Vieni via con me, Fazio e Saviano, hanno ragione tutti

ottobre 25th, 2011 § 0 comments § permalink

Hanno ragione tutti. Dico sul serio. Parlo di Vieni via con me.

Ha ragione chi dice che è stato un momento alto di alta televisione. Ha ragione chi dice che questo è un ossimoro.

Ha ragione chi dice che è stata un’insalata di argomenti, un minestrone indigesto, un miscuglio insopportabile di buoni sentimenti a buon mercato, di politically correct, di legalità bipartizan, di partito comunista ecumenico e di nazismo dal volto umano, come ha detto Paolo Rossi.

Ha ragione chi dice che non si possono mescolare i generi così, l’invettiva civile – da Cicerone a Machiavelli e Leopardi fino a Saviano – con la grossolanità e la leggerezza di certe uscite, troppo basse, troppo da “piccolo” schermo.

Ha ragione anche chi dice che è già un miracolo che in televisione si parli di mafia in questo modo o che se ne parli e basta. Ha ragione chi dice che questo può non piacere a tutti epperò ci serve, ci è necessario, ne abbiamo bisogno e gli ascolti lo dicono. C’è fame di legalità, di impegno, di civilità. Non di sinistra, che sarebbe un lusso. Siamo ancora più indietro rispetto a quello. Siamo messi molto peggio di quanto molti immaginino.

Ha ragione chi si è indignato davanti all’uso fatto da degli assassini del nome del Conte Ugolino e ha ragione chi si è indignato per essere stato accostato a tali assassini.

Ha ragione anche chi dice che sono tante belle parole che la gente si sorbisce sul divano ma poi continua tutto come prima. Forse sì, forse no. Magari non per tutti. Magari serve solo a scaricarsi la coscienza e a sentirsi progressisti e padri di famiglia.

Ha ragione chi dice che Benigni si ripete ed è autocelebrativo e ha ragione chi dice che è un genio della leggerezza pensosa, un folletto popolare e intellettuale insieme.

Ha ragione chi dice che Saviano si prende troppo sul serio e in fondo non ha detto niente di nuovo e ha ragione chi dice che tanto dopo che lo avranno ammazzato faranno tutti a gara a leccargli, come disse Pasolini, il culo.

Ha ragione chi non capisce e ha ragione chi capisce fin troppo bene.

Hanno ragione Silvio e i suoi bravi a volerlo bloccare, perché è un programma pericoloso ed è pericoloso perché lo vedono tutti, non solo i radical chic che ‘ste cose tanto le sapevano e comunque le sapevano meglio.

Ha ragione chi dice che certe cose non c’entravano niente, come la storia di Welby e della Englaro, e ha ragione chi dice che c’è davvero bisogno che si parli di tutto e in un modo diverso, magari buonista o rassicurante, ma che almeno certe cose vengano dette, perché magari c’è qualcuno a cui interessano e tanto deve bastare.

Ha ragione chi dice che Fazio segue il mercato, il vento che cambia, l’andazzo generale. Ha ragione e basta. Ha ragione chi dice che Luttazzi e Biagi furono cacciati via per molto meno e forse erano anche più colti, più preparati e più bravi.

Ha reazione chi dice che tra Bersani e Fini non si sa chi è più retorico o noioso. E che Vendola lo voterebbero tutti solo che i preti non vogliono.

Ha anche ragione chi dice che è facile salire sul carro dell’altra italianità, quella presentabile, onesta, pulita, dopo che per anni si è sguazzato nella melma.

Ha anche ragione chi dice che gli autoproclamatisi “giusti” non fanno altro che coltivarsi il loro orticello, la loro piccola vigna di squallidi piccoli tornaconti, per poi non muovere un dito là fuori.

Ha ragione chi dice che certe cose servono solo a chi le fa. Ha ragione anche chi dice che di certe cose c’è vero bisogno e non si può stare sempre a sindacare.

Hanno ragione coloro che dicono che non c’era contraddittorio. Hanno ragione anche coloro che sostengono che il contraddittorio sia un modo per seppellire la verità con il letame delle chiacchiere.

L’opinione, la doxa. Il chiacchiericcio, il rumore di fondo.

Il ragionamento, la razionalità, la ragione. Il logos.

La verità, aletheia. Ciò che è dis-velato. Ciò che sta dietro il velo.

Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura

novembre 25th, 2009 § 0 comments § permalink

Parliamo di romanzi? D’amore, d’azione, brillanti, trash, pulp, postmoderni, classici o cos’altro ancora? Non proprio. “Se vogliamo portare a termine qualcosa, dobbiamo ignorare che, nonostante siano state prese tutte le precauzioni, la fine sarà inconcludente. Questo ignorare non è una dimenticanza attiva, ma piuttosto un’attiva marginalizzazione della materia paludosa e acquitrinosa, dell’assenza di una base solida nei margini, all’inizio e alla fine”. Così scrive la critica e intellettuale indo-statunitense Gayatri C. Spivak. I margini sono il luogo in cui si praticano discipline come la filosofia e la letteratura. Sono il luogo in cui avvengono i fatti più interessanti. Siamo parlando dei margini della nostra coscienza civile, della nostra società, della nostra economia, le aree torbide che non raggiungono mai la pubblica attenzione. Di questi acquitrini tratta il più importante libro della letteratura italiana degli anni 2000, Gomorra di Roberto Saviano. La palude che si estende da Napoli a Casal di Principe, fino a Roma e Milano, fino a Madrid e Londra, Pechino e New York. Saviano fa letteratura perché ci descrive la materia oscura di cui sono fatte le cose, esattamente come il Conrad di Cuore di tenebra. La tenebra non sta nelle giungle dell’Africa o della provincia casertana, come pure tutti credono; la tenebra sta nelle grandi capitali occidentali. Ammettiamo quindi che la letteratura non sia solo uno svago, ammettiamo che possa essere un mezzo per conoscere ciò che ancora non si conosce: la verità. Un termine alquanto svalutato oggigiorno, insieme a un altro, libertà. Cos’è la verità? Leonardo Sciascia ci viene incontro ne Il giorno della civetta: “La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità”. Toccare la verità è estremamente spiacevole, anzi, è proprio un lavoraccio, una gran seccatura. Bisogna sporcarsi le mani e tanto. Spesso è preferibile fare finta di niente, in fondo si vive meglio. E questo lo sanno tutti, perché a tutti prima o poi succede di dover fare questo tipo di scelta. Ma ciò, secondo Niccolò Machiavelli, non è concesso al Principe. Chi vuole occuparsi della Repubblica, intesa come Cosa Pubblica (quanto suona diversa questa espressione rispetto a “Cosa Nostra”…) deve imparare a riconoscere ed accettare la verità, per quanto dura e spiacevole sia. E non stiamo parlando di politica. Il benessere della comunità e dei suoi vicini passa attraverso la ricerca e conoscenza della verità. Questo dovrebbe essere precisamente il lavoro dello scrittore. Scrivere e testimoniare la verità. Testimonianza, esattamente come fecero alcuni dei più grandi scrittori italiani, Galileo Galilei, Primo Levi, Pier Paolo Pasolini. Testimoni, martiri, disposti all’estremo sacrificio, esposti al rischio di affondare nell’acquitrino. Parliamo di persone che si mettono, anche metaforicamente, in prima linea, di faccia alla realtà, rivolti alla faccia più nascosta ed estrema e marginale della realtà. Che hanno descritto l’oscurità, come lo statunitense Cormac McCarthy che ne La strada ha raccontato un mondo devastato e infernale: “Ce la caveremo, vero, papà? / Sì. Ce la caveremo. / E non ci succederà niente di male. / Esatto. / Perché noi portiamo il fuoco. / Sì. Perché noi portiamo il fuoco”. Oppure come l’anglo-indiano Salman Rushdie, che hanno riportato la sconvolgente complessità e ricchezza del mondo, il senso di sorpresa e di meraviglia di fronte a tutte le storie che è possibile raccontare, che è bello raccontare, che è importante raccontare: “La letteratura è dove vado per esplorare i luoghi più elevati e più infimi della società e dello spirito umano, dove spero di trovare non la verità assoluta, ma la verità del racconto, dell’immaginazione e del cuore”.

Pubblicato per la prima volta su “La Pagina” n° 9, Novembre 2009