Sulla colonia

settembre 7th, 2010 § 0 comments § permalink

La colonia è fantascienza fatta realtà. È teoria sociale applicata in una pratica dall’agghiacciante precisione chirurgica, architettonica. È storia e destino, passato e futuro dell’umanità proiettate in un’impronta sul terreno. È un esperimento di ingegneria sociale. La colonia israeliana legge in trasparenza tutta la vicenda dell’occidente. Tutto il peggio espresso dall’umanità europoide, geneticamente modificato, migliorato, reso più aggressivo, più velenoso, più inquinante. Più feroce.
La colonia è un’avanguardia sociale e militare. È il punto ideologicamente più avanzato. Siamo molto oltre l’esperienza del Kibbutz, socialisteggiante eppure allo stesso tempo di estrema destra. Qui siamo ben oltre la destra e la sinistra. Siamo in pieno Antico Testamento. Il Dio della Colonia è quello sanguinario e vendicativo di Abramo. Cristo non ha mai calpestato queste terre. La pietà non lo so, dovrei verificare meglio.

La colonia è un agglomerato urbano, di solito posto su di un’altura. Nasce da pochi caravan saliti su una strada bianca, di notte. Camion, camper, roulotte, quello che c’è. Col favore delle tenebre, come si conviene agli atti di pirateria, raggiungono uno spiazzo di terreno libero – terreno palestinese, ovviamente – e lì restano. Non se ne andranno più. Non intendono farlo. La Mayflower, i carri dei pionieri. Il ratto delle Sabine. Il cavallo di Troia.

Piano piano la colonia, che a questo punto ancora si chiama avamposto – outpost -, cresce. I giovani fanno figli. Ingrandiscono, lavorano la terra. Costruiscono in muratura. Soprattutto, lavorano la terra. È la grande ossessione sionista, ma non solo. Lavorare la terra. Plasmare, trasformare. Erigere palizzate, terrazzamenti, recinti, silos. Robinson Crusoe ha già detto tutto su questo argomento. La virtù si misura con il proprio lavoro. Il proprio lavoro ha lo scopo di trasformare il mondo a nostra immagine e somiglianza. La terra appartiene all’uomo perché l’uomo è Dio. Si fa presto a verificare questo principio. In Israele non si possono fare più di tre-quattrocento metri senza incontrare un cantiere aperto. Costruire un palazzo, un’industria, una nazione.

Quando la colonia è ormai diventata significativa, la Knesset la riconosce. Diventa legale. Ma nel frattempo era già stata dotata di ingenti misure di sicurezza. Esercito o sicurezza privata. Filo spinato o muro. Il Muro anche, quello vero. Telecamere, sensori a infrarossi. Mitragliatrici. Sabbia fine per raccogliere impronte. Sensori di movimento. Bypass roads. Strade solo per israeliani. Strade ad esclusivo uso militare. Cancelli automatici. Postazioni fisse, torrette. Jeep che fanno la ronda. Checkpoint, ovviamente.

Ad Hebron la colonia è dentro la città. Negli appartamenti ai piani alti di alcuni condomini del centro. La prima colona occupò un appartamento nel ’68, e poi rifiutò di andarsene. Oggi sono quattrocento circa. E ci sono millecinquecento soldati di guarnigione. Siccome i coloni gettano immondizia, pietre, mattoni e qualunque cosa capiti loro tra le mani dalle finestre, i palestinesi hanno steso delle reti di fil di ferro sopra il mercato, per proteggesi. C’era anche un pannolino. Usato.
Ho pensato a quella madre che ha cambiato il proprio bambino. Lo ha pulito. Lo ha baciato. Poi ha gettato di sotto il pannolino.

Nel raggio di ottocento metri dalla colonia, ogni altro edificio viene immediatamente abbattuto. Se poi la colonia si allarga, si misurano altri ottocento metri. Per ragioni di sicurezza. E il meccanismo a questo punto è chiaro. La crescita è inarrestabile.
A volte gli avamposti illegali vengono abbattuti. Molti coloni non riconoscono lo stato di Israele. È troppo democratico per loro. Non accettano nemmeno la costruzione del muro. La Palestina appartiene già ad Israele. Che senso ha costruirsi un muro dentro casa?

Molti coloni vengono dagli Usa. Sono americani, giovani, biondi. Che un bel giorno decidono di abbandonare McDonald’s, Obama, Brad Pitt e tutte le altre cose e vengono in uno dei posti più sperduti e disagevoli dell’universo a iniziare una sanguinosa e quotidiana guerra con della gente che non ha fatto loro nulla di male. Se non esistere.

Ma quella è la terra santa. Dio l’ha data al popolo ebraico. Mi restano lo stesso dei dubbi. La modernità ha indubbiamente prodotto un perverso ritorno al fanatismo religioso – in tutte le grandi religioni monoteiste, nonché nelle nuove religioni e nelle sette – ma questo fatto spesso nasconde altro. La Palestina è laica, è moderna. Qui la religione c’entra veramente poco. Lo dicono tutti. Si fa la guerra per la terra. È una questione politica. Ma se uno vive in Kansas o in California e si prende la briga di fare questa guerra per questa terra qui… Non capisco.

Una colonia è una collina con sopra un paese. Ma un paese formato da case tutte uguali. Quadrate, grigie. L’andamento è regolare. È come se fosse cresciuto tutto insieme, come se fosse stato costruito tutto in una volta. Perché è stato costruito tutto in una volta. Nel giro di cinque anni, massimo dieci. Ma oltre a quello, è stato pensato tutto insieme. È stato concepito come una new town. Come quelle che hanno costruito a L’Aquila. Coppito 2 o Har Gilo. Non sono così diverse. Di notte risplende di luci tutte uguali. Come oblò di una nave. Un’astronave aliena. Un sinistro incrociatore appena atterrato. Acquattato là in alto, minaccioso, misterioso. Tutto intorno il muro. Poi il vuoto del deserto. La terra di nessuno, gli ottocento metri sacri. Quindi iniziano le case sparse dei palestinesi. O i villaggi, quando ci sono. Case che vivono nell’ombra. Che non sanno se dureranno un altro giorno. Che forse – io penso, ma non ho prove di questo – sono costrette a compromessi, a patti.

La colonia. Potrebbero anche spararti da lì. Non hai idea di cosa faccia la gente lì dentro. Di come viva. Di cosa pensi o cosa desideri. Pare che siano fanatici, americani. I coloni sono i più fanatici di tutti. Alcuni hanno la piscina, altri a stento l’acqua potabile. Alcuni lo fanno solo per gli sgravi fiscali, altri per il sacro dovere di cacciare le razze impure da Israele. Fino al giorno in cui il Messiah verrà e regnerà sul mondo per sempre.

La colonia è fantascienza nera, reale. È un’unità vivente, sociale, militare, creata con lo scopo di sopraffare, conquistare, sterminare. Una testa di ponte. La terra è la prima ossessione del colono. Di ogni colono. La seconda ossessione è l’altro. L’altro. Il non-ebreo, non-occidentale, non-colono. Cacciarlo via, assoggettarlo, dominarlo, sterminarlo, respingerlo. Picchiare i bambini significa esercitare una violenza anche epistemica. Violentare l’ordine dei significati e dei significanti, l’andamento dei pensieri, della conoscenza, l’ordinamento stesso del reale dei colonizzati. Significa andare oltre le leggi di natura. Il colono non segue le leggi di natura, posto che esistano. Egli è al di sopra della natura. Egli fa la legge. O meglio, la riceve da Dio e la esercita in suo nome. Gli indiani d’America e d’India, gli Indios dell’Amazzonia, gli africani, gli aborigeni in Australia. Il colono esercita una violenza che sconvolge l’ordine del mondo del colonizzato. È uno tsunami, un terremoto, un’onda sismica, una frattura che spezza il filo della storia, spezza le esistenze. Stravolge i punti cardinali, il nord e il sud, il giusto e lo sbagliato, il prima e il dopo. La mente del colonizzato diventa materia molle, melmosa, malleabile.

Vedere la colonia brillante, rifulgente di luce nella notte, e al tempo stesso cupa e minacciosa. Pronta allo scontro, determinata a vincere. Mi faceva stringere lo stomaco ogni volta. Era prima di tutto un simbolo. Una dichiarazione.

Un’ansia o angoscia senza pari.

Vederla lì. A meno di un chilometro da me. Cominciai a nutrire un cupo desiderio. Entrarci dentro.

Cupio dissolvi?

Non sapevo come. Mi avrebbero cacciato, forse arrestato o picchiato. Però avrei così tanto desiderato di vedere com’era fatta dentro. Cosa c’era. Com’era fatta la gente. Come si vestivano, cosa facevano. Cosa mangiavano. Parlarci. Capire cosa pensavano. Soprattutto cosa pensavano. I coloni. The settlers.

Vedere la colonia era vedere la parte più segreta e cattiva di me stesso. Di ognuno di noi. Occidentali. Le colonie sono anche “nostre”. Sono il frutto del gene malato della mente europea. Il colono che c’è in ognuno di noi, come diceva Sartre. Per quanto io mi trovassi per scelta dalla parte opposta, pur in una posizione di ascolto e di osservazione, non potevo fare a meno di interrogarmi sull’essenza di questo incredibile processo storico ininterrotto e non interrompibile. Questa assurda ossessione, questa violenza barbarica, cinica. Questa cecità così oscena, così virulenta.

Non c’è risposta, non qui. La risposta alla colonia non è nella colonia. Andare avanti, sempre avanti. Verso l’Ovest. Dal Nilo al Giordano o Eufrate. Dall’Atlantico al Pacifico. Dalla Mongolia alla Russia, o dalla Russia alla Mongolia. Fino a El Dorado o alle sorgenti del Nilo, di nuovo.

La risposta alla colonia sta nelle metropoli. Nelle capitali dai palazzi bianchi come tombe. Londra, Anversa, Parigi, Roma, Tel Aviv.

L’impero dove non tramonta mai il sole.

McCurry, il colore degli occhi, il colore della guerra

maggio 17th, 2010 § 0 comments § permalink


Entrare nel mondo di Steve McCurry significa entrare in un mondo fatto prima di tutto di colore. Colori saturi, primari, contrastati, sgranati, sfumati, densi. Quasi stancanti, oppressivi, ossessivi, ripetitivi. Come se in ogni angolo del mondo avesse cercato di fare sempre la stessa foto, ancora e ancora. L’esotismo, la vita, la fuga, la bellezza, ancora e ancora.

Inviato di National Geographic – e non occorre ricordare che la Royal Geographic Society sia un’istituzione imperiale e colonialista britannica, tuttora esistente – l’americano ha viaggiato e fotografato gran parte del Terzo Mondo. India, Pakistan, Tibet, Kuwait, Afghanistan. Ma anche Giappone, Italia persino. E poi gli stessi Stati Uniti, le macerie del World Trade Center. La guerra finalmente – ferocemente – dentro casa.

La guerra è il primo e il più stimolante dei percorsi proposti dalla mostra. Macerie, case sventrate, petrolio in fiamme. Carcasse di carri armati, armi sollevate al cielo. Il grigio della cenere, il nero del petrolio nel Kuwait, il rosso delle fiamme. Un panorama apocalittico, il mondo alla fine del mondo. L’oscenità della distruzione. Non ha bisogno di mostrare corpi fatti a brandelli. Si limita ai resti di animali. Non ha bisogno della retorica del corpo e del volto umano. La guerra è soggetto e scenario sufficiente. La guerra basta a se stessa. Riempie la foto. La satura. Basta solo scattare. Fornisce colori, oggetti, prospettive, linee, che non esistono in nessun altro contesto, umano o disumano. Il reporter nord-americano si pone davanti al primo dilemma del suo lavoro. Fotografare una guerra portata avanti dal suo stesso paese. Non mi sembra che McCurry in questo abbia seguito il lavoro di Robert Capa. Non c’è esaltazione, costruzione, finzione. Ci sono elementi primari. Sabbia, fuoco, petrolio. Macerie, non soldati. Della guerra si mostra il suo lato primordiale, infernale.

Altrove invece l’occhio occidentale si fa più spesso, opaco, ottuso. L’incontro con l’Altro. Altra ossessione occidentale. E ci sarebbe da ritirare fuori Orientalismo, di Edward Said. L’altro viene mostrato proprio in quanto non-occidentale. E quindi colorato, festoso, primitivo, gioioso o ascetico, vivo, accogliente o provocatorio. In ogni caso, sempre lontano, chiuso nella propria alterità, incomprensibile, inafferrabile. È celebre la foto della bambina afghana. Ce ne sono molti di ritratti così. Il soggetto che fissa la camera da presa. Sguardi carichi di forza, di volontà. Di capacità di sostenere lo sguardo. La bambina afghana poté guardare negli occhi McCurry solo nel momento dello scatto, attraverso la macchina fotografica. E mi sembra che ci sia una grandissima fierezza in lei come in molti degli altri ritratti. Mi sembra che per quanto McCurry cerchi il “tipico”, il “colore locale”, “l’esotico”, tutto questo finisca per rivoltarglisi contro. C’è una frizione tra l’occhio che guarda e che scatta e l’occhio che risponde, sfida, guarda, accetta di mostrarsi come soggetto, come essere, come punto di vista a sé stante. Un duello, una sfida, spesso inserita in paesaggi strazianti, selvaggi. Il mare dei pescatori, la tempesta nel deserto, le alluvioni in India, le città deserte e gelide dell’Afghanistan. Sempre più violento esplode il colore, vero leit motive di questa fotografia. Così vivido e saturo da sembrare artefatto, ricostruito.

Mi ha colpito il ritratto di Aung San Suu Kyi, Birmania, 1995. La leader non violenta che guarda altrove. L’espressione distaccata, malinconica, anche preoccupata. La penna tenuta distrattamente nella mano. La bandiera rossa alle sue spalle. La decisione, la determinazione. Decisamente un grande ritrattista.

Ci sono anche percorsi sul Silenzio e sulla Gioia. L’incontro, fortuito. Una donna e un bambino che chiedono l’elemosina fuori dal vetro dell’automobile, mentre la pioggia è scrosciante. Un ragazzino che fugge per le viuzze di una città indiana. Una festosa e colorata cerimonia. Il tuffo in un fiume. La folla, multicolore, mobile, fluida. C’è una ricerca di altre forme di vita, del mistero della gioia e della bellezza in modi così diversi e così lontani da quelli che potremmo anche solo immaginare. Anche in questo McCurry eccelle. Nel cogliere l’immagine di qualcosa che continua però a sfuggirci. A noi e a lui. Cosa abbiamo capito, cosa abbiamo imparato, alla fine di questo percorso?

Ci ha fatto vedere il mondo, ma cosa ne sappiamo più di prima? Mi sembra che questa fotografia resti estranea al suo soggetto. Non riesca a entrarci in comunione. Non lo incontri. Mi sembra molto diverso, per esempio, da Kapuscinski. Che ha fatto pratica e teoria al tempo stesso, cioè poetica, dell’incontro con l’altro nel lavoro del reporter. McCurry, paradossalmente, non va oltre la propria vista. Scintillante, spettacolare, commovente, tragica, ma sempre superficiale.

Dal 10 aprile al 5 settembre. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria.