
What’s the purpose of your trip?
Mi chiede la ragazza al banco della dogana. Soppesando il passaporto.
Che domanda.
Come risponde la gente di solito?
Come si fa a rispondere?
Viaggio per andare via. E per tornare.
Per attraversare le onde del destino.
Viaggio per arrivare fino al termine della notte.
Viaggio perché voglio vedere la guerra, da vicino.
Viaggio perché sono un mercenario.
Viaggio perché devo.
Viaggio per me stesso, perché sono un egoista.
Viaggio per annegare l’avventura e la sua nausea nella nera ansietà della notte.
Viaggio per ritornare al paese natale.
Viaggio per confermare tutto quello che già so.
Per aprire la mia mente all’ignoto e all’imprevedibile.
Perché è la missione attorno cui ruota tutta la mia esistenza.
Perché mi fa sentire figo.
Perché è pericoloso ma non troppo.
Perché questo viaggio serve a farmi dormire la notte, a farmi venire a patti coi miei sensi di colpa, ad appagare il mio sbiadito senso della giustizia.
Viaggio perché sono un perdente. Un cane alla catena.
Viaggio perché voglio provare emozioni forti.
Perché voglio vedere l’esotico oriente, respirare i fumi dei narghilè, assaggiare l’hummus e i falafel, rubare l’aroma delle spezie e degli incensi, incontrare lo sguardo di misteriose donne velate, contrattare con i mercanti di seta.
Viaggio per le vittime, i muri, i ghetti, i lager.
Perché vedere chi sta peggio di me mi aiuterà a tirare a campare.
Viaggio per chi non sa, non può o non vuole.
Viaggio perché Dio lo vuole.
Per incontrare l’altro, mio simile.
Perché voglio andare oltre gli stereotipi, immagini di pietra, e arrivare all’immagine di me stesso che è riflessa negli occhi dell’altro.
Viaggio perché sono un cane sciolto.
Perché voglio capire. Capire l’incomprensibile, l’oscuro formicolante coacervo di cui è fatta la realtà.
Perché voglio schierarmi.
Perché la battaglia del popolo palestinese è anche la mia.
Perché lo scandalo del genocidio è anche il mio. Lo scandalo di ogni genocidio.
Perché è la grande battaglia della mia generazione.
Perché al termine del viaggio c’è un segreto che devo carpire.
Perché è questo che faccio per vivere, è il mio lavoro.
Perché sento che devo, sento che è giusto, sento che se non lo facessi non sarebbe lo stesso.
Perché sento che c’è una massa paludosa e oscura di discorsi che ripetono se stessi, di verità sprofondate, di violenza oscena, scandalosa.
Perché è a me stesso che devo rispondere. Ed essere responsabile significa affacciarsi alla presenza di tutti gli altri.
Perché mi sento fortemente a disagio, tirato per la giacca, incongruente, fuori posto, incapace di intervenire e insicuro sul futuro, scettico su progetti di pace che nessuno realisticamente fa, desideroso di andare oltre e inabile a farlo, carico di rabbia contro gli attori di questa messinscena, carico di amore per le persone che pagano un prezzo, che sempre pagano un prezzo.
Come si fa a rispondere a questa domanda?
Tourism. Of course.
In che senso In viaggio con Erodoto1 – e anche in generale l’opera di Kapuscinski – può essere considerato un exile’s book?
In viaggio con Erodoto non è una vera e propria autobiografia, la vita del soggetto e autore Ryszard Kapuscisnki non occupa il centro dell’attenzione. Questo testo ha una natura ibrida, si situa nell’incontro di generi diversi. Da una parte il saggio autobiografico o personal essay, per la natura autocritica del testo e la riflessione che compie sul proprio lavoro e sul proprio metodo. La narrazione delle proprie vicende ed esperienze personali, anche se si tratta di pochi episodi selezionati, tende a un discorso più generale, a una riflessione sul senso della propria opera nel mondo e anche sulle modalità stesse che ha il soggetto di stare nel mondo. Accanto a questa componente saggistica e interrogativa, riflessiva, abbiamo un’altra componente più narrativa, riguardante il racconto e la descrizione di alcuni suoi viaggi in varie zone del mondo come inviato per un’agenzia di stampa polacca. Questa componente può essere considerata come un esempio di travel narrative, cioè di un testo che racconta di viaggi, ma situandosi a una certa distanza da essi. A differenza di un diario di viaggio, che registrerebbe puntualmente gli episodi quotidiani accaduti durante il percorso, Kapuscinski riporta solo alcuni fatti selezionati, alcuni ricordi subito ricollegati e immersi nella riflessione e nel pensiero. Tutte queste componenti si compenetrano e si integrano in modo organico, rendendo quindi In viaggio con Erodoto un testo particolarmente sfuggente ai tentativi di classificazione secondo il genere.
Accanto alla componente autobiografica c’è tuttavia l’altro aspetto macroscopico, e cioè la lettura e il confronto con Erodoto e le sue Storie. Il testo si apre proprio con il primo incontro tra il giovane Kapuscinski, studente all’università Varsavia, e lo storico greco. Nel 1951 le Storie non erano ancora state stampate, a causa di un intervento della censura sovietica. Verranno stampate solo nel 1955. Tuttavia il primo incontro tra i giovani polacchi ed Erodoto, nella rilettura che Kapuscinski ne dà a posteriori, rimanda subito alla questione che più gli sta a cuore: “Non occorreva attendere che qualcuno si presentasse ad annunciare uno scontro tra civiltà. Lo scontro ormai era in atto da tempo, due volte alla settimana, in quell’aula dove avrei appreso che una volta era esistito un greco di nome Erodoto”2. Per quei giovani cresciuti in un mondo chiuso e praticamente privo di comunicazioni con l’esterno come l’Unione sovietica, le lezioni di storia antica erano un primo incontro con l’alterità, con un mondo radicalmente diverso, inimmaginabile. Che cosa avevano da raccontarsi quei due universi, separati da 2500 anni? A questa domanda, Kapuscinski tenterà continuamente di rispondere. Cosa abbiamo a che fare con gli altri? Come dobbiamo regolarci? Erodoto è il suo primo altro.
Agli anni giovanili e alle sue prime esperienze come cronista per un giornale, Kapuscinski deve un’altra scoperta fondamentale, la frontiera. Un luogo misterioso, silenzioso, intrigante. “Ero sempre tentato di scoprire che cosa ci fosse al di là, dall’altra parte. Mi chiedevo cosa si provasse nel varcare una frontiera. (…) Varcarla per subito tornare indietro: pensavo che ciò sarebbe bastato a placare quel mio inesplicabile e pur tuttavia prepotente bisogno psicologico”3. Si capisce che l’esigenza del viaggio si sta facendo sentire. Un bisogno che Kapuscinski addirittura definisce “psicologico”. Varcare il confine, che equivaleva a dire attraversare la Cortina di ferro ed entrare in un mondo praticamente ignoto, di cui non si sapeva niente, e poi andare incontro al mistero, al meraviglioso, all’altro. In questo Kapuscinski non si discosta molto dai canoni del tema del viaggio, cui avevo precedentemente accennato.
Il primo effettivo incontro con Erodoto si ha nel ’56, contemporaneamente al primo viaggio di Kapuscinski. Viene inviato in India, senza sapere neanche l’inglese e senza avere la minima preparazione in proposito, tuttavia gli viene data una copia delle Storie. Da questo momento inizia quello che potremmo definire un complesso rapporto epistemico, tra Kapuscinski ed Erodoto, di cui In viaggio con Erodoto potrebbe essere considerato come un tentativo di ricostruzione. Il testo infatti attraversa, come segmenti in sequenza, frammenti di Erodoto ed esperienze del reporter polacco, in una continua rincorsa. Il viaggio di Kapuscinski è doppio, perché è come se egli fosse sulle tracce di Erodoto, lo inseguisse in un percorso e in un pensiero di oltre duemila anni prima. Sembra quasi di rileggere il viaggio doppio di Heart of darkness, come l’aveva definito Said, e cioè dell’inseguimento di Kurtz da parte di Marlowe, ma non nel segno del colonialismo, al contrario, nel senso del viaggio, della conoscenza e dell’incontro.
Qual è il rapporto che si instaura tra i due? Erodoto diventa rapidamente un modello ancestrale, un maestro, una guida. Kapuscinski impara il mestiere da lui: “per Erodoto il viaggio è un lavoro: fa il reporter, l’antropologo, l’etnografo e lo storico. È il tipico viandante – come si dirà nell’Europa del Medioevo – l’uomo sempre in cammino. Ma questo suo errare non è uno spensierato vagabondaggio di luogo in luogo: i viaggi di Erodoto sono mirati, servono a conoscere il mondo e i suoi abitanti e poi descriverli”4. È evidente che Kapuscinski intende seguire le stesse orme, lo stesso modo di rapportarsi con il lavoro, la stessa mentalità. Non cercare la notizia nelle agenzie di stampa o osservare i conflitti all’interno dei carri armati. Kapuscinski non è embedded. Piuttosto il suo lavoro è stare in movimento, a contatto con la gente, cercare le notizie per strada, raccogliere le voci, controllare di persona, verificare. Stare sul fronte e al centro degli eventi, per poterne essere testimone attendibile.
Per entrambi l’argomento principale è la guerra. Quella tra i greci e i persiani per Erodoto, e le varie guerre sparse nel mondo per Kapuscinski: Congo, Iran, Afghanistan, Algeria. La guerra come fenomeno – piuttosto che il fenomeno della guerra – come evento storico, come tendenza globale, come tratto antropologico dell’umanità e in particolare, la guerra tra occidente e oriente. Questa l’impostazione che Kapuscinski carpisce dalla continua immersione nelle Storie, accanto e insieme ai propri viaggi. Se Erodoto inizia la sua opera dando voce ai barbari, ai nemici, ai Persiani, il polacco non intende essere da meno, mescolandosi alle folle dell’India e a quelle della Cina, raccontando inaspettati incontri con i miliziani congolesi, addirittura con un rapinatore egiziano, per cui non c’è una sola parola di rancore.
Le Storie diventano anche una chiave ermeneutica per interrogare la realtà, per penetrarla e capirne le dinamiche storiche. Non solo c’è il giusto modo di porsi nel mondo, al centro degli eventi, ma c’è anche il giusto modo di interrogare e di interrogarsi. Perché il conflitto? Che origine ha avuto? Kapuscinski si pone le stesse domande, ma generalizzando ancora di più. Lo scontro di civiltà non è un’invenzione moderna, ma è sempre esistito nella storia. “Ogni volta che l’uomo di è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo”5. Quando si prende questa terza via, dice Kapuscinski, avviene un fenomeno fondamentale: “ognuno scopriva in sé stesso una piccola parte dell’altro, vi credeva e ne era consapevole”6. L’incontro con l’altro diventa la meta del viaggio, lo scopo del lavoro di reporter e della vita stessa, potremmo dire. Del viaggio inteso come forma di vita. E lo scopo di questo incontro è capire che l’altro non ci è completamente estraneo, non ci è per forza nemico. Una parte di lui è anche dentro di noi, siamo entrambi partecipi. E per quanto riguarda la diversità, che comunque rimane, non è affatto un ostacolo, perché “tutti noi, abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me”7. Tutti siamo diversi, tutti siamo altri gli uni per gli altri; la diversità sparisce, diventa parte di noi, smette di ostacolarci.
Questo Kapuscinski apprende da Erodoto: lo scopo del viaggio è incontrare le altre persone e imparare da loro. Farsi attraversare dalle parole, dalle esperienze, dai pensieri e dalle conoscenze degli altri. Da qui la necessità di mettersi tra parentesi, di mettere in forse il proprio io, di non lasciare che il proprio egoismo, la propria identità e cultura, e anche il proprio eurocentrismo, siano di ostacolo alla felice riuscita del colloquio. Per arrivare a questo, è necessaria la condizione di viandante, di viaggio come forma di vita, appunto. Solo abbandonando la propria casa e mettendosi in perenne cammino e ascolto, ci dice il polacco, ci sarà possibile metterci dalla parte degli altri. Ecco il senso dell’exile’s book, il libro che può essere scritto solo a partire dall’esilio. Il reporter auto-esiliato può descrivere la vita delle masse di profughi indiani o congolesi, delle vittime della guerra, di coloro che non hanno voce e rappresentanza, solo perché si trova nella condizione di viandante, di senza-patria.
L’identità di Kapuscinski arriva ad essere talmente mobile e dinamica e partecipe della diversità, da preferire il viaggio a qualunque patria, a qualunque stanzialità. Non solo il richiamo dell’evento, la voglia di essere presente nei luoghi caldi della terra, di stare sempre sul fronte degli eventi, è talmente forte da impedire di rimanere a lungo nello stesso luogo, ma addirittura si arriva a preferire il viaggio in quanto tale. Per questo non c’è possibilità di ritorno per questo reporter del mondo, perché in viaggio egli sta bene. Solo lontano da casa, si sente a casa.
Non c’è alcuna radice nel pensiero di Kapuscinski. Persino il suo modello greco, con cui si identifica profondamente, è profondamente lontano dall’essere un classico, come generalmente inteso. Non è un’autorità da rispettare e venerare, da mettere su un piedestallo. Non c’è alcun rapporto di sudditanza, semmai di continua interrogazione, di viva curiosità e confronto. Non c’è il lamento per la decadenza dei tempi antichi, non si rimpiange la mancanza di un grande uomo come Erodoto nei tempi moderni. Erodoto è assolutamente vivo e presente. Il modello greco non è un classico, una radice della cultura occidentale, semmai è un arcaico, colui che ha pensato per la prima volta pensieri che chiedono di essere ripensati – e che Kapuscinski ripensa. L’unico legame forte Kapuscinski lo stipula col suo lavoro, con la sua opera. “Non di un salvagente, infatti, abbiamo bisogno, che ci faccia passivamente galleggiare in superficie, ma di una solida ancora che ci permetta di restare attaccati alla nostra opera”8.