La notte paranormale – Paranormal activity vs. Fright night

ottobre 25th, 2011 § 0 comments § permalink

Come abbiamo detto in alcuni post precedenti, la letteratura fantascientifica fa riferimento sempre a un’irriducibile alterità che porta sgomento e orrore. Tali sentimenti, sostiene Aldo Carotenuto nel suo Il fascino discreto dell’orrore, emergono con grande forza nella letteratura e nel cinema del fantastico perché queste opere rimandano sempre al senso di mistero e di sgomento con cui scorgiamo le nostre zone oscure. In questo senso, vale sempre la pena di dare un’occhiata anche a prodotti dal pedigree meno “nobile”. Per esempio, possiamo guardare in quest’ottica  due film come Paranormal activity e Fright night.


Entrambi sono film di cassetta, ma partendo da posizioni diverse. Il primo, del 2007, è stato un vero e proprio caso: costato una manciata di dollari, ne ha fruttati milioni in tutto il mondo, grazie anche a un’accurata strategia di marketing e promozione. Il film punta tutto sull’effetto realistico amatoriale, seguendo la tradizione dell’ormai classico Blair Witchproject, ma facendo il verso ancora di più ai video di fantasmi che girano su Youtube.

Il secondo invece, del 2011, si concentra sulla prestanza fisica e divistica di Colin Farrell e sul contrasto con l’efebico Anton Yelchin. Un teen-horror che non si prende troppo sul serio e vira decisamente verso toni più leggeri, come aveva già fatto Jennifer’s body  in tempi recenti, ma anche i film splatter anni ’80 di cui del resto è un remake.

Ma quale nucleo rovente potranno mai celare due film così, così esplicitamente destinati a fare cassa o ad essere la moda del momento?

In effetti, qualcosa c’è.

In Paranormal activity una ragazza che vive col suo fidanzato dice di essere perseguitata ormai da anni da una strana presenza. Rumori inspiegabili, oggetti spostati, ma anche un incendio nella casa in cui viveva da bambina. Il ragazzo decide di investigare, riprendendo tutto quello che succede in casa loro con una videocamera. E qui le cose iniziano a peggiorare.

La presenza oscura si manifesta, ma mai direttamente. Si vedono solo le tracce del suo operato – oggetti fuori posto, orme per terra, rumori – osservando il video al computer. Dunque è una presenza latente, nascosta. Rimossa. Essa sembra dimostrare un grande interesse nei confronti della ragazza, e una certa ostilità nei confronti del fidanzato, che si ostina ad indagare.

È interessante che praticamente tutto il film si svolga all’interno della casa della coppia – che poi è la vera casa del regista. In particolare, il nucleo dell’azione si svolge nella camera da letto, teatro delle riprese notturne. La casa e la camera da letto. Il luogo dell’intimità, la sede della nostra identità e della nostra persona, il posto del riposo e del sonno. Nonché del sogno. Sogni che spesso diventano incubi.

Che cosa sogna la ragazza, che spesso si sveglia urlando? Che cosa vuole da lei questo oscuro demone?

Perché proprio lei?

Nel film si dice più di una volta che andare via dalla casa non servirebbe a niente, che quei fenomeni continuerebbero a verficarsi, eppure nessuno effettivamente ci prova. O meglio, il fidanzato, Micah, a un certo punto tenta di lasciare la casa, ma trova la ragazza in stato catatonico, che borbotta di non volersene andare, mentre stringe in mano un crocefisso talmente forte da ferirsi. Forse il demone non vuole che se ne vadano.

Forse uscire dalla casa sarebbe come uscire dal luogo deputato per la manifestazione della presenza orrorifica, sarebbe mettere fine al gioco. La casa – la loro casa – è dove avviene il mistero, dove si “vedono” le cose che succedono. E le cose si vedono attraverso la videocamera di Micah. Serve una mediazione tecnologica. Ma che è anche la mediazione del cinema stesso. Un doppio filtro permette a noi e a loro di osservare questi fatti. Il demone non si vede mai direttamente. Nell’ultima scena, sentiamo i (suoi?) passi salire le scale. Ma poi non lo vediamo. Vediamo Kate, posseduta (?).

Questo ci suggerisce due cose. La prima, che l’orrore deve restare sempre appena fuori dell’inquadratura. Sempre un pelo al di là della nostra piena messa a fuoco, razionale e cinematografica. Non si deve mai vedere, capire, toccare. Non si può. Non è possibile. E questo è dovuto  alla sua natura. L’attività paranormale non può essere ripresa perché ha origine da un nucleo interiore, da una paura del soggetto di vedere se stesso come fosse un altro.Questo è il contenuto forte del film. Kate teme l’emergenza di una presenza sconosciuta e malvagia nella propria casa – cioè la teme dentro di sé. Kate è il demone. È un’altra se stessa che piano piano si manifesta, una parte oscura e minacciosa di sé, un’alterità così sconvolgente da creare una scissione, una rimozione, una frattura nell’io. Il graduale e inesorabile processo di agnizione la porterà a una totale distruzione della sua persona.

Anche la mente indagatrice e razionale di Micah, insieme alla sua videocamera (il suo medium tecnologico), viene completamente travolta. Ogni altro intervento esterno viene rigettato. L’io di Kate rifiuta di essere analizzato, indagato, curato anche.

Questo è il terrore di Kate. Perdersi nella contemplazione dell’altra se stessa, della Kate oscura, demoniaca. Ella teme di vedere quest’apparizione inquietante – cioè teme di vedersi riflessa/ripresa nella videocamera di Micah – teme di perdere il controllo sulla se stessa diurna in favore di quella notturna, che si muove e cammina nel sonno. Kate sa che questa presenza, che le aleggia addosso, è portatrice di morte e dolore, per lei e per gli altri. Soprattutto, sa che vedere ciò che appare (il phainomenon, il fantasma) segnerà la sua fine, la totale disgregazione del suo io.



Fright night ha una dinamica totalmente diversa. Il giovane protagonista Charley vive in un sobborgo di Las Vegas con la madre single. Ha una ragazza molto carina, nonostante il suo passato da nerd, di cui si vergogna un po’. Tutto sembra andare per il meglio, quando nella casa accanto alla sua si trasferisce un certo Jerry, un Colin Farrell in canottiera e tatuaggi. La madre e la ragazza di Charley vengono subito colpite dal fascino e dal misterioso carisma di Jerry, mentre Charley avverte una confusa avversione nei suoi confronti.

Ma poi dei compagni di scuola di Charley cominciano misteriosamente a sparire. Il suo vecchio amico Ed dice di aver scoperto che in realtà Jerry è un vampiro ed è lui l’autore delle sparizioni, ma Charley si rifiuta di credergli, dicendo che è necessario crescere e superare le fantasie e i giochi dell’adolescenza. Tuttavia, le cose prenderanno una brutta piega e Charley sarà costretto ad affrontare Jerry, per difendere sua madre e la sua ragazza.

Fright night è il remake di uno splatter anni ’80, e la matrice si vede tutta. Si punta su una trama leggera, su un protagonista che favorisca l’identificazione del pubblico dei teenagers, su qualche battuta comica e su numerose scene d’azione con qualche effetto speciale. Il lieto fine è assicurato.

Eppure, qualcosa di interessante c’è anche qui. Qual è il contenuto rovente del film? Quali meccanismi della mente porta allo scoperto?

A mio avviso, le due scene più interessanti del film sono i due primi confronti tra Charley e Jerry. Nel primo, Jerry si presenta a Charley e alle sue due donne, che non restano certo indifferenti davanti al suo fascino. Charley ne è infastidito. Cerca di sostenere la conversazione con quel nuovo avversario, più grande, più maturo, più forte e sessualmente più attraente. La madre e la ragazza sentiranno addirittura il bisogno di rassicurarlo, di riaffermare che il suo status di maschio alfa non è in discussione.

Nella seconda scena, Jerry si presenta a casa di Charley per chiedere delle birre. Charley ormai sospetta di lui e non lo invita ad entrare – sapendo che i vampiri hanno bisogno di un invito esplicito per entrare in una casa. Jerry allora lo stuzzica. Lo invita a stare attento e a proteggere le sue donne dalla “brutta gente”.

Tutta la scena si gioca su un doppio filo – so chi sei e so che tu sai che io so – senza che mai venga affermato esplicitamente. Ed è qui che l’ambivalenza profonda del film prende corpo, pienamente. Perché in effetti, se anche Jerry non fosse un vampiro ma semplicemente uno appena arrivato in città, non cambierebbe niente. Perché la paura profonda di Charley non è nei confronti dei vampiri, ma, ancora una volta, nei confronti dell’altro. Non l’altro che è dentro se stessi, come per Kate, ma l’altro che viene da fuori, lo straniero, il nemico, la minaccia. Colui che può rapire e violentare la propria madre e la propria compagna. Il nemico che è necessario affrontare e uccidere. È la paura atavica di essere spodestati dal proprio ruolo di figlio e di amante, di essere sconfitti negli affetti, nell’amore degli altri verso di noi.

Sono estremamente importanti due elementi: primo, Charley è giovane, è un adolescente che sta cercando di crescere, di cambiare e di diventare uomo. Si sta preparando a un rito di passaggio, all’accettazione di sé, al riconoscimento del proprio valore, ad entrare nella relazione amorosa con fiducia e reciprocità. E per questo, essendo ancora insicuro e incerto, prova un grande timore nei confronti di un Jerry nel pieno della forza e della maturità e per di più dalla chiara natura predatoria. Lo considera un avversario troppo forte per lui. Nondimeno lo affronterà e sconfiggerà.

L’altro elemento è che Charley non ha padre. La mancanza del padre è un nodo cruciale, perché rivela la natura ambivalente dei suoi sentimenti nei confronti della madre. Egli non vuole che uno straniero si porti via sua madre, la invita più volte a non far entrare Jerry, a non invitarlo (perché è un vampiro, certo, ma solo per quello?). Non vuole che sua madre gli venga sottratta ma soprattutto non vuole che un altro ricopra il ruolo normativo di padre. Charley si sta muovendo all’interno di un ambiguo doppio ruolo, figlio e uomo, con una certa renitenza a passare nettamente dall’uno all’altro. Il suo desiderio sessuale nei confronti della ragazza verrà pienamente espresso solo al termine del film. Il conflitto edipico è evidente e resterà irrisolto e latente. Egli non desidera che nessuna delle sue donne venga toccata da altri, neanche sua madre.

Sconfiggere Jerry significherà diventare uomo, in grado di proteggere le sue donne, la madre e la ragazza. Diventerà sicuro di se stesso e del suo valore – anche sessualmente.

La notte paranormale – Paranormal Activity vs. Fright Night

settembre 15th, 2011 § 0 comments § permalink

Come abbiamo detto in alcuni post precedenti, la letteratura fantascientifica fa riferimento sempre a un’irriducibile alterità che porta sgomento e orrore. Tali sentimenti, sostiene Aldo Carotenuto nel suo Il fascino discreto dell’orrore, emergono con grande forza nella letteratura e nel cinema del fantastico perché queste opere rimandano sempre al senso di mistero e di sgomento con cui scorgiamo le nostre zone oscure. In questo senso, vale sempre la pena di dare un’occhiata anche a prodotti dal pedigree meno “nobile”. Per esempio, possiamo guardare in quest’ottica  due film come Paranormal activity e Fright night.

Entrambi sono film di cassetta, ma partendo da posizioni diverse. Il primo, del 2007, è stato un vero e proprio caso: costato una manciata di dollari, ne ha fruttati milioni in tutto il mondo, grazie anche a un’accurata strategia di marketing e promozione. Il film punta tutto sull’effetto realistico amatoriale, seguendo la tradizione dell’ormai classico Blair Witch project, ma facendo il verso ancora di più ai video di fantasmi che girano su Youtube.

Il secondo invece, del 2011, si concentra sulla prestanza fisica e divistica di Colin Farrell e sul contrasto con l’efebico Anton Yelchin. Un teen-horror che non si prende troppo sul serio e vira decisamente verso toni più leggeri, come aveva già fatto Jennifer’s body  in tempi recenti, ma anche i film splatter anni ’80 di cui del resto è un remake.

Ma quale nucleo rovente potranno mai celare due film così, così esplicitamente destinati a fare cassa o ad essere la moda del momento?

In effetti, qualcosa c’è.

In Paranormal activity una ragazza che vive col suo fidanzato dice di essere perseguitata ormai da anni da una strana presenza. Rumori inspiegabili, oggetti spostati, ma anche un incendio nella casa in cui viveva da bambina. Il ragazzo decide di investigare, riprendendo tutto quello che succede in casa loro con una videocamera. E qui le cose iniziano a peggiorare.

La presenza oscura si manifesta, ma mai direttamente. Si vedono solo le tracce del suo operato – oggetti fuori posto, orme per terra, rumori – osservando il video al computer. Dunque è una presenza latente, nascosta. Rimossa. Essa sembra dimostrare un grande interesse nei confronti della ragazza, e una certa ostilità nei confronti del fidanzato, che si ostina ad indagare.

È interessante che praticamente tutto il film si svolga all’interno della casa della coppia – che poi è la vera casa del regista. In particolare, il nucleo dell’azione si svolge nella camera da letto, teatro delle riprese notturne. La casa e la camera da letto. Il luogo dell’intimità, la sede della nostra identità e della nostra persona, il posto del riposo e del sonno. Nonché del sogno. Sogni che spesso diventano incubi.

Che cosa sogna la ragazza, che spesso si sveglia urlando? Che cosa vuole da lei questo oscuro demone?

Perché proprio lei?

Nel film si dice più di una volta che andare via dalla casa non servirebbe a niente, che quei fenomeni continuerebbero a verficarsi, eppure nessuno effettivamente ci prova. O meglio, il fidanzato, Micah, a un certo punto tenta di lasciare la casa, ma trova la ragazza in stato catatonico, che borbotta di non volersene andare, mentre stringe in mano un crocefisso talmente forte da ferirsi. Forse il demone non vuole che se ne vadano.

Forse uscire dalla casa sarebbe come uscire dal luogo deputato per la manifestazione della presenza orrorifica, sarebbe mettere fine al gioco. La casa – la loro casa – è dove avviene il mistero, dove si “vedono” le cose che succedono. E le cose si vedono attraverso la videocamera di Micah. Serve una mediazione tecnologica. Ma che è anche la mediazione del cinema stesso. Un doppio filtro permette a noi e a loro di osservare questi fatti. Il demone non si vede mai direttamente. Nell’ultima scena, sentiamo i (suoi?) passi salire le scale. Ma poi non lo vediamo. Vediamo Kate, posseduta (?).

Questo ci suggerisce due cose. La prima, che l’orrore deve restare sempre appena fuori dell’inquadratura. Sempre un pelo al di là della nostra piena messa a fuoco, razionale e cinematografica. Non si deve mai vedere, capire, toccare. Non si può. Non è possibile. E questo è dovuto  alla sua natura. L’attività paranormale non può essere ripresa perché ha origine da un nucleo interiore, da una paura del soggetto di vedere se stesso come fosse un altro.Questo è il contenuto forte del film. Kate teme l’emergenza di una presenza sconosciuta e malvagia nella propria casa – cioè la teme dentro di sé. Kate è il demone. È un’altra se stessa che piano piano si manifesta, una parte oscura e minacciosa di sé, un’alterità così sconvolgente da creare una scissione, una rimozione, una frattura nell’io. Il graduale e inesorabile processo di agnizione la porterà a una totale distruzione della sua persona.

Anche la mente indagatrice e razionale di Micah, insieme alla sua videocamera (il suo medium tecnologico), viene completamente travolta. Ogni altro intervento esterno viene rigettato. L’io di Kate rifiuta di essere analizzato, indagato, curato anche.

Questo è il terrore di Kate. Perdersi nella contemplazione dell’altra se stessa, della Kate oscura, demoniaca. Ella teme di vedere quest’apparizione inquietante – cioè teme di vedersi riflessa/ripresa nella videocamera di Micah – teme di perdere il controllo sulla se stessa diurna in favore di quella notturna, che si muove e cammina nel sonno. Kate sa che questa presenza, che le aleggia addosso, è portatrice di morte e dolore, per lei e per gli altri. Soprattutto, sa che vedere ciò che appare (il phainomenon, il fantasma) segnerà la sua fine, la totale disgregazione del suo io.

Fright night ha una dinamica totalmente diversa. Il giovane protagonista Charley vive in un sobborgo di Las Vegas con la madre single. Ha una ragazza molto carina, nonostante il suo passato da nerd, di cui si vergogna un po’. Tutto sembra andare per il meglio, quando nella casa accanto alla sua si trasferisce un certo Jerry, un Colin Farrell in canottiera e tatuaggi. La madre e la ragazza di Charley vengono subito colpite dal fascino e dal misterioso carisma di Jerry, mentre Charley avverte una confusa avversione nei suoi confronti.

Ma poi dei compagni di scuola di Charley cominciano misteriosamente a sparire. Il suo vecchio amico Ed dice di aver scoperto che in realtà Jerry è un vampiro ed è lui l’autore delle sparizioni, ma Charley si rifiuta di credergli, dicendo che è necessario crescere e superare le fantasie e i giochi dell’adolescenza. Tuttavia, le cose prenderanno una brutta piega e Charley sarà costretto ad affrontare Jerry, per difendere sua madre e la sua ragazza.

Fright night è il remake di uno splatter anni ’80, e la matrice si vede tutta. Si punta su una trama leggera, su un protagonista che favorisca l’identificazione del pubblico dei teenagers, su qualche battuta comica e su numerose scene d’azione con qualche effetto speciale. Il lieto fine è assicurato.

Eppure, qualcosa di interessante c’è anche qui. Qual è il contenuto rovente del film? Quali meccanismi della mente porta allo scoperto?

A mio avviso, le due scene più interessanti del film sono i due primi confronti tra Charley e Jerry. Nel primo, Jerry si presenta a Charley e alle sue due donne, che non restano certo indifferenti davanti al suo fascino. Charley ne è infastidito. Cerca di sostenere la conversazione con quel nuovo avversario, più grande, più maturo, più forte e sessualmente più attraente. La madre e la ragazza sentiranno addirittura il bisogno di rassicurarlo, di riaffermare che il suo status di maschio alfa non è in discussione.

Nella seconda scena, Jerry si presenta a casa di Charley per chiedere delle birre. Charley ormai sospetta di lui e non lo invita ad entrare – sapendo che i vampiri hanno bisogno di un invito esplicito per entrare in una casa. Jerry allora lo stuzzica. Lo invita a stare attento e a proteggere le sue donne dalla “brutta gente”.

Tutta la scena si gioca su un doppio filo – so chi sei e so che tu sai che io so – senza che mai venga affermato esplicitamente. Ed è qui che l’ambivalenza profonda del film prende corpo, pienamente. Perché in effetti, se anche Jerry non fosse un vampiro ma semplicemente uno appena arrivato in città, non cambierebbe niente. Perché la paura profonda di Charley non è nei confronti dei vampiri, ma, ancora una volta, nei confronti dell’altro. Non l’altro che è dentro se stessi, come per Kate, ma l’altro che viene da fuori, lo straniero, il nemico, la minaccia. Colui che può rapire e violentare la propria madre e la propria compagna. Il nemico che è necessario affrontare e uccidere. È la paura atavica di essere spodestati dal proprio ruolo di figlio e di amante, di essere sconfitti negli affetti, nell’amore degli altri verso di noi.

Sono estremamente importanti due elementi: primo, Charley è giovane, è un adolescente che sta cercando di crescere, di cambiare e di diventare uomo. Si sta preparando a un rito di passaggio, all’accettazione di sé, al riconoscimento del proprio valore, ad entrare nella relazione amorosa con fiducia e reciprocità. E per questo, essendo ancora insicuro e incerto, prova un grande timore nei confronti di un Jerry nel pieno della forza e della maturità e per di più dalla chiara natura predatoria. Lo considera un avversario troppo forte per lui. Nondimeno lo affronterà e sconfiggerà.

L’altro elemento è che Charley non ha padre. La mancanza del padre è un nodo cruciale, perché rivela la natura ambivalente dei suoi sentimenti nei confronti della madre. Egli non vuole che uno straniero si porti via sua madre, la invita più volte a non far entrare Jerry, a non invitarlo (perché è un vampiro, certo, ma solo per quello?). Non vuole che sua madre gli venga sottratta ma soprattutto non vuole che un altro ricopra il ruolo normativo di padre. Charley si sta muovendo all’interno di un ambiguo doppio ruolo, figlio e uomo, con una certa renitenza a passare nettamente dall’uno all’altro. Il suo desiderio sessuale nei confronti della ragazza verrà pienamente espresso solo al termine del film. Il conflitto edipico è evidente e resterà irrisolto e latente. Egli non desidera che nessuna delle sue donne venga toccata da altri, neanche sua madre.

Sconfiggere Jerry significherà diventare uomo, in grado di proteggere le sue donne, la madre e la ragazza. Diventerà sicuro di se stesso e del suo valore – anche sessualmente.