di benvenuto. Non capivo se c’era una qualche amara ironia. Forse no.

Visitammo un centro culturale. “Beautiful Resistance“. Bella Resistenza. Il concetto mi conquistò subito. Mi affascinava il binomio, che per me era quasi un ossimoro. La Resistenza – vero leit motiv di tutta la cultura palestinese contemporanea – poteva essere virata in una dimensione estetica. Poteva essere combattuta con le armi del teatro e della fotografia. Poteva essere rivolta prima di tutto verso se stessi, per cambiare la propria mente e le proprie idee.

Il ragazzo con cui parlammo ne era convinto. Era sicuro, anche lui, che la strada per uscire da lì passasse prima di tutto dalle menti delle persone. Disse che era responsabile dei corsi di teatro. Era un trainer. Faceva teatro da 12 anni. Ora ne aveva 21.

Anche io alla sua età facevo teatro. Anche io ero così dannatamente sicuro. Ma io non vivevo in un campo profughi. Mi sentii vicino, nell’incomparabilità delle nostre esistenze. Ero l’unico, forse, a sentirsi così. Parlammo, sul tetto dell’edificio. Aveva ventuno anni. Io venticinque, in quel momento. Forse me ne sentivo qualcuno di più. Lui doveva sentirsene molti di più. Si vedeva. Devi crescere in fretta. Devi anche stare attento alla direzione in cui cresci. Credo che ne fosse consapevole. C’era una sensazione che mi scivolava intorno, lì per lì non l’afferrai. Poi compresi. Quel ragazzo mi era superiore. Era un mio senpai. Pur essendo più grande di età, sentivo che io avevo da imparare da lui, e non viceversa. Mi sarebbe piaciuto vedere i loro spettacoli. Assistere alle prove, partecipare magari. Non perché da qualche parte sta scritto che è politicamente corretto, che è così che si fa, ma perché lo desideravo davvero. Volevo vedere come intendevano il teatro in quel posto del mondo. Cosa ci riversavano, quanto sangue.

Forse è un luogo comune, ma pensai sinceramente che avrei potuto imparare molto in quel posto. I campi profughi sono i laboratori in cui si creano le idee del futuro, dicono molti pensatori postcoloniali. Ed è sicuramente vero, data l’eccezionalità delle condizioni di vita, culturali, politiche, sociali, storiche. I ragazzi nati in quei luoghi portano addosso i geni della rivoluzione creola, della società ibrida che forse verrà o non verrà mai.

Ma in quel momento non pensai a niente di tutto questo. Mentre sedevamo nella loro sala prove, sentii che quelle mura trasudavano sudore, pathos. Era un luogo che parlava. C’erano degli specchi. Una televisione con videoregistratore e dvd. Alcuni disegni appesi alle pareti. Fotografie. Poco illuminato. Forse pure un po’ squallido. Ma nonostante l’ordinarietà dell’aspetto, era rovente. Lo sentivo. E poi la decisione nello sguardo del ragazzo. Il suo stare lì di fronte a noi. Con le spalle dritte. Le braccia composte, i gesti precisi. Si vedeva che era abituato alla scena. I suoi movimenti erano calcolati. Era un attore nato, anche se nessuno l’avrebbe pensato vedendolo.

Quando stavamo per lasciare la stanza, dei ragazzini e delle ragazzine fecero capolino dalla porta. Erano più giovani ancora. Adolescenti. Di sicuro facevano parte della compagnia. Erano curiosi di vedere chi fosse venuto a vedere la loro sala prove. Provai immediatamente un moto di simpatia per loro.

Fu tutto questo che mi fece nascere il desiderio di saperne di più, di stare lì con loro, di partecipare. Quel campo profughi mi rimane impresso non come un luogo di miseria e degrado, ma come un luogo di fervore, di creazione, di creatività. Molto più di tutte le università che io abbia visto.

Avevo scritto Aiwa inizialmente, non Aida. Aiwa significa sì, in arabo.

Aida, il luogo del sì.

Il campo profughi è popolato da migliaia di persone, sfollati dai villaggi palestinesi di tutta l’area circostante Betlemme. Villaggi demoliti dagli israeliani perché edificati in area C, per fare posto alle colonie o per ragioni di sicurezza. Ci sono migliaia di rifugiati palestinesi nei campi profughi come quello di Aida, non solo in Palestina, ma anche in Libano, Siria, Giordania. La diaspora palestinese.

Aiwa. Dire sì.

Quella del rifugiato è forse la più infima delle condizioni esistenziali. Sono in un limbo. Hanno case che non sono le loro. Non sanno per quanto potranno rimanerci. Non hanno lavoro. I bambini vanno a scuola grazie a progetti dell’Onu o cose simili. Fino a poco tempo fa non potevano neanche uscire dal campo, ad Aida. Il cancello di ferro con i tornelli c’è ancora. Abbandonato. È una micidiale condizione di de-soggettivizzazione, di alienazione, di abbandono morale.

Ad Aida però non ho visto vittime.

Aiwa, sì.

Il vento di At-Tuwani

settembre 10th, 2010 § 0 comments § permalink

At-Tuwani forse fu un sogno. Adesso, seduto sul mio divano, in un mondo dai limiti ben definiti, netti, mi sembra che possa essere stato tranquillamente un sogno. Una fantasia dettata dalla voce di una sirena.

Venivamo da Hebron. La mattinata era stata intensa. Eravamo scossi. Avevo negli occhi i sassi, i pezzi di calcestruzzo, l’immondizia marcescente, sulla rete del mercato. La pattuglia dell’esercito che esce all’ora della preghiera.

Il tassista era nervoso. Non ci voleva portare laggiù. Laggiù a sud, oltre Yatta. L’estremo sud della Palestina. Dove non c’è niente. Solo rogna e deserto. Non conosceva neanche bene le strade. Dovevamo passare vicino a una colonia, questo lo rendeva estremamente nervoso. Era palestinese. Se fossimo stati fermati, avremmo suscitato un vespaio. Come minimo ci avrebbero trattenuti per ore. Gli si leggeva in faccia la paura, nello specchietto retrovisore.

Nel pulmino si diffuse l’angoscia, sottile, lenta. Avevamo paura. Non ero solo io. Erano tutti tesi. Lo sentivo nella pancia, nell’aria. Nei visi contratti. A un certo punto sembrava che avessimo sbagliato strada. Stavamo per entrare dentro la colonia. I cartelli erano tutti scritti in ebraico. Le strade nuove, la vernice netta e pulita delle strisce. Tutto ciò ci suonava inquietante, molto più delle fatiscenti strade palestinesi.

Io ero seduto in fondo, non afferravo bene cosa dicessero davanti. Paolo continuava a parlare al cellulare per farsi spiegare la strada, bivio per bivio. Parlava con i ragazzi dell’Operazione Colomba, immagino. Sentii delle voci più concitate. Un po’ di trambusto. Non capivo bene cosa stesse succedendo. Qualcuno stava gridando, davanti. Ma a me non importava. Ero entrato in una sorta di stato ipnotico. Ero fisso sul panorama. Tenevo gli occhi inchiodati sulla strada e sulla linea dell’orizzonte. Qualunque cosa avessimo incontrato, io volevo vederla per primo, mentre la pancia mi si torceva dolorosamente.

La colonia era vicina. Le casette ordinate, linde. La recinzione. La strada militare. I sensori. Le telecamere. I cartelli. Tutto quanto. Non vedemmo una sola persona. Non ne vedemmo mai, di coloni. C’erano solo le loro case. Le serre piene di frutta. Alcuni allevamenti di bovini, che si ammucchiavano gli uni addosso agli altri per trovare la poca ombra. Era un mondo ordinato e tranquillo. Stretto dalla morsa del sole. Schiacciato in una palpabile tensione. Avvolto in una nebbia di guerra.

E alla fine, eccoci. At-Tuwani. L’ultima collinetta spelacchiata del mondo. Luogo magico, pieno di grazia, eppure, in qualche modo, allo stesso tempo al di fuori della grazia divina. Come sempre in questo paese, l’inferno e il paradiso coesistono.

Un paesino di poche case, arroccate su un colle. Alcune fatiscenti. Altre linde. Capre in giro, galline. Bambini e donne sulle porte, nei cortili. Un caldo soffocante. Il caldo del deserto. Il vento ti scotta la pelle. Il vento caldo. Ti toglie il respiro. Ti cuoce la mente e i pensieri. Appena scesi dall’autobus ebbi la sensazione di essere investito dal caldo. Di esserne avvolto, inghiottito. Un caldo come non avevo mai sentito in vita mia. Ad Aqaba sarebbe stato peggio, ma ancora non lo sapevo.

In quel momento capii tante cose che avevo letto sul deserto.

Veniamo accolti da alcune ragazze italiane, dell’Operazione Colomba. Belle ragazze. Vestite semplicemente. Avevano grandi occhi. Curiosi. E tristi, anche. Silenziose. Parlavano tutte poco e a bassa voce.

Ci fanno strada. Saliamo lungo il colle, dalla parte opposta rispetto alle case. La salita non è facilissima, in quel caldo. Ricordo un notevole sforzo, che lì per lì non capivo. Ci sediamo sotto un grande albero. C’erano delle pietre poste in circolo. Il posto dove ci si riunisce. Dove si parla. Chissà da quanto tempo. Probabilmente da sempre. Ora capivo.

Ascoltiamo la storia delle ragazze, venute qui a proteggere i bambini dai coloni. L’Operazione Colomba documenta la vita di questo e di altri posti difficili. Quelle ragazze venivano per periodi di tre mesi o anche più lunghi, e vivevamo insieme agli abitanti del villaggio. C’erano anche un ragazzo americano e un altro signore. La ragazza che parlava, Federica, parlava arabo. Ad At-Tuwani le distinzioni tra occidentali e orientali diventano sottili come sfumature di colore nei capelli.

Ascoltiamo un uomo, la sua storia. Un uomo del posto. Parlava solo arabo. Le mani scure. La barba folta. Gli occhi grigi, intensi. Una decisione, da quelle mani. Da quei movimenti tranquilli eppure decisi. Il tono della voce basso e dolce. Federica traduceva. Uno strano concerto di voci. Uomo e donna, arabo e italiano. A volte inglese.

Una storia del mondo alla fine del mondo. Eravamo sconvolti. Dal luogo, dalla sacralità del momento. Dalla terribilità di quelle parole. Il vento si portava via brandelli delle loro parole. A volte ci sfuggivano dei pezzi. Ma non osavamo interrompere. Eravamo ipnotizzati.

Alle nostre spalle, a poche centinaia di passi. Il bosco. E oltre, la colonia. Venivano, mascherati. Rompevano vetri, cose. Uccidevano animali, gettavano veleno alle pecore. Picchiavano i ragazzi e i bambini che andavano a scuola.

Picchiare i bambini.

Giovani uomini e giovani donne, sposati. Con i loro bambini, a loro volta.

Che avevano i loro animali e i loro campi. Persone come noi.

Mentre ero lì, seduto, ad ascoltare, mi voltavo spesso. Avevo paura che venissero. Loro. Non mi sentivo sicuro. In quel luogo di montagna, di campagna, che tanto ricordava casa di mia nonna. Gli alberi, l’odore delle pecore. L’erba. I sassi infuocati dal sole. Era un luogo familiare. Eppure mi sentivo in pericolo. Potevano uscire in quel momento, con i cappucci e le spranghe e le armi. Potevano prendersela con noi. Poteva succedere. Tre mesi prima due internazionali erano stati mandati all’ospedale con costole rotte e polmoni perforati. Lì dove eravamo noi. Le ragazze erano tranquille. Non era rassegnazione. Non era incoscienza. Direi stoicismo. Forza tranquilla. Fede, forse. Credo che loro ne avessero.

Fissavo i visi degli altri. Erano tutti concentrati. Storditi. Non ne potevo più. Volevo andarmene da lì. Non riuscivo a stare seduto a parlare come se niente fosse. Le gambe mi formicolavano. Continuavo a voltarmi. E al tempo stesso, in qualche modo, desideravo che qualcosa avvenisse. Che si facessero vivi. Volevo vederli, questi coloni. Come erano. Che faccia avevano, che lingua parlavano, che vestiti portavano. Volevo vederli, parlarci.

Mi sono portato dietro questo desiderio fino alla fine.

Federica e le altre ragazze italiane ci portano a fare un giro. Attraversiamo il prato sulla collina. Siamo allo scoperto.

C’è una recinzione metallica. Alta due metri. In un punto è stata abbattuta. Federica è sorpresa. Ma non spaventata. Dice che due giorni prima era intera. Quindi si stanno preparando. Il prossimo raid sarà tra breve. Ci inoltriamo tra gli alberi. Per stare al coperto. Li hanno piantati i coloni. Per lo stesso motivo. Arrivano dal bosco. Come ogni seria minaccia. È un comportamento ancestrale. Penso ai lupi cattivi, agli orchi, ai bambini mangiati. Ai bambini che vanno a scuola passando nel bosco.

I campi coltivati sono stati presi dai coloni. Appartenevano al villaggio. Ci sono quadrati di coltivazioni diverse. Ogni quadrato è un nuovo avanzamento. Come i contadini di una volta, che la notte spostavano il segno del confine di mezzo metro. Ogni notte. Poco per volta.

La terra è una questione mitologica, primordiale. Sacra. Qui siamo ancora in piena età del bronzo. Forse ancora prima. Le prime guerre sono state combattute per un pezzo di terra, e così ancora adesso.

Osserviamo l’avamposto. Caravan. Prefabbricati. Anche case in muratura. Tutte uguali.

Dalla colonia parte una strada sterrata che arriva fino a noi. A un certo punto fa capolino un’automobile, in cima alla collina. Paolo chiede se verrà qui. Federica non pare preoccupata. Dice che girerà a una svolta che si vede appena. E infatti è così. Ma altre volte arrivano fino al villaggio, dice. Non si fanno problemi. Durante lo Shabbath prendono le armi e vengono a fare una passeggiata al villaggio. Tutti vestiti di bianco. Pura intimidazione, dice Federica. Non pare una impressionabile.

È su questa strada che i bambini venivano aggrediti. Ora gli internazionali non possono più accompagnarli. Per una questione di sicurezza. Una pattuglia dell’esercito viene a prenderli. Loro in jeep, i bambini a piedi. Ma solo quando si ricordano.

Ricordo il viso dell’uomo con la barba. La sua voce tranquilla. I suoi gesti pacati, ma forti. Le sue mani scure e sottili. Si parla di non-violenza, ma quando fanno del male ai tuoi figli, cosa fai?

Cosa fai?

Proseguiamo il giro. Costeggiamo gli alberi da frutto della colonia. Mi sembrano albicocche. Ogni filare ha un cartello con una scritta. In ebraico. Sono molto ordinati. Però noto che la potatura non è molto ben fatta. Hanno un aspetto un po’ selvatico.

Mi viene da pensare a queste persone che curano queste piante. Lavorano la terra. È una vita dura anche per loro.

Non riesco a capire. C’è una tale discrepanza. Una tale incongruità in quello che vedo.

Tutto questo posto è immerso in uno stato di surrealtà. È una valle incantata. Ci sono i lupi e gli agnelli, come nelle favole.

Torniamo al villaggio. Case vecchie, case nuove. Alcune in costruzione. Altre distrutte. Macerie, ma come dovunque. Viti, a pergolato. La casa del sindaco è dentro una tenda. Per non far vedere che l’ha ricostruita dopo la demolizione. Una casa, con i mattoni e tutto quanto, dentro una tenda. Una cosa del genere non l’avevo mai vista.

Ci accomodiamo in un portico. Ci sono panche e cuscini. Si sta freschi. Parliamo.

Il ragazzo americano ci racconta in poche parole la sua storia. Era stato arrestato ed espulso. Per tornare ha dovuto cambiare nome. Cambiare nome. Anche questa non l’avevo mai sentita. È un posto pieno di sorprese. Ma quella più grande deve ancora arrivare.

Una donna arriva, si siede, e ci parla della sua attività. Anche lei parla arabo. Ha iniziato un laboratorio con altre donne del villaggio, in cui producono borse, sciarpe, vestiti. I mariti all’inizio erano diffidenti, perché era fatto insieme con le ragazze italiane. Sono sospettosi delle novità. Poi però questa cosa è partita. Dice che qui le donne sono doppiamente in difficoltà. Devono combattere contro i coloni e contro i loro mariti. Lo dice sorridendo. Anche Federica sorride, mentre traduce. Ha condensato in una battuta diversi libri di Gayatri Spivak sul femminismo postcoloniale. È una persona estremamente intelligente. Indossa il velo. Il suo viso è deciso. Ha lineamenti forti. Uno sguardo tranquillo, ma molto intenso. Qui tutti hanno questo sguardo. Una profonda tristezza, come un’amarezza lontana. L’amarezza di vivere in uno dei luoghi più aspri che abbia mai visto. Un luogo di selvaggia bellezza, ma anche crudeltà. Fino a due mesi fa qui non c’era né acqua corrente né elettricità. Le capre mangiano quello che trovano. Gli uomini anche. Le persone combattono una guerra già solo per il fatto di scegliere di continuare a vivere qui. Però questi occhi hanno visto anche un’imperscrutabile bellezza in questi luoghi. La stessa che percepisco anch’io. Qui i turisti non sono mai venuti. Siamo fuori dalla grazia di Dio. Siamo in un luogo che risplende di verità. Siamo in fondo al pozzo. Nel cuore della tenebra. E il cuore della tenebra è abbacinante.

Capisco vagamente tutto questo, mentre ce ne stiamo di nuovo seduti in circolo, palestinesi, italiani, americani, e il vento di nuovo ruba sillabe e le porta via per sempre, e forse le porta a orecchie israeliane, che sono tutte intorno a noi, e chissà cosa stanno pensando e cosa stanno facendo. Nessuno di noi riesce a vederli o capirli. O non vuole.

Arriva il marito della donna. Si siede alle sue spalle, su un ceppo. Al di fuori del cerchio. C’era seduto un ragazzino lì. L’uomo gli dice qualcosa all’orecchio e il ragazzino si allontana. L’uomo forse non parla inglese, come sua moglie. Forse non vuole disturbare. Poi arriva un bambino, quattro, cinque anni. L’uomo con lui ha un altro atteggiamento. È tenero. Capisco, l’altro è già grande. Viene trattato da uomo. Vengo a sapere che hanno altri due figli più grandi ancora, che sono via. Il bimbo piccolo entra in casa e ne esce con un mazzo di carte francesi. Si mette a giocare con il padre. Mentre la madre continua a parlare con gli ospiti venuti dall’Italia. Il bimbo vuole vincere a tutti i costi. Come tutti i bimbi. Prende sempre lui. Il padre sorride e lo fa vincere. La madre continua a parlare del suo lavoro, della sua impresa, dei suoi progetti. Del futuro. Discorsi importanti, con ospiti importanti. Venuti da lontano. L’uomo non dice niente. Si limita a stare lì e a tenere il piccolo occupato.

Penso alla scena. Una cosa simile forse nemmeno in occidente si vede spesso. Una tale forma avanzata di civiltà, in un posto così sperduto, così estremo, così marginale.

Il margine. Il luogo della civiltà, della libertà. Avrò spesso modo di ripensare a questa cosa in Palestina.

Tornando al taxi lo dico a Marta. Lei mi chiede: “E non è bellissimo?”. E io penso di sì. Ma è anche molto di più. Perché non siamo in un quadretto idilliaco, in una ridente valle felice. Siamo in guerra.

Tornando a casa sono triste. Non riesco a impedirmelo.

Sulla colonia

settembre 7th, 2010 § 0 comments § permalink

La colonia è fantascienza fatta realtà. È teoria sociale applicata in una pratica dall’agghiacciante precisione chirurgica, architettonica. È storia e destino, passato e futuro dell’umanità proiettate in un’impronta sul terreno. È un esperimento di ingegneria sociale. La colonia israeliana legge in trasparenza tutta la vicenda dell’occidente. Tutto il peggio espresso dall’umanità europoide, geneticamente modificato, migliorato, reso più aggressivo, più velenoso, più inquinante. Più feroce.
La colonia è un’avanguardia sociale e militare. È il punto ideologicamente più avanzato. Siamo molto oltre l’esperienza del Kibbutz, socialisteggiante eppure allo stesso tempo di estrema destra. Qui siamo ben oltre la destra e la sinistra. Siamo in pieno Antico Testamento. Il Dio della Colonia è quello sanguinario e vendicativo di Abramo. Cristo non ha mai calpestato queste terre. La pietà non lo so, dovrei verificare meglio.

La colonia è un agglomerato urbano, di solito posto su di un’altura. Nasce da pochi caravan saliti su una strada bianca, di notte. Camion, camper, roulotte, quello che c’è. Col favore delle tenebre, come si conviene agli atti di pirateria, raggiungono uno spiazzo di terreno libero – terreno palestinese, ovviamente – e lì restano. Non se ne andranno più. Non intendono farlo. La Mayflower, i carri dei pionieri. Il ratto delle Sabine. Il cavallo di Troia.

Piano piano la colonia, che a questo punto ancora si chiama avamposto – outpost -, cresce. I giovani fanno figli. Ingrandiscono, lavorano la terra. Costruiscono in muratura. Soprattutto, lavorano la terra. È la grande ossessione sionista, ma non solo. Lavorare la terra. Plasmare, trasformare. Erigere palizzate, terrazzamenti, recinti, silos. Robinson Crusoe ha già detto tutto su questo argomento. La virtù si misura con il proprio lavoro. Il proprio lavoro ha lo scopo di trasformare il mondo a nostra immagine e somiglianza. La terra appartiene all’uomo perché l’uomo è Dio. Si fa presto a verificare questo principio. In Israele non si possono fare più di tre-quattrocento metri senza incontrare un cantiere aperto. Costruire un palazzo, un’industria, una nazione.

Quando la colonia è ormai diventata significativa, la Knesset la riconosce. Diventa legale. Ma nel frattempo era già stata dotata di ingenti misure di sicurezza. Esercito o sicurezza privata. Filo spinato o muro. Il Muro anche, quello vero. Telecamere, sensori a infrarossi. Mitragliatrici. Sabbia fine per raccogliere impronte. Sensori di movimento. Bypass roads. Strade solo per israeliani. Strade ad esclusivo uso militare. Cancelli automatici. Postazioni fisse, torrette. Jeep che fanno la ronda. Checkpoint, ovviamente.

Ad Hebron la colonia è dentro la città. Negli appartamenti ai piani alti di alcuni condomini del centro. La prima colona occupò un appartamento nel ’68, e poi rifiutò di andarsene. Oggi sono quattrocento circa. E ci sono millecinquecento soldati di guarnigione. Siccome i coloni gettano immondizia, pietre, mattoni e qualunque cosa capiti loro tra le mani dalle finestre, i palestinesi hanno steso delle reti di fil di ferro sopra il mercato, per proteggesi. C’era anche un pannolino. Usato.
Ho pensato a quella madre che ha cambiato il proprio bambino. Lo ha pulito. Lo ha baciato. Poi ha gettato di sotto il pannolino.

Nel raggio di ottocento metri dalla colonia, ogni altro edificio viene immediatamente abbattuto. Se poi la colonia si allarga, si misurano altri ottocento metri. Per ragioni di sicurezza. E il meccanismo a questo punto è chiaro. La crescita è inarrestabile.
A volte gli avamposti illegali vengono abbattuti. Molti coloni non riconoscono lo stato di Israele. È troppo democratico per loro. Non accettano nemmeno la costruzione del muro. La Palestina appartiene già ad Israele. Che senso ha costruirsi un muro dentro casa?

Molti coloni vengono dagli Usa. Sono americani, giovani, biondi. Che un bel giorno decidono di abbandonare McDonald’s, Obama, Brad Pitt e tutte le altre cose e vengono in uno dei posti più sperduti e disagevoli dell’universo a iniziare una sanguinosa e quotidiana guerra con della gente che non ha fatto loro nulla di male. Se non esistere.

Ma quella è la terra santa. Dio l’ha data al popolo ebraico. Mi restano lo stesso dei dubbi. La modernità ha indubbiamente prodotto un perverso ritorno al fanatismo religioso – in tutte le grandi religioni monoteiste, nonché nelle nuove religioni e nelle sette – ma questo fatto spesso nasconde altro. La Palestina è laica, è moderna. Qui la religione c’entra veramente poco. Lo dicono tutti. Si fa la guerra per la terra. È una questione politica. Ma se uno vive in Kansas o in California e si prende la briga di fare questa guerra per questa terra qui… Non capisco.

Una colonia è una collina con sopra un paese. Ma un paese formato da case tutte uguali. Quadrate, grigie. L’andamento è regolare. È come se fosse cresciuto tutto insieme, come se fosse stato costruito tutto in una volta. Perché è stato costruito tutto in una volta. Nel giro di cinque anni, massimo dieci. Ma oltre a quello, è stato pensato tutto insieme. È stato concepito come una new town. Come quelle che hanno costruito a L’Aquila. Coppito 2 o Har Gilo. Non sono così diverse. Di notte risplende di luci tutte uguali. Come oblò di una nave. Un’astronave aliena. Un sinistro incrociatore appena atterrato. Acquattato là in alto, minaccioso, misterioso. Tutto intorno il muro. Poi il vuoto del deserto. La terra di nessuno, gli ottocento metri sacri. Quindi iniziano le case sparse dei palestinesi. O i villaggi, quando ci sono. Case che vivono nell’ombra. Che non sanno se dureranno un altro giorno. Che forse – io penso, ma non ho prove di questo – sono costrette a compromessi, a patti.

La colonia. Potrebbero anche spararti da lì. Non hai idea di cosa faccia la gente lì dentro. Di come viva. Di cosa pensi o cosa desideri. Pare che siano fanatici, americani. I coloni sono i più fanatici di tutti. Alcuni hanno la piscina, altri a stento l’acqua potabile. Alcuni lo fanno solo per gli sgravi fiscali, altri per il sacro dovere di cacciare le razze impure da Israele. Fino al giorno in cui il Messiah verrà e regnerà sul mondo per sempre.

La colonia è fantascienza nera, reale. È un’unità vivente, sociale, militare, creata con lo scopo di sopraffare, conquistare, sterminare. Una testa di ponte. La terra è la prima ossessione del colono. Di ogni colono. La seconda ossessione è l’altro. L’altro. Il non-ebreo, non-occidentale, non-colono. Cacciarlo via, assoggettarlo, dominarlo, sterminarlo, respingerlo. Picchiare i bambini significa esercitare una violenza anche epistemica. Violentare l’ordine dei significati e dei significanti, l’andamento dei pensieri, della conoscenza, l’ordinamento stesso del reale dei colonizzati. Significa andare oltre le leggi di natura. Il colono non segue le leggi di natura, posto che esistano. Egli è al di sopra della natura. Egli fa la legge. O meglio, la riceve da Dio e la esercita in suo nome. Gli indiani d’America e d’India, gli Indios dell’Amazzonia, gli africani, gli aborigeni in Australia. Il colono esercita una violenza che sconvolge l’ordine del mondo del colonizzato. È uno tsunami, un terremoto, un’onda sismica, una frattura che spezza il filo della storia, spezza le esistenze. Stravolge i punti cardinali, il nord e il sud, il giusto e lo sbagliato, il prima e il dopo. La mente del colonizzato diventa materia molle, melmosa, malleabile.

Vedere la colonia brillante, rifulgente di luce nella notte, e al tempo stesso cupa e minacciosa. Pronta allo scontro, determinata a vincere. Mi faceva stringere lo stomaco ogni volta. Era prima di tutto un simbolo. Una dichiarazione.

Un’ansia o angoscia senza pari.

Vederla lì. A meno di un chilometro da me. Cominciai a nutrire un cupo desiderio. Entrarci dentro.

Cupio dissolvi?

Non sapevo come. Mi avrebbero cacciato, forse arrestato o picchiato. Però avrei così tanto desiderato di vedere com’era fatta dentro. Cosa c’era. Com’era fatta la gente. Come si vestivano, cosa facevano. Cosa mangiavano. Parlarci. Capire cosa pensavano. Soprattutto cosa pensavano. I coloni. The settlers.

Vedere la colonia era vedere la parte più segreta e cattiva di me stesso. Di ognuno di noi. Occidentali. Le colonie sono anche “nostre”. Sono il frutto del gene malato della mente europea. Il colono che c’è in ognuno di noi, come diceva Sartre. Per quanto io mi trovassi per scelta dalla parte opposta, pur in una posizione di ascolto e di osservazione, non potevo fare a meno di interrogarmi sull’essenza di questo incredibile processo storico ininterrotto e non interrompibile. Questa assurda ossessione, questa violenza barbarica, cinica. Questa cecità così oscena, così virulenta.

Non c’è risposta, non qui. La risposta alla colonia non è nella colonia. Andare avanti, sempre avanti. Verso l’Ovest. Dal Nilo al Giordano o Eufrate. Dall’Atlantico al Pacifico. Dalla Mongolia alla Russia, o dalla Russia alla Mongolia. Fino a El Dorado o alle sorgenti del Nilo, di nuovo.

La risposta alla colonia sta nelle metropoli. Nelle capitali dai palazzi bianchi come tombe. Londra, Anversa, Parigi, Roma, Tel Aviv.

L’impero dove non tramonta mai il sole.

Jerusalem

settembre 2nd, 2010 § 0 comments § permalink

Gerusalemme. La Gerusalemme celeste e la Gerusalemme terrestre. La città dove tutto è iniziato. Dove noi siamo iniziati. La città del sangue sparso, degli strazi, dell’orrore. Della guerra. La costruzione e la distruzione del Tempio. La colonizzazione dei romani. La strage degli innocenti. La crocifissione di Gesù il Nazareno. La diaspora degli ebrei nel mondo. La predicazione degli Apostoli. La conquista araba. Salah Al-Din. Il mandato britannico. La guerra dei sei giorni. La prima crociata. La prima intifada. La seconda.

L’assurdità che diventa normalità. La storia che ripete sempre se stessa. Sempre e per sempre. Questo è Gerusalemme.

I soldati ai posti di blocco, sulla Via Dolorosa. Soldataglia. Sbracati, pigri, indolenti. Sbirri israeliani ai checkpoint per accedere al Muro del pianto. Altri israeliani per salire alla spianata delle moschee. Non tanto diversi dai soldati romani. O dai crociati. Quanti eserciti hanno sostato a Gerusalemme nei secoli? Appoggiati al muro – quegli stessi muri – pronti ad attaccare briga, a fare commenti, a provocare. E quanti ragazzini hanno corso scalzi per questi vicoli? Da quanti secoli?

La Via Dolorosa percorsa dal Nazareno con la Croce. Le stazioni della Via Crucis accuratamente segnalate per i pellegrini che la ripercorrono in ginocchio o in piedi, con la loro croce presa a noleggio o senza, in gruppo o da soli, cantando o in silenzio, con la corona di spine o con le stole da prete comprate al mercato qui dietro. Via Dolorosa che è stata cambiata svariate volte nei secoli, ma questi sono dettagli. Come anche il Santo Sepolcro, diviso in settori e orari ben precisi – ortodosso, copto, cattolico, ecc . Come anche tutto il resto. Non si può parlare di restauro, a Gerusalemme. Qui demoliscono e ricostruiscono. Anzi, è la storia che ha demolito. E poi rifondato.

Di originale qui non c’è niente, o non c’è mai stato niente.

La cosa non sembra turbare le polacche che si chinano a baciare una pietra di marmo su cui Cristo fece non so cosa. Pietra che sarà stata messa lì negli anni ’70, a occhio e croce. Ma il valore dei simboli è ben altro…

Nei vicoli ci sono bande di bambini arabi che urlano, giocano a pallone, fanno casino. Mentre i loro fratelli maggiori e i loro zii montano le lucine colorate per il Ramadan. Volti l’angolo ti trovi di fronte al Western Wall. È qui che vengono tutti i Charidim che abbiamo visto oggi. Tutti di fretta, come se fossero in un tremendo ritardo. Tutti che andavano nella stessa direzione. Qui. Al Muro. C’è un grande andirivieni, un grande movimento. Anche qui i bambini. Pallidi, slavati. Con l’aria un po’ svampita. Alcuni quasi autistici. Vestiti da becchini. Giocano, si rincorrono, i più grandi fanno i bulli con i più piccoli. I loro genitori pregano in preda al fervore mistico, oppure fanno semplicemente due chiacchiere, oppure organizzano qualcosa di importante, affari.

Le madri sono nel settore a loro dedicato. Ma mi sembra che ci sia molto meno misticismo di là della grata che separa i maschi dalle femmine. Più mondanità. La cosa vagamente mi rassicura.

Da un palazzo qui sopra arriva della musica. Dalle finestre aperte si vede una festa. Tutti ragazzini ultraortodossi, che cantano e ballano, come forsennati. Tutti maschi. Tutti con le treccine sopra le orecchie, la camicia bianca, il cappello nero. Ballano e cantano come matti le loro canzoni sconosciute.

E sopra ogni altra cosa il Muro domina questa accuratamente preparata scenografia. Tutte le vie di accesso alla piazza puntano sul Muro. Illuminato, bianco, brillante. Come di luce propria. La folla di cappelli neri e di giacche ai suoi piedi, come corvi sulla neve. Alcuni grossi cespugli sono nati dalle fessure nelle pietre. Ma troppo in alto per poter essere tolti. O forse li lasciano fare.

È una grande festa. Una festa che dura tutti i giorni. Uomini, donne e bambini. Tutti qui. È come una grande riunione, come un grande meeting. Mi verrebbe da dire di una setta. La setta mondiale dell’ebraismo si concentra qui, si propaga da qui. È il fulcro di tutto. Il cuore di una religione che è anche una nazione che è anche una religione.

Siamo estranei. Intrusi. Non abbiamo alcun diritto di stare qui. Mi sento come se stessi spiando da una finestra. Una festa a cui non sono stato invitato. Ci ignorano.

Ci avviciniamo fino a una trentina di metri. Poi ci sono le barriere. E un controllo all’ingresso. Solo gli ebrei possono entrare, ovviamente. C’è una passione sfrenata per le barriere, qui. Per i controlli. Per il diritto di accedere o meno.

È la tua identità che determina il diritto. Sei ebreo, entri. Come lo si dimostra? Immagino che la lingua sia un bel passo avanti. L’yiddish o il Nuovo Ebraico. O il russo, o anche solo l’inglese, credo. Per gli statunitensi. Non immagino che cosa ti chiedano. Shalom. E poi?

Là sopra si stende la Spianata delle moschee. Avvolta nel buio. The Dome of Rock. Da dove ha avuto origine il mondo. Ci torneremo domani.

Un bambinetto mi si avvicina. Ha la camicia bianca e la giacchetta nera. I calzoni corti e le scarpe di cuoio. Porta gli occhiali. È biondiccio. Pallido. Ha in mano una treccia di fili rossi. Mi guarda e me li offre. Annuisco. Allora separa un filo dagli altri e me lo porge. Lo ringrazio. Mi guarda e sembra non capire. Nemmeno io capisco. Poi con una vocetta squillante mi fa: “Money!”. Sorrido. Gli do un po’ di spiccioli. Li ripone accuratamente nel taschino della giacca. Poi mi ringrazia e se ne va. Almeno non siamo invisibili, penso. Ci vedono. Subito dopo mi viene un rimpianto. Avrei voluto farci due chiacchiere, col ragazzino. Chiedergli come si chiamasse, dove fossero i suoi genitori, quale fosse la sua materia preferita a scuola, quanti anni avesse. Cose così. Peccato.

Da questa parete è cominciato tutto. Da quella prima ferita. La distruzione del tempio, da parte di Tito. Poi c’è stata la seconda ferita, la Shoah. Una civiltà fondata su due stragi. L’idea della catastrofe è innata in questa gente. È connaturata in loro.

Intanto nei vicoli bui qui intorno si prepara il Ramadan, la grande festa. Tutto è intrecciato, tutti stanno intruppati con tutti.

Il turismo di massa in una città sacra a tre religioni che è anche divisa tra due stati in guerra tra loro.

Gerusalemme è il coperchio dell’Inferno. Non mi stupisco che Dante l’avesse capito, anche allora.

I ragazzini per strada giocano a fare i soldati, con fucili ad acqua. Altri ragazzini poco più grandi pattugliano con fucili veri, automatici. Molti vicoli sono chiusi con grosse porte metalliche. I confini sono netti, pervasivi. Il confine è parte della vita quotidiana della gente. È normale vivere a cavallo di vari mondi, tutti in costante conflitto tra loro. Mondi in conflitto ma che devono pure tirare a campare, fare affari, sbrigare le incombenze quotidiane. È questa la grande contraddizione. Il Muro si può oltrepassare. Anche se è difficile, noioso, a volte pericoloso. Anche se ogni volta subisci una violenza. Un’ingiustizia. Ogni mattina ci si mette in cammino, sperando di trovare aperto.

Sia il vecchio Muro rugoso, dalle fessure fitte di bigliettini, sia quello nuovo, liscio.

È addosso a questi muri che è fiorita la nostra civiltà. Accanto ai cumuli di macerie e di immondizia.